#33 – Impariamo il polacco: storia della resistenza polacca

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Oggi facciamo una pausa dal nostro tipico film in polacco per parlare di un po’ di cultura e di storia della Polonia, in onore della giornata della Liberazione italiana (che, sia chiaro, non coincide con quella in Polonia, oggi lì non è festa). Questo perché studiare una lingua significa anche approcciarsi alla propria storia e alla propria cultura, e la Polonia di storia e cultura ne ha davvero da vendere. Parlando di cibo o di festività, abbiamo già parlato di cultura, tuttavia questa è la prima volta che ci approcciamo alla storia polacca in particolare per quella che riguarda la seconda guerra mondiale.

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Facciamo una premessa: tutti sappiamo quello che la Polonia ha dovuto vivere nel periodo della seconda guerra mondiale, da quando nel 1938 i polacchi hanno subito l’occupazione della zona occidentale del paese da parte dei tedeschi. Dopo qualche settimana, poi, furono i sovietici a occupare la parte orientale del paese, che si trovò quindi circondato. Quando ho visitato la Polonia per la prima volta, la prima cosa che ho notato sono proprio stati i cimiteri.

Le città, belle, pulite e colorate, sono piene di cimiteri. E questo sarà anche perché solo durante la seconda guerra mondiale, come fa sapere l’Istituto polacco della memoria nazionale, i tedeschi uccisero dai 2,7 ai 3 milioni di ebrei polacchi e dai 1,8 ai 2,77 milioni di polacchi di etnia non ebraica, per un totale di quasi (o più di) 5 milioni. Quelli che non morirono o non furono portati nei campi di concentramento, non avevano alcun diritto: non potevano avere istruzione, non potevano avere beni, e in poco tempo furono esclusi da tutto.

Penso non ci sia bisogno di ripetere proprio tutta la storia, in quanto la trovate in ogni libro di storia delle scuole superiori, o persino sui vari siti che le parlano. Voglio che passiamo subito alla resistenza, a quello che i polacchi, non solo quelli in Polonia ma anche quelli che hanno operato all’estero, in Francia o in Inghilterra, hanno fatto per sopravvivere in quegli anni di guerra, di come le varie istituzioni e associazioni hanno dovuto lavorare nascosti per poter sopravvivere e rinascere.

La resistenza in Polonia

La resistenza polacca è stata organizzata dal governo che si trovava in esilio a Londra, in particolare dobbiamo citare l’Armia Krajowa, ovvero l’Esercito nazionale che dal 1942 ha combattuto contro i nazisti fino a culminare nella rivolta di Varsavia del 1944, dove ci furono diverse vittime fra il primo agosto e il 2 ottobre dello stesso anno, e che si concluse con una terribile sconfitta da parte della Polonia. Prima dell’Armia Krajova, ci furono diversi movimenti clandestini di Resistenza che si formarono sin dal 1939:

  • I vendicatori
  • Il Giudizio di Dio
  • La mano insanguinata

Tutte le associazioni, poi, confluirono nell’Armia Krajova, anche conosciuta come A.K, che divenne quella principale. Siamo nel 1941 quando presso lo Stato maggiore polacco a Londra viene creato un ufficio che, insieme alla sezione polacca del Secret Operations Executive ha il compito di guidare la Resistenza e di rifornire le armi. Tuttavia, nei primi due anni le operazioni che riescono sono davvero poche, questo a causa del corto raggio d’azione degli aerei dell’epoca, ma poi, con i nuovi aerei la situazione migliora notevolmente.

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Foto di anonimo

Nel paese, intanto, molti polacchi lavorano in clandestinità. Ad esempio, la stampa è stata la fonte principale che ha spinto la Polonia alla resistenza. Il Daily Mail ricorda ancora una preghiera che fu pubblicata sulla Btedronka, ovvero sulla Coccinella: «Figlio di una terra martoriata, ti prego, Signore, di farmi sempre coraggioso. Dammi il coraggio di un uomo vero, e fa che il mio cuore batta così forte per la Polonia da vincere ogni cosa. Fa che il mio cuore sia pieno d’un amore di figlio, e d’una fedeltà di soldato. Proteggi la mia casa. Riparala dalla disfatta e dal lutto. E proteggi tutti coloro che lottano per la Polonia in mare, in terra e nell’aria».

Ma tornando all’Armia Krajowa, nel ’44 era divenuto il movimento di resistenza più grande e potente dell’Europa nazista, ma anche nell’Unione Sovietica cominciavano ad esserci delle strutture polacche che si opponevano all’A.K., ma che comunque combattevano contro la Germania. Una di queste era la comunista Związek Patriotów Polskich, ZPP (Unione dei patrioti polacchi). Questi erano comunisti, e se non lo sapeste ancora, sappiate che l’A.K. tentò di opporsi anche al comunismo, sebbene ufficialmente si sciolse nel ’45.

