La Polonia insegna al mondo quali sono i rischi di vivere in un Paese dove l’aborto è vietato

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Negli Stati Uniti si continua a discutere sull’aborto e su come lo si vorrebbe rendere illegale, questo perché la vita è importante. Ma quello che non si capisce, o che forse non si vuole proprio comprendere, è che rendere illegale l’aborto non farà cessare i casi di aborto, ma li renderà solo più pericolosi. La Polonia è un perfetto esempio di come l’aborto sia un omicidio, ma per la donna. La storia di Izabela Sajbor, morta perché i medici non volevano abortire il feto che non aveva alcuna possibilità di sopravvivere, ne è la lampante testimonianza.

La cognata di Izabella Sajborn mentre visita la sua tomba.
Anna Liminowicz per il New York Times

L’aborto negli Stati Uniti è sotto attacco in particolare dopo la morte della compianta Ruth Bader Ginsburg, che è stata sostituita dall’antiabortista e conservatrice Amy Coney Barrett, rendendo quindi la Corte suprema a maggioranza repubblicana. La Corte suprema nel mese di giugno ha una grandissima responsabilità, rischiando di negare ufficialmente alle donne il diritto di abortire. Di fronte a questa gravissima situazione, bisogna analizzare come le donne (perché solo le donne soffrono per questa situazione) vivono in paesi dove l’aborto è già illegale.

L’anno scorso la Polonia ha preso la decisione di rendere ancora più restrittiva la già restrittiva (più di tutta l’Europa) legge sull’aborto. Prima di questa legge si contavano solo 2000 aborti legali ogni anno, e sottolineiamo legali perché chi ne aveva la possibilità andava all’estero oppure, nel XXI secolo come era fatto quando vivevamo in tempi non fatti per le donne, si sottoponevano a interventi illegali che potevano anche mettere in pericolo la propria vita. Le organizzazioni femministe hanno stimato circa 200.000 aborti totali.

«La Corte costituzionale ha presentato una motivazione scritta della sentenza sulla protezione della vita. Conformemente ai requisiti costituzionali, la sentenza è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale», ha annunciato il Governo polacco, senza se e senza ma, vietando quindi ufficialmente l’aborto. Il testo è stato pubblicato a fine gennaio 2021 e, da quel momento, le donne sono scese nuovamente in piazza. La legge infatti vietava l’aborto anche in caso di grave malformazione del feto, che era anche la forma più comune per cui una donna sceglieva di abortire. Vietando questo caso, quindi, l’hanno pressoché reso illegale.

A queste situazioni, poi, si sono aggiunte anche altre ancora più gravi. Ad esempio, ricorderete la storia di Izabela, una donna a cui è stato negato l’aborto, decisione che le è costata la vita.

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Perché l’aborto dovrebbe essere legale: il caso della Polonia

La storia di Izabela Sajbor

Izabela aveva 30 anni, era polacca ed era incinta. Era, perché è morta a Pszczyna a causa di un’infezione dovuta a delle complicazioni sorte nella 22esima settimana di gravidanza. Secondo la legale (Jolanta Budzowska) che rappresenta la famiglia i medici hanno scelto di non operarla per far sì che il feto morisse “naturalmente“, come stabilito dalla legge polacca sull’aborto e che vieta a qualsiasi medico di interrompere delle gravidanze anche per difetti congeniti. Solo che quando è morto il feto, è morta anche Izabela.

A Izabela, una donna che era entusiasta della propria gravidanza e di poter dare un fratellino alla figlia di 9 anni, Maja. Ma poi il suo medico le ha detto che il suo feto presentava gravi anomalie e quasi certamente sarebbe morto nel grembo materno. Se fosse arrivata a termine, l’aspettativa di vita era al massimo di un anno. La sindrome diagnosticata era quella di Edwards, grave anomalia cromosomica, insieme ad altre malformazioni: al posto del naso c’era solo la cartilagine, i piedi erano deformati, una camera cardiaca era disfunzionale.

