Abortire in Europa è davvero così semplice?

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Stiamo vivendo un’epoca in cui ci sembra di tornare indietro. Il diritto della donna di scegliere sul proprio corpo è in pericolo. Lo è negli Stati Uniti, come lo è in Europa, e prendiamo solo questi continenti come esempi per il semplice fatto che si tende a pensare che si viva meglio. Ma si può davvero vivere meglio se la vita di un feto viene messa davanti a quello di una donna? Lo ripetere per sempre: rendere illegale l’aborto non significa vietare alle persone di abortire, ma solo non concedere alle donne il diritto di abortire in sicurezza.

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Fonte foto: Twitter

Abbiamo parlato e parleremo ancora della situazione in Polonia, dato che è forse il paese dell’Unione Europea dove è più complesso abortire a causa di un governo ultra cattolico che preferisce far morire le donne (vedi: Polonia: morta una donna a cui è stato negato l’aborto) piuttosto che farle abortire, ma per adesso ci concentriamo sull’Italia. In Italia l’aborto è legale, tuttavia ci sono tantissimi medici obiettori che rendono difficile quest’intervento, tanto che in alcune situazioni le donne devono persino spostarsi in altre regioni.

Nel Bel Paese, però, il diritto all’aborto è stabilito dalla legge 194 del 22 maggio 1978 (proprio 44 anni fa) e fissa il limite per abortire a novanta giorni, esclusi rischi alla salute materna che non vincola l’interruzione di gravidanza a una data. Secondo la legge, «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale». Non è però così semplice.

Un medico può anche rifiutarsi di fare l’operazione. Secondo una relazione presentata dall’Associazione Luca Coscioni, che dal 2022 si occupa di libertà civili e diritti umani alla Camera dei Deputati in occasione dei 44 anni dall’entrata in vigore della legge 194, dimostra come 31 (24 ospedali e 7 consultori) abbiamo il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS. «Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%». Dati che ci fanno vedere come sia difficile abortire in Italia, sebbene sia legale.

In questi giorni la 194 sulla interruzione volontaria della gravidanza compie 44 anni. Avere un quadro chiaro dello stato di salute di questa legge purtroppo non è facile, proprio perché non abbiamo dati aggiornati e dettagliati. Una cosa è però molto chiara: la legge 194 è ancora mal applicata o addirittura ignorata in molte aree del nostro paese. Con Anna Pompili e Mirella Parachiniginecologhe, e con l’Associazione Luca Coscioni abbiamo spesso evidenziato le criticità reali dell’applicazione e dell’accesso alla interruzione volontaria della gravidanza.

Oggi chiediamo con urgenza al Ministro della Salute Roberto Speranza e al Ministro della Giustizia Marta Cartabia che i dati sull’applicazione della legge 194 siano in formato aperto, di qualità, aggiornati e non aggregati; che si sappia quanti sono i non obiettori che eseguono le IVG e gli operatori che le eseguono dopo il primo trimestre; che tutte le regioni offrano realmente  la possibilità di eseguire le IVG farmacologiche in regime ambulatoriale; che venga inserito nei LEA un indicatore rappresentativo della effettiva possibilità di accedere alla IVG in ciascuna regione; e che la relazione ministeriale venga presentata ogni anno nel rispetto dell’articolo 16 della stessa 194».

Filomena Gallo, avvocato e Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni

L’aborto nel resto d’Europa

Interessante è un report di DW, che ha esaminato quattro paesi europei: la Spagna, la Polonia, l’Ungheria e l’Irlanda. Leah Hoctor, direttrice regionale senior per l’Europa presso il Center for Reproductive Rights, ha detto che «la tendenza in tutta Europa è netta e schiacciante verso la legalizzazione dell’aborto, verso la rimozione delle barriere legali e politiche», tuttavia, non è accessibile a tutti. Infatti, «nei 27 Stati membri dell’UE, l’aborto è completamente illegale a Malta, mentre la Polonia ha un divieto quasi totale».

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Spagna

Della Spagna possiamo essere felici. D’altronde abbiamo anche visto di recente come stiano cercando dei modi per proteggere anche psicologicamente le donne che escono dalle cliniche abortive (Spagna: è vietato anche molestare le donne che vanno in clinica per abortire). Martedì scorso, poi, il Consiglio dei ministri ha anche approvato un disegno di legge per rimuovere l’obbligo per le minorenni (16 e 17 anni) di dover ottenere il consenso dei genitori per interrompere una gravidanza.

Se sarà approvata, la legge eliminerebbe anche un «periodo di riflessione» di tre giorni prima di dover abortire. «Comprenderebbe anche disposizioni sulla salute riproduttiva come la concessione di un congedo dopo l’aborto. Per la prima volta in Europa, la legge istituirebbe anche il congedo mestruale per le persone con gravi sintomi del ciclo» (quello che stanno cercando di fare anche in Italia, ma evidentemente da noi siamo tutti un po’ più bigotti rispetto alla Spagna).

Polonia

Passare dalla Spagna alla Polonia, è tragico. Della situazione nel paese di Duda ne abbiamo parlato tante volte, di recente anche raccontandovi di come le donne ucraine, rimaste incinta in seguito allo stupro dei soldati russi, non possano abortire poiché non possono dimostrare di essere state stuprate. Quanta tristezza mette leggere queste parole? Ma non solo! Nell’ultimo anno hanno anche istituito un superprocuratore antiaborto, divorzio e LGBT, che indagherà anche sugli aborti spontanei.

Leah Hoctor commenta dicendo che «la Polonia è l’unico stato membro dell’UE negli ultimi decenni a rimuovere dalla sua legge un motivo per l’aborto legale. La Polonia è davvero fuori dal trend generale». Aggiunge che quando le donne o le ragazze rifugiate attraversano il confine dell’UE verso la Polonia, la Slovacchia o l’Ungheria, «si stanno spostando in alcuni dei contesti più restrittivi della regione sull’aborto».

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Fonte foto: DW

Ungheria

E, a proposito di Ungheria, l’alleato di Morawiecki e di Salvini non è migliore a livello di diritti delle donne. Infatti, sebbene in Ungheria sia legale interrompere una gravidanza, «la legge è ancora molto restrittiva in termini di imposizione di un periodo di attesa obbligatorio, severi requisiti di consulenza e una serie di altri ostacoli, compreso il fatto che l’assistenza all’aborto non è coperta dall’assicurazione sanitaria pubblica o dai regimi di sovvenzione», ha detto Hoctor.

Caroline Hickson, direttrice regionale dell’International Planned Parenthood Federation European Network, aggiunge che le politiche sull’aborto nel paese di Orban impongono «molte barriere di interconnessione che in pratica ne rendono molto più difficile l’accesso» e la colpa, secondo Hickson, è proprio del populista di destra, conservatore cattolico, Viktor Orban.

Irlanda

Infine, viene analizzato il caso dell’Irlanda, che «ha rivisto le sue leggi sull’aborto da quando un emendamento costituzionale del 1983 proibiva» l’interruzione della gravidanza. Nel 2018, grazie a un referendum, la maggioranza degli irlandese ha votato per annullare il divieto. Hoctor dice che «è stato un vero riconoscimento da parte del popolo irlandese e dello stato irlandese della necessità di trattare l’aborto come un’assistenza sanitaria essenziale».

Tuttavia, aggiunge che «sebbene il cambiamento in Irlanda sia stato fenomenale e incredibilmente importante, la legislazione mantiene ancora una serie di ostacoli all’accesso». C’è comunque in corso un processo di revisione che potrebbe migliorare la situazione delle donne anche in Irlanda.

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