Due Spicci: Zerocalcare mette su Netflix le emozioni che proviamo ogni giorno
E va bene. Arrivo con un giorno di ritardo perché, purtroppo, il capitalismo mi ha definitivamente tolto il privilegio di fare binge watching compulsivo appena esce una serie tv (soprattutto quando Netflix decide di rilasciarne quindici contemporaneamente), ma non riesco comunque ad aspettare oltre per scrivere di Due Spicci, la nuova serie di Zerocalcare. Anche stavolta, infatti, Zerocalcare riesce in quella cosa quasi inquietante che gli riesce meglio di chiunque altro: leggerti dentro. Prende ansie, sensi di colpa, precarietà, paure quotidiane e tutti quei pensieri che normalmente teniamo compressi da qualche parte nel cervello e li trasforma in dialoghi, scene e personaggi che sembrano parlare direttamente a noi.
E così ti ritrovi alle 22:48 di sera, stanca morta, con l’ennesima crisi esistenziale post-lavoro addosso, con l’unico desiderio di stenderti a letto e chiudere gli occhi per trovare la pace per le prossime 6/7 ore (se tutto va per il verso giusto), a pensare che forse nessuno oggi riesce a raccontare i trentenni, e più in generale chiunque si senta costantemente fuori posto, meglio di lui. Zerocalcare, io l’ho scritto tante volte e non mi stancherò mai di scriverlo e urlarlo al mondo, ma sei un genio.
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In Due Spicci, Zerocalcare torna a raccontare la precarietà emotiva e materiale di una generazione sospesa tra sopravvivenza quotidiana, senso di colpa e incapacità di immaginare davvero il futuro. La storia segue il protagonista mentre cerca di barcamenarsi tra amicizie complicate e quel costante senso di inadeguatezza che attraversa gran parte dell’universo narrativo dell’autore romano.
Con il suo stile fatto di ironia tagliente, riferimenti pop e dialoghi che sembrano usciti direttamente da una chat di amici, Due Spicci alterna momenti comici a riflessioni molto più amare (letteralmente passi dal parlare di una relazione tossica, a come i centri anti-violenza in Italia non siano abbastanza, a Secco che era in fissa con Magic). Al centro del racconto c’è soprattutto il rapporto con il denaro, o meglio con la sua assenza: non solo come problema pratico, ma come condizione mentale capace di influenzare relazioni, scelte e autostima.
Tra ansia economica, frustrazione e piccoli tentativi di resistere al cinismo quotidiano, Zerocalcare costruisce una storia profondamente contemporanea, in cui è facile riconoscersi anche quando tutto sembra esasperato. Il risultato è un racconto che parla di precarietà senza mai diventare pesante, riuscendo invece a trasformare il disagio generazionale in qualcosa di autentico, umano e persino divertente.
E quindi eccoci qui: questi sono i dieci momenti in cui ho dovuto prendere i fazzoletti, fermare la puntata per qualche secondo e asciugare lacrime e mascara colati insieme, perché Due Spicci a un certo punto smette semplicemente di essere una serie tv e decide di colpirti direttamente nei traumi.
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ToggleI dieci momenti più toccanti di Due Spicci
Non sono in ordine, non seguono una classifica e probabilmente non hanno nemmeno troppo senso cronologico. Sono letteralmente appunti sparsi presi mentre guardavo la serie, perché sapevo già che Due Spicci mi avrebbe distrutta psicologicamente e che, a un certo punto, avrei avuto bisogno di scrivere tutto da qualche parte come forma di sopravvivenza emotiva.
Vi avvis, questo articolo è lunghissimo perché guardando Due Spicci ho pianto tanto.
La generazione Erasmus e la solitudine che ci appartiene
Sarà che oggi sono Presidente di Erasmus Student Network nella città in cui vivo e che proprio questa mattina abbiamo inaugurato la nostra ESN House. Sarà che io stessa sono stata in Erasmus per dieci mesi e che i primi cinque sono stati terribili: chiusa in camera da sola a studiare, guardare serie tv e convincermi che fosse normale sentirmi completamente scollegata da chiunque mi circondasse. Incapace di costruire amicizie vere perché l’ansia mi faceva sentire distante anni luce da qualsiasi persona provasse anche solo ad avvicinarsi a me.