La giovane donna avrebbe abortito, se solo in Polonia l’aborto fosse stato legale. Aveva anche chiesto informazioni a riguardo al suo medico, ma le disse che non era un’opzione. La signora Skrobol, amica intima di Izabela, ha detto che «ha cercato di abortire all’estero, ma poi le si sono rotte le acque». Il 21 settembre è stata ricoverata, completamente da sola a causa delle restrizioni di Covid-19. A sua madre aveva scritto: «devo dare alla luce un bambino morto. Grazie al PiS [partito di destra ultracattolico polacco, il cui leader è proprio il presidente Duda, ndr.] mi sdraio e aspetto».

«Non possono fare niente finché il feto è vivo grazie alla legge anti-aborto», ha scritto poche ore prima di morire, aggiungendo che «una donna è come un’incubatrice». Ha avuto febbre alta, ha vomitato, ha avuto convulsioni sul pavimento. Ma ai medici importava solo del battito del feto. Quando il battito cardiaco si è fermato e il mattino successivo i medici hanno portato la signora Sajbor in sala operatoria, le sue membra erano già diventate blu. È morta alle 7:30.

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Una copia di messaggi di testo angosciati che la signora Sajbor ha scritto a sua madre mentre era in ospedale.
Anna Liminowicz per il New York Times

La decisione dei medici

I medici hanno agito secondo la legge contro l’aborto vigente in Polonia. Per quanto quindi possiamo incolpare solo chi l’ha lasciata morire, tutti dovremmo essere consapevoli del fatto che se quella legge non fosse esistita, se la Polonia fosse stato un Paese civile, Izabela oggi potrebbe ancora stringere fra le braccia la figlia. Ma qualcuno ha deciso di imporre così tanto terrore nei medici che hanno dovuto lasciare morire una donna.

Jolanta Budzowska, un avvocato con sede a Cracovia che rappresenta la famiglia della signora Sajbor e altri tre in casi di negligenza relativi alla nuova legge sull’aborto, ha detto al New York Times che «la legge ha un effetto agghiacciante sui medici». Il dottor Kochanowicz, direttore dell’ospedale, ha infatti spiegato che i medici «rischiano non solo di perdere il diritto alla pratica, ma anche la responsabilità penale. Tutte le decisioni sono gravate dall’ansia».

Un caso simile a quello di Izabela è avvenuto a gennaio, quando una donna di 37 anni incinta di due gemelli è morta dopo che uno dei suoi feti era morto e i medici non lo hanno rimosso per sette giorni. La famiglia ha accusato i medici di aspettare per paura di nuocere all’altro feto e di essere oggetto di un possibile processo. E ancora, una donna incinta di 19 settimane quando le si sono rotte le acque, ha sviluppato un’infezione ed è quasi morta dopo che i medici hanno aspettato quattro giorni prima che il battito cardiaco del suo feto si fosse fermato per rimuoverlo.

Katarzyna Gesiak, responsabile del centro di diritto medico e bioetica dell’Ordo Iuris, un’organizzazione cattolica che ha fatto pressioni per il nuovo divieto, ha detto che «la legge non dovrebbe avere un effetto agghiacciante perché la legislazione sull’aborto quando la salute o la vita di una donna è in pericolo non è cambiata». Lo stesso ministero della Salute della Polonia, in seguito alle manifestazioni per tutte le donne morte d’aborto, ha detto ai medici che «non dovrebbero aver paura di prendere decisioni ovvie» se la vita della donne fosse in pericolo.

Cosa rischiano le donne che abortiscono

Ma non è ovviamente così. Perché per quanto la vita della donna sia in pericolo, un medico non si vuole prendere la responsabilità di andare contro il governo. Perché vi ricordiamo anche del superprocuratore antiaborto, divorzio e LGBT, che controlla che tutti gli aborti siano effettivamente spontanei o che la vita della donna fosse realmente in pericolo. Basti pensare poi come le donne vittime di stupro e rimaste incinta debbano dimostrare realmente di esser state stuprate (l’aborto è negato anche alle donne ucraine stuprate dai russi).