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Foto di Sylwester Braun 

La vera e propria Liberazione in Polonia avviene il 17 gennaio 1945, quando i soldati russi entrano a Varsavia, o meglio in quel che era rimasto della città. Infatti, durante la rivolta, i russi non avevano minimamente prestato soccorso, tanto che i polacchi dovettero arrendersi dopo sessanta giorni, ma non invano: i tedeschi concessero ai migliaia di persone di mettersi in salvo. Tuttavia, non pensate che la liberazione della Polonia da parte dei russi sia così positiva come quella che abbiamo avuto noi italiani.

Certo, i russi si credono degli eroi per quel che hanno fatto (e l’abbiamo visto anche dalle parole dell’ex Premier in occasione della guerra in Ucraina), ma come ha scritto Norman Davies in una riflessione molto interessante: «la loro [dei tedeschi, ndr] avanzata è stata o no un atto di liberazione? Il presidente Putin direbbe “Sì”. La maggior parte dei polacchi direbbe “No”». Questo, perché, esattamente? Semplicemente perché il comunismo, come il fascismo e il nazismo, è un totalitarismo.

[…]

Nel corso del XX secolo, gli eserciti russi o sovietici hanno invaso la Polonia quattro volte. Per molti versi, la seconda occupazione sovietica del 1944-45 assomigliava alla prima occupazione sovietica del 1939-41, e all’invasione dell’Armata Rossa del 1920 durante la guerra polacco-sovietica, e all’invasione zarista russa della Galizia governata dall’Austria 25 anni prima, quando i cosacchi cavalcarono verso la periferia di Cracovia. In tutte queste occasioni, la propaganda degli invasori sosteneva a gran voce che la popolazione locale veniva liberata.

Sir Bernard Pares era un ufficiale di collegamento britannico con l’esercito russo in Galizia nel 1915. “Stiamo liberando gli slavi”, disse ai suoi capi a Londra, forse inconsapevole della cattiva condotta dei “fratelli slavi” in arrivo, che comprendeva conversioni forzate, arresti e deportazioni di massa.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, le forze di Stalin presero il controllo politico completo di tutta la Polonia, annettendo solo le terre di confine orientali, o Kresy. Ancora una volta, al di là del fiume Bug, si sosteneva che i fratelli slavi fossero stati liberati. Alla popolazione locale non fu chiesto il proprio parere, ma era improbabile che fosse d’accordo. Negli anni precedenti, quella popolazione era cambiata drasticamente.

Come risultato delle battaglie in prima linea e della guerra antipartigiana, fino a un quarto della popolazione della Bielorussia e dell’Ucraina occidentale era perita. Durante l’occupazione tedesca del 1941-44, gli ebrei furono uccisi in massa e praticamente eliminati. E nella fase finale, la campagna di pulizia etnica di un ramo del movimento nazionalista ucraino uccise decine di migliaia di polacchi.

Quando si parla delle posizioni rispetto all’occupazione sovietica del Kresy nel dopoguerra, quindi, ci si riferisce in larga misura alle posizioni dei restanti contadini bielorussi e ucraini. Qui il quadro è perfettamente chiaro. La maggior parte di quei contadini apparteneva alla Chiesa greco-cattolica (o Uniata), una confessione che era stata più volte perseguitata ferocemente dai russi. Sapevano per esperienza che l’arrivo dell’esercito sovietico sarebbe stato accompagnato da ogni sorta di imbroglio, dalla scomparsa del loro clero e dall’imposizione dell’ortodossia russa. Questa non era certo la ricetta per la “liberazione”. 

Le lingue autoctone di quegli stessi contadini rientravano nella categoria del ruski – o “ruteno”, un ramo della famiglia linguistica slava orientale. Poiché ruski è anche il nome della lingua russa, la maggior parte degli stranieri non è consapevole della lunga lotta intrapresa da bielorussi e ucraini per far accettare le loro forme di espressione come lingue separate e della complessità della questione.

[…]

Se si mettono insieme le storie di Auschwitz e Majdanek, quindi, si rivela il vero volto della cosiddetta liberazione. Proprio nello stesso periodo, nel gennaio del 1945, quando i prigionieri sopravvissuti di Auschwitz venivano rilasciati davanti alle telecamere, la NKVD, che in quel momento gestiva Majdanek, lo stava riempendo segretamente con un altro gruppo di detenuti ed evitava accuratamente ogni pubblicità.

Norman Davies

Solo negli anni Novanta il regime comunista ebbe ufficialmente fine. Nel 1991 fu sciolto il patto di Varsavia, ci furono le prime elezioni libere dal 1920, e due anni dopo i russi abbandonarono la Polonia. Adesso di certo la Polonia non vanta un governo molto umano, considerando che ritiene la comunità LGBT un’ideologia e che preferisce vedere le donne morte piuttosto che vederle abortire (stanno avendo difficoltà persino le ucraine stuprate dai russi!), poi ci sono stati i vari problemi con TVN24, unico programma contro il governo, ma almeno è un paese, almeno apparentemente, libero.

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