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Von der Leyen avverte la Russia: “Quando i Paesi baltici vengono messi alla prova, è l’Europa intera a esserlo”

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Negli ultimi mesi il confine orientale dell’Europa ha iniziato ad assomigliare sempre meno a una zona periferica lontana dalla guerra e sempre più a una linea di tensione permanente. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui Ursula von der Leyen ha scelto di volare personalmente a Vilnius per incontrare i leader di Estonia, Lettonia e Lituania in uno dei momenti più delicati dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

La presidente della Commissione europea ha usato parole estremamente dure, lasciando intendere che Bruxelles considera ormai le continue incursioni russe nello spazio baltico qualcosa di molto più grave di semplici provocazioni isolate. «L’Europa è in piena solidarietà e unità con Estonia, Lettonia e Lituania. Quando i Paesi baltici vengono messi alla prova, è l’Europa intera a esserlo», ha dichiarato von der Leyen, descrivendo gli attacchi con droni, le interferenze elettroniche e le minacce ibride provenienti da Mosca come parte di una strategia deliberata del Cremlino per destabilizzare le democrazie europee. Ed è difficile non notare quanto il linguaggio dell’Unione Europea sia cambiato negli ultimi anni.

Per molto tempo Bruxelles ha cercato di mantenere toni prudenti, quasi burocratici, rispetto alla Russia. Oggi invece il clima sembra completamente diverso: più diretto, più militarizzato e soprattutto molto più consapevole del fatto che la guerra in Ucraina abbia ormai smesso di essere percepita come un conflitto “distante”.

I Paesi baltici vivono ormai in uno stato di allerta costante

La parte più inquietante delle dichiarazioni di von der Leyen è probabilmente quella in cui descrive la quotidianità nei Paesi baltici. Allarmi aerei, famiglie nei rifugi, scuole chiuse, trasporti bloccati. Scene che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate appartenere alla Guerra Fredda o a un’altra epoca e che invece stanno lentamente entrando nella normalità di una parte dell’Europa.

Le popolazioni dei Paesi baltici stanno vivendo ciò che molti ritenevano appartenesse a un’altra epoca. Allerte di incursioni aeree, famiglie nei rifugi, scuole chiuse, trasporti bloccati. Dobbiamo essere chiari su cosa significhi: non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia deliberata da parte della Russia, volta a destabilizzare le nostre società democratiche.

Secondo il presidente lituano Gitanas Nausėda, i cieli sopra Estonia, Lettonia e Lituania “non sono sufficientemente sicuri”. E il problema non riguarda soltanto i droni. Negli ultimi mesi i Paesi baltici hanno denunciato una pressione crescente fatta di attacchi informatici, sabotaggi alle infrastrutture critiche, interferenze elettroniche e campagne di disinformazione sempre più aggressive. «Gli Stati baltici non hanno permesso e non permetteranno che il loro territorio o il loro spazio aereo vengano utilizzati per attacchi contro altri Paesi. Tutti i tentativi del Cremlino di scaricare la responsabilità su altri sono solo propaganda cinica, progettata per distogliere l’attenzione dal fatto fondamentale: è stata la Russia a lanciare la brutale e illegale guerra contro l’Ucraina», ha affermato.

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In pratica, quello che i leader baltici stanno cercando di spiegare all’Europa è che la guerra moderna non inizia necessariamente con carri armati che attraversano un confine. Inizia molto prima. Con cyberattacchi, destabilizzazione sociale, propaganda, minacce ibride e una tensione costante pensata per logorare lentamente le società democratiche. Ed è abbastanza evidente che i Paesi baltici, vista la loro vicinanza geografica e storica alla Russia, si sentano oggi la parte più esposta dell’intero progetto europeo.

Per questo motivo von der Leyen ha insistito moltissimo sul concetto di solidarietà europea, cercando di trasmettere l’idea che un attacco o una destabilizzazione dell’area baltica non riguarderebbe soltanto Estonia, Lettonia e Lituania, ma l’intera Unione Europea.

L’Europa punta sempre di più sulla difesa e sugli investimenti militari

La visita di Vilnius conferma anche un altro aspetto piuttosto evidente: l’Europa sta accelerando enormemente sul fronte della difesa comune. Von der Leyen ha annunciato nuovi investimenti per i Paesi baltici attraverso il programma SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti destinati alla spesa militare. Estonia, Lettonia e Lituania riceveranno ulteriori fondi per rafforzare sistemi anti-drone, difesa cibernetica e mobilità militare lungo il fianco orientale dell’Unione.

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Ed è interessante vedere quanto ormai Bruxelles parli apertamente di riarmo europeo senza quasi più utilizzare giri di parole.

Fino a pochi anni fa un linguaggio del genere avrebbe generato enormi tensioni politiche interne. Oggi invece il rafforzamento militare viene raccontato quasi come una necessità inevitabile. Von der Leyen ha persino spiegato che nel prossimo bilancio europeo gli investimenti per difesa e sicurezza verranno aumentati drasticamente, insieme alle risorse per la protezione delle frontiere e per la mobilità militare.

Il messaggio politico è abbastanza chiaro: l’Unione Europea si sta preparando a uno scenario di instabilità molto più lungo e profondo di quanto immaginato all’inizio della guerra in Ucraina.

Bruxelles risponde alle minacce russe: “Resteremo operativi a Kiev”

Nel frattempo, da Bruxelles è arrivata anche una risposta molto dura alle recenti minacce russe rivolte agli stranieri e ai diplomatici presenti a Kyiv. La portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper, ha accusato Mosca di voler “seminare panico e isolamento”, assicurando però che l’UE continuerà a mantenere la propria presenza operativa nella capitale ucraina nonostante gli attacchi. E anche qui il tono utilizzato è stato particolarmente duro.

Abbiamo visto che la Russia sta solo cercando di seminare il panico, diffondendo angoscia. Vogliono paura e isolamento, in Ucraina e altrove. Ma abbiamo un messaggio chiaro: questo non funzionerà. Infatti, l’UE mantiene la sua presenza e le sue operazioni a Kiev. E queste minacce sanno di disperazione.

Secondo Bruxelles, la Russia starebbe dimostrando ancora una volta di non avere alcun reale interesse per un processo di pace, continuando invece a colpire infrastrutture civili e popolazione ucraina. La Commissione europea ha inoltre ricordato che gli attacchi intenzionali contro civili rappresentano crimini di guerra e che i responsabili saranno chiamati a risponderne: «Ricordiamo ancora una volta che qualsiasi attacco intenzionale contro i civili e gli obiettivi non militari è un crimine di guerra. Tutti i comandanti, gli autori e i complici di queste gravi violazioni della legge internazionale e umanitaria saranno chiamati a risponderne».

Parole che arrivano mentre continua a crescere il dibattito internazionale sulla possibilità di avviare nuovi negoziati con Vladimir Putin. Ma sia von der Leyen sia Nausėda sembrano voler chiudere qualsiasi apertura prematura. Secondo i leader europei, eventuali colloqui potranno iniziare soltanto quando Mosca dimostrerà concretamente di voler fermare l’aggressione contro l’Ucraina.

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L’Europa vuole parlare con una sola voce

C’è poi un altro elemento molto importante emerso durante l’incontro di Vilnius: la paura europea di apparire frammentata. Nausėda è stato estremamente esplicito su questo punto, criticando l’idea che i singoli Paesi europei possano trattare separatamente con la Russia. «La peggiore delle opzioni è parlare con 27 voci diverse», ha dichiarato il presidente lituano, ricordando come tentativi simili in passato siano falliti completamente. Ed è probabilmente questa la vera ossessione politica che attraversa oggi Bruxelles.

Più ancora della minaccia militare immediata, l’Unione Europea teme che la Russia possa sfruttare le divisioni interne al continente per indebolire il sostegno all’Ucraina e destabilizzare il progetto europeo dall’interno. Per questo motivo von der Leyen continua a insistere sull’idea di una risposta comune, coordinata e centralizzata.

Anche perché la sensazione sempre più evidente è che il conflitto tra Russia e Occidente abbia ormai superato da tempo i confini dell’Ucraina, trasformandosi in qualcosa di molto più ampio: una lunga guerra di pressione politica, economica e psicologica che coinvolge direttamente tutta l’Europa.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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