Tra l’altro, se aiuti una donna ad abortire, rischi di andare in prigione. la storia di Justyna Wydrzynska, una sostenitrice dei diritti dell’aborto, che rischia fino a tre anni di carcere per aver fornito delle pillole abortive. Per questo motivo l’attivista adesso fornisce solo istruzioni su come acquistare e usare le pillole. Prima di oggi, però, si è trovata davanti a una donna disperata che ha chiesto che le venisse mandato un pacchetto di pillole. Il suo partner ha letto i messaggi e l’ha denunciata. Adesso è sotto processo, con verdetto atteso per settembre.

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Justyna Wydrzynska
Anna Liminowicz per il New York Times

Molte donne, quelle che ne hanno la possibilità, vanno all’estero. Ad esempio, dalla ginecologa Sabine Müller, che, racconta al New York Times, ogni settimana riserva metà dei suoi aborti alle donne polacche. «La domanda è aumentata, e le storie peggiorano», ha raccontato la dottoressa. «Abbiamo molte donne polacche malate di cancro a cui viene detto: ‘No, non possiamo darti un trattamento per il cancro perché sei incinta e potrebbe ferire il bambino’».

Ha spiegato che «il cancro si diffonde estremamente velocemente durante la gravidanza. Un ritardo di sei settimane è quasi una condanna a morte». Ennesima testimonianza di come i “Pro Life” preferiscano un feto alla vita di una donna. Tra l’altro, per far comprendere quante donne polacche vanno nella clinica della dottoressa per abortire, fa sapere che il personale sta imparando il polacco per confortare le pazienti.

Il passato e il futuro

La Polonia, però, non è sempre stata così. In Polonia si poteva abortire. Sotto il comunismo la Chiesa cattolica non aveva tutta quest’importanza, tant’è che l’aborto è stato legalizzato nel 1956. Le donne furono incoraggiate a lavorare e avevano ampi diritti riproduttivi che le democrazie occidentali abbracciarono solo decenni dopo. Le donne di tutta l’Europa occidentale andavano in Polonia per poter abortire. Poi, con il crollo del governo comunista e con la Chiesa che ha ottenuto nuovamente un grande potere, le cose sono cambiate.

«Nessuno sapeva all’epoca che il periodo di democratizzazione avrebbe significato un tale contraccolpo per i diritti delle donne», ha detto al New York Times Magdalena Sroda, professoressa di etica all’Università di Varsavia. «È stato un ritorno al discorso sui ruoli tradizionali delle donne come mogli e madri». Ovviamente ci sono state (e ci sono ancora oggi!) tantissime proteste e tantissime petizioni, ma nonostante ciò il Parlamento ha bandito l’aborto nel 1993 con tre eccezioni: pericolo per la salute o la vita della madre; stupro o incesto; anomalie fetali.

Dopo questo divieto, l’aborto è divenuto illegale, ma non si è smesso di abortire. Molte cliniche private offrivano servizi ginecologici attraverso annunci con solo un numero di telefono e parole in codice come “anestesia” e “sicuro”. Mentre gli aborti legali sono scesi a circa un migliaio all’anno, il numero effettivo di aborti è rimasto di circa 150.000, stimano gruppi di difesa come Federa. «Il divieto ha fatto molte cose. Quello che non ha fatto è fermare gli aborti», ha detto la signora Krystyna Kacpura, presidente della Federazione per le donne e la pianificazione familiare.

Adesso non sembra che la Polonia abbia intenzione di tornare indietro, e in questo caso tornare indietro significa migliorare. Ma il suo caso è la testimonianza di come vietare gli aborti non li ferma, ma mette solo più in pericolo la vita delle donne. Gli Stati Uniti, così come tutti i Simone Pillon italiani che ritengono di essere “Pro Life”, dovrebbero capire questo. L’aborto è un diritto, l’aborto è sicurezza per le donne. Vietarlo uccide le donne. Come è già successo.

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