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Il privilegio non ha nazionalità: quello che ho sentito questa mattina davanti a casa mia

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Privilegio è una parola che spesso infastidisce. C’è chi la interpreta come un’accusa, chi come una giustificazione, chi preferisce ignorarla del tutto. Eppure questa mattina, mentre preparavo dei muffin al limone e cannella e ascoltavo una conversazione provenire dal cantiere di fronte a casa mia, ho capito ancora una volta quanto sia fondamentale per comprendere il modo in cui giudichiamo gli altri.

Di base stavo facendo questi buonissimi muffin senza glutine, era una scena ordinaria, quasi banale. L’estate è finalmente arrivata e ho deciso di aprire la porta di casa per fare entrare un po’ d’aria. Non immaginavo che, nel giro di pochi minuti, mi sarei ritrovata a riflettere su uno dei problemi più grandi della nostra società: l’incapacità di mettersi nei panni degli altri.

Di fronte a casa mia c’è un cantiere. I rumori dei lavori non mi hanno mai dato fastidio (o meglio, non in questo periodo). Quello che mi ha colpita questa mattina non è stato il frastuono delle macchine, ma quello delle parole.

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Per quasi venti minuti ho ascoltato un uomo fare mobbing su un giovane operaio pakistano che, evidentemente, non parla ancora bene l’italiano. “Sei inutile“, “non sai fare niente“, “sei stupido“, “sei un idiota“. Una raffica continua di offese, accompagnata da un ritornello costante: il figlio dell’uomo in questione, a suo dire, aveva imparato l’italiano in due mesi, parlava tre lingue, aveva aperto una ditta e comprato due automobili.

Come spesso accade, il successo di una persona veniva utilizzato come arma per umiliarne un’altra. A rendere la scena ancora più surreale c’erano i riferimenti politici. Tra un insulto e l’altro, l’uomo citava Salvini e Vannacci come prova del fatto che il problema fosse quel ragazzo straniero incapace di imparare la lingua.

E lì ho deciso di intervenire (perché il mio Master in Didattica dell’Italiano Lingua non Materna deve esser pur servito a qualcosa). Sono uscita da casa con un ché di plateale, l’ho guardato negli occhi e ho semplicemente detto: “Forse, questo ragazzo, non ha avuto le stesse opportunità di suo figlio“.

Quando il privilegio si traveste da merito

Dopo aver discusso per qualche minuto su come ci siano modi diversi per dire le cose, e soprattutto ci siano modi per farlo senza insultare, a un certo punto ho chiesto una cosa molto semplice: da quale lingua partiva suo figlio quando è arrivato in Italia? La risposta è stata immediata: rumeno. Ed è qui che il discorso avrebbe dovuto chiudersi.

Perché io insegno italiano agli stranieri e ho una formazione specifica nella didattica dell’italiano come lingua non materna. So bene che non tutte le lingue presentano le stesse difficoltà di apprendimento.

L’italiano e il rumeno appartengono entrambi alla famiglia delle lingue romanze. Condividono una parte consistente del vocabolario, numerose strutture grammaticali e una comune origine latina. Per un madrelingua rumeno imparare l’italiano è generalmente molto più semplice rispetto a chi proviene da famiglie linguistiche completamente diverse.

Un ragazzo pakistano, invece, può avere come lingua madre l’urdu, il punjabi, il pashto o altre lingue che non solo appartengono a sistemi linguistici differenti, ma utilizzano spesso alfabeti completamente diversi dal nostro. Significa dover imparare nuove parole, nuove regole grammaticali e, in alcuni casi, persino un nuovo sistema di scrittura.

Ma il punto non è soltanto linguistico.

Forse il figlio di quell’uomo aveva i genitori accanto. Forse aveva una casa stabile. Forse aveva il tempo di frequentare corsi. Forse non doveva trascorrere le giornate facendo un lavoro fisicamente estenuante (con persone che ti insultano e ti trattano come un idiota). Forse poteva dedicare energie allo studio senza preoccuparsi di sopravvivere.

Perché imparare una lingua non è una questione di intelligenza. È una questione di opportunità. Ed è qui che entra in gioco una parola che molti detestano: privilegio.

Il privilegio non significa necessariamente essere ricchi. Molto spesso significa semplicemente non rendersi conto dei vantaggi da cui si parte. Significa credere che tutto ciò che si è ottenuto sia esclusivamente frutto del proprio merito, dimenticando il contesto che lo ha reso possibile.

La cattiveria non ha passaporto

La parte che più mi ha colpita, però, è un’altra. L’uomo che stava umiliando quel ragazzo non era italiano, era rumeno. E forse proprio per questo la scena mi è sembrata ancora più amara.

Troppo spesso raccontiamo il razzismo come una contrapposizione tra italiani e stranieri. La realtà è molto più complessa. Esistono immigrati che discriminano altri immigrati. Esistono persone che hanno vissuto sulla propria pelle il pregiudizio e che, una volta ottenuta una posizione più stabile, lo riversano su chi arriva dopo di loro.

È un meccanismo vecchio quanto il mondo: dimenticare le proprie difficoltà nel momento in cui non ci appartengono più (vedasi anche la figura stessa dell’insegnante, che spesso umilia gli studenti semplicemente perché lo stesso è avvenuto quando lui era dall’altra parte della cattedra).

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Per questo sentire un cittadino rumeno citare Salvini e Vannacci mentre insultava un giovane pakistano mi è sembrato il simbolo perfetto di un problema molto più grande. Non stiamo parlando di nazionalità, ma di empatia. O meglio, della sua assenza.

Perché il vero problema non è da dove veniamo. Il vero problema è l’incapacità di immaginare che qualcuno possa aver avuto una storia diversa dalla nostra.

Viviamo in una società che celebra il merito individuale e ignora sistematicamente le condizioni di partenza (anche qui cito il sistema universitario e scolastico italiano, o meglio i media che premiano le eccellenze con decine e decine di articoli senza però dire che non hanno dovuto lavorare, non avevano alcuna preoccupazione e magari vivevano anche con i genitori). Una società in cui chi riesce a raggiungere un obiettivo spesso conclude che chi non ci riesce sia semplicemente meno capace.

È una narrazione rassicurante, ma profondamente falsa.

Perché non bisogna mai voltarsi dall’altra parte

Quando sono intervenuta, l’uomo mi ha detto che non dovevo intromettermi. Ma c’è una frase che continuo a ripetermi da stamattina: col cavolo che non mi intrometto.

Non mi intrometto per curiosità. Non mi intrometto per protagonismo. Mi intrometto perché assistere in silenzio all’umiliazione di una persona significa normalizzarla.

Se per venti minuti una persona viene insultata davanti a decine di persone e nessuno dice nulla, il messaggio che passa è che quel comportamento sia accettabile. E invece non lo è.

La discussione si è conclusa in modo civile. Nessuna scenata. Nessun urlo. Nessuna aggressione (anche se il mio ragazzo si è alzato dalla sua postazione lavorativa per assicurarsi che nessuno mi picchiasse). Ma c’è un dettaglio che continua a farmi riflettere.

Dopo quella conversazione non ho più sentito una sola parola. Niente più insulti, niente più paragoni, niente più lezioni di superiorità, niente più riferimenti ai “questi”. Silenzio.

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Forse non ho cambiato la mentalità di quell’uomo. Forse domani penserà esattamente le stesse cose e oggi a cena lo racconterà a suo figlio facendosi una risata per “quella pazza che oggi si è intromessa”. Ma forse un segno l’ho lasciato, e forse questa è la lezione più importante che mi porto a casa da questa mattina.

Ci raccontano spesso che è inutile intervenire, che tanto non cambia nulla, che bisogna farsi gli affari propri e che boicottare è inutile. Io penso il contrario.

Penso che la cattiveria prosperi soprattutto quando nessuno la mette in discussione. Penso che il silenzio sia spesso il suo migliore alleato. E penso che, ogni tanto, basti una voce fuori dal coro per ricordare che certe cose non sono normali.

Non sempre possiamo cambiare il mondo, ma sicuramente possiamo scegliere di non chiudere gli occhi.

E, a volte, è già un inizio.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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