E sarà anche che quel tipo di solitudine io l’avevo già conosciuta alle superiori, in forme diverse ma con lo stesso identico peso addosso. Però la scena dedicata a Montini (quella proprio in cui si parla di come lui fosse semplicemente abbandonato a se stesso), mi ha comunque pugnalata, perché Zerocalcare riesce a raccontare quella sensazione specifica che tantissimi ragazzi vivono e che quasi nessuno riesce mai a spiegare davvero: sentirsi fuori posto anche nei momenti in cui dovresti essere più felice. Sentirti invisibile mentre tutti gli altri sembrano sapere esattamente come fare amicizia, come vivere, come parlare, come stare al mondo.
Siamo la Generazione Erasmus, ci ripetono continuamente. La generazione che appartiene al mondo. Quella che parte, che studia all’estero, che costruisce connessioni internazionali, che cambierà il futuro (poca pressione addosso). E in parte è vero. L’Erasmus ti cambia davvero la vita. Ti costringe a crescere, a reinventarti, a capire chi sei lontano da tutto quello che conoscevi prima. Nel mio caso è successo davvero, e probabilmente non sarei la persona che sono oggi senza quell’esperienza.
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Ma c’è una parte di cui si parla molto meno. Perché tutta questa libertà, tutta questa possibilità di “prendersi il mondo”, funziona soltanto se dietro hai qualcuno che ti tiene in piedi quando stai crollando. Qualcuno che, anche a distanza, riesca a farti sentire che non sei sola. Che se hai una giornata di merda, se piangi nel bagno della tua stanza all’estero chiedendoti perché tutti sembrano felici tranne te, esiste comunque un posto in cui puoi tornare emotivamente. E invece tante volte non succede.
Tante volte ci sentiamo addosso la pressione di dover vivere continuamente esperienze incredibili, essere sociali, brillanti, indipendenti, perfettamente integrati in questa narrazione romantica della giovinezza cosmopolita. Ma nessuno racconta abbastanza quanto possa essere violento sentirsi soli in mezzo a tutto questo. Ed è lì che la scena di Montini fa male davvero. Perché non parla solo di Erasmus, o di università, o di amicizie. Parla di quel bisogno disperato, forse persino di quella necessità, di sentirsi accolti da qualche parte. Di avere qualcuno che ti guardi e ti faccia capire che puoi esistere anche nei tuoi momenti peggiori, senza dover essere sempre interessante, simpatico o performante.
La zattera e il naufragio

La metafora della zattera e del naufragio, poi, è una di quelle cose che Zerocalcare lascia lì apparentemente in sottofondo e che invece continua a tornarti addosso episodio dopo episodio. All’inizio c’è questa idea della zattera come spazio collettivo: si sta tutti insieme, si galleggia in gruppo, si condivide il peso delle cose. O forse, più semplicemente, si fa finta che quel peso non esista davvero. Si ride, si parla, si sopravvive insieme abbastanza da convincersi che basti questo per non affondare. E invece arriva sempre il momento in cui ti guardi attorno e ti accorgi che quella zattera non esiste più.
Che ognuno, in realtà, è finito sopra un pezzo di legno diverso. Da solo. A cercare di restare a galla come può mentre intorno arriva la tempesta. Ed è una metafora devastante perché racconta perfettamente quel passaggio ambiguo dell’età adulta in cui, a un certo punto, smetti di sentirti parte di qualcosa di collettivo e inizi a percepire la solitudine individuale di tutti. Anche delle persone che ami. Anche di quelle che sembrano stare bene.
Crescendo capisci che nessuno ha davvero capito come si vive. Che tutti stanno improvvisando. Che ognuno combatte silenziosamente con il proprio naufragio personale mentre cerca contemporaneamente di non far preoccupare gli altri. E credo che Due Spicci faccia così male proprio per questo: perché non romanticizza mai la sofferenza, ma riesce a mostrare quanto sia umana questa sensazione di deriva continua. Il desiderio disperato di trovare qualcuno con cui condividere almeno un pezzo di mare agitato, anche solo per non sentirsi completamente soli mentre tutto sembra crollare.
I segreti di Cinghiale
Forse la prima vera lacrima della serie, per me, è arrivata con Cinghiale, con i suoi segreti. Con quel modo disperato di cercare di “galleggiare” da solo mentre dentro stava già affondando da tempo. Lui, che nelle serie precedenti abbiamo visto sempre come un personaggio forte e come anche in questo episodio si mostri come la persona “più grande”, quella che sa come vivere, che è un po’ idolatrata da tutti perché fa tutte le esperienze prima di te, mostra il suo lato debole.
Per un anno intero si porta addosso tutto senza dire niente a nessuno, cercando di gestire da solo qualcosa più grande di lui, con la paura costante che tutto ciò che ha costruito possa sparire da un momento all’altro (l’amore e la famiglia in primis). E la cosa devastante è che non lo fa per egoismo, ma quasi per vergogna. Per quel meccanismo tossico che ci convince che chiedere aiuto significhi essere un peso per gli altri, significhi essere debole e la debolezza è un male.
Nella serie la metafora passa attraverso i soldi, i debiti, la mafia, la pressione concreta di qualcosa che può distruggerti davvero, che può ucciderti e fare del male alle persone a cui vuoi bene. Ma è impossibile non leggerci dentro molto altro. Perché nella vita reale quei “mostri” spesso sono invisibili: ansia, depressione, precarietà, paura del fallimento, senso di inadeguatezza, burnout, solitudine, non arrivare a fine mese perché pur facendo un lavoro full-time, i soldi non bastano.
Sono tutte quelle cose che ci diciamo riusciremo a gestire da soli. Quelle che teniamo chiuse dentro per giorni, settimane, mesi o anni mentre continuiamo comunque ad andare a lavoro, uscire con gli amici, rispondere ai messaggi con un “tutto bene” automatico. Finché a un certo punto non reggiamo più. E allora esplode tutto insieme.
Ed è questo che mi ha distrutta di quella storyline: il modo incredibilmente realistico in cui mostra quanto sia facile isolarsi quando si sta male. Quanto il dolore riesca a convincerti che devi affrontarlo in silenzio e fingere che tutto vada bene. Che devi continuare, restando sulla metafora della zattera, a galleggiare anche quando sei già sott’acqua da un pezzo. Zerocalcare riesce a raccontare benissimo quella sensazione soffocante di essere intrappolati dentro problemi che diventano sempre più grandi proprio perché nessuno li vede, o forse perché facciamo di tutto per far sì che nessuno li veda.
La madre, l’anima in pena e i sensi di colpa

E guai a stare male, poi, se nella vita “hai tutto”. Se hai una famiglia che ti ama, dei genitori che, nonostante tutti i loro limiti umani, ti hanno sempre dato amore, rispetto e un posto sicuro in cui tornare; quel posto dove sai che puoi rifugiarti quando il mondo fuori diventa troppo pesante, anche solo per “mangiare le cotolette” e sentirti di nuovo bambina per qualche ora. Perché nessuno parla mai davvero del senso di colpa che si prova quando stai male pur avendo tutto questo.
Nessuno ti prepara alla vergogna che senti quando sei estremamente triste, quando l’ansia ti tiene sveglia la notte o quando la depressione ti svuota completamente, nonostante tu abbia persone che ti vogliono bene, un compagno che ti ama, degli amici presenti, una famiglia che c’è. Come se il dolore dovesse essere meritato per essere legittimo.
E invece Due Spicci centra anche questa cosa qui, con una precisione quasi crudele: il fatto che la sofferenza non segue una logica meritocratica. Non arriva solo a chi ha avuto un’infanzia terribile o una vita devastata, come Smeralda che è letteralmente sempre vissuta in mezzo alla violenza. A volte arriva anche quando, teoricamente, dovresti sentirti fortunata, come Zerocalcare stesso, con una famiglia amorevole. E allora al dolore si aggiunge il senso di colpa, perché inizi a pensare di non avere il diritto di stare male, e pensi che i tuoi genitori starebbero male a pensare che, nonostante tutti i loro sacrifici, tu stai male.
Ti dici che ci sono persone che soffrono davvero, che dovresti semplicemente essere grata, che non puoi lamentarti. E così finisci per minimizzare tutto quello che senti, fino quasi a convincerti che il problema sia tu. Credo che una delle cose più potenti della serie sia proprio questa: ricordarti che il dolore emotivo non diventa meno reale solo perché nella tua vita esiste anche l’amore. Le due cose possono convivere. Puoi essere amata profondamente e sentirti comunque persa. Puoi avere una rete pronta a prenderti al volo e continuare comunque a precipitare dentro te stessa. Ed è una verità di cui si parla ancora troppo poco.
Il borsone pesantissimo
Quando Smeralda se ne va con quel borsone in spalla, la prima cosa che pensi è che sia piccolo. Sembra quasi una banalissima borsa da palestra, una di quelle che usi per andare a nuoto o per partire due giorni senza troppo organizzarti. E invece, mentre la guardi trascinarsela dietro, capisci subito che dentro c’è molto più di qualche vestito. Dentro quel borsone c’è il peso intero della vita.
Ci sono le cose non dette, le delusioni, la fatica di restare a galla, le aspettative che gli altri proiettano addosso a te e quelle, ancora peggiori, che proietti tu stessa su di te. C’è, soprattutto, la violenza di un compagno che sei convinta di amare, di un compagno che pensi che ti ami, ma che ti picchia. Ed è devastante il modo in cui Zerocalcare riesce a rendere fisico quel peso emotivo (e devastante è anche rivedere personaggi delle altre serie, nei suoi traumi). Perché tutti noi, in qualche modo, ci trasciniamo dietro un borsone invisibile ogni giorno. Alcuni riescono a portarlo meglio, alcuni imparano a conviverci, altri fanno finta che non esista. Ma il peso resta.
E quella scena di Due Spicci mi ha ricordato tantissimo How I Met Your Mother, quando si parla della “valigia” che ogni persona si porta dietro. Quel bagaglio fatto di traumi, paure, relazioni finite male, perdite, insicurezze, fallimenti. Tutte cose che inevitabilmente finiscono per influenzare il modo in cui amiamo, viviamo e ci relazioniamo agli altri.
La differenza è che in Due Spicci quella metafora sembra ancora più concreta, quasi brutale, perché il borsone di Smeralda non è solo simbolico: sembra davvero pesare fisicamente sul suo corpo, sul suo modo di camminare, sul modo in cui attraversa il mondo. Ed è impossibile non pensarci mentre guardi la scena. A tutte le volte in cui anche noi abbiamo continuato a muoverci normalmente mentre dentro stavamo trasportando qualcosa di enorme. Qualcosa che gli altri magari non vedevano, ma che a noi sembrava spezzarci la schiena ogni singolo giorno.
I muri e la metafora della casa
Ho singhiozzato davvero davanti alla scena in cui l’Armadillo parla della convivenza e delle mura, e non lo dico in senso metaforico. Perché Zerocalcare, ancora una volta, prende una situazione apparentemente quotidiana (la convivenza, il condividere i propri spazi con qualcuno) e la trasforma in un discorso devastante su quanto sia difficile lasciare che le persone ci conoscano davvero.
Non parla solo della paura di vivere con qualcuno. Parla della paura di essere visti, di quanto costruiamo continuamente confini tra noi e gli altri. Prima quelli con gli sconosciuti, inevitabilmente superficiali. Poi quelli con i conoscenti, con gli amici, con le persone che amiamo. E infine quel nucleo più interno che teniamo nascosto praticamente a tutti. Quel posto che teoricamente dovrebbe essere “sicuro”, ma che in realtà è terrificante.
Un posto pieno di piante spinose, stanze chiuse e cose che facciamo di tutto per non guardare troppo a lungo nemmeno noi stessi. Perché lasciare entrare qualcuno lì dentro significherebbe mostrargli il nostro vero io. E quando dico “vero io” non intendo una versione pura o romantica di noi stessi. Intendo i traumi, le paure, le ferite e tutte quelle esperienze che hanno costruito la persona che oggi mostriamo al mondo.
Credo che una delle cose più dolorose della crescita sia proprio questa: capire che farsi amare davvero significa, inevitabilmente, rischiare di essere conosciuti davvero. E quindi anche rifiutati davvero. Per questo spesso preferiamo lasciare le persone ferme sulla soglia, mostrare solo le parti più gestibili di noi. Quelle più simpatiche, più leggere, più facili da accettare. perché abbiamo il terrore che, se qualcuno vedesse cosa c’è davvero dietro quella porta, potrebbe decidere che è troppo.
Due Spicci riesce a raccontare questa paura in modo quasi insopportabilmente preciso. Quella sensazione di voler disperatamente essere capiti e, contemporaneamente, fare di tutto per impedire agli altri di avvicinarsi troppo.
I sottoni
E poi ci sono i sottoni. Quelle persone che sai che ci saranno sempre. E proprio per questo finisci per trattarle come se fossero infinite. Come se il loro tempo valesse meno del tuo. Come se fossero una specie di piano d’emergenza emotivo sempre disponibile. Non importa se hanno impegni. Non importa se magari sono stanchi, se hanno avuto una giornata di merda o se, banalmente, vorrebbero stare a casa da soli. Non importa nemmeno se non vi sentite da mesi. Tu sai già che, nel momento in cui scriverai, loro risponderanno. Sempre. Dopo il primo squillo. O, per essere realistici, trenta secondi dopo il messaggio. E non ti diranno mai di no.
Perché i sottoni spesso vivono in quella zona grigia emotiva in cui il problema non è tanto uscire o non uscire, ma sentirsi scelti. Sentire che qualcuno, anche solo per una sera, abbia pensato a loro. E allora accettano sempre. Anche quando magari non ne hanno voglia davvero, anche quando sanno perfettamente di essere stati l’ultima opzione dopo che qualcun altro ha detto no. E questa cosa fa malissimo perché, se sei stato quella persona almeno una volta nella vita, quella scena ti devasta.
Se sei stato quello che per mesi scriveva nel gruppo WhatsApp “ragazzi ci prendiamo un caffè?”, quello che cercava continuamente di organizzare qualcosa, di tenere insieme rapporti che sembravano sempre sul punto di spegnersi, sai esattamente di cosa sta parlando Zerocalcare. Perché dietro quel “sì” automatico non c’è solo disponibilità, c’è la paura di essere dimenticati. La paura che, dicendo no una volta, magari nessuno ti inviterà più. C’è una forma di FOMO molto più triste di quella classica: non la paura di perderti un evento, ma la paura di non essere mai davvero importante per nessuno.
E allora continui a esserci. Sempre reperibile. Sempre disponibile. Sempre pronto a incastrarti nei piani degli altri pur di sentirti parte di qualcosa. Forse è per questo che la scena colpisce così tanto: perché non prende in giro i sottoni, non li tratta come meme viventi. Li guarda con una tenerezza quasi crudele. Mostra tutta la fragilità che c’è dietro quel bisogno disperato di essere scelti, anche solo all’ultimo minuto.
Montini e l’inferno
Torniamo a Montini, perché credo sia uno dei personaggi che mi ha spezzata di più. Montini lasciato solo a vivere il suo inferno personale mentre tutti gli altri, in un modo o nell’altro, avevano almeno qualcuno pronto a coprirgli le spalle. Una famiglia da cui tornare, un divano su cui crollare, un posto sicuro in cui rifugiarsi quando tutto diventava troppo. Lui no. Montini aveva soltanto se stesso.
E quando cresci così, senza rete di sicurezza, senza qualcuno che possa davvero permetterti di crollare, impari molto presto che non puoi permetterti certe cose. Non puoi dire “non ce la faccio”. Non puoi avere paura troppo a lungo. Non puoi fermarti. Devi andare avanti anche quando stai annegando, perché nessuno verrà davvero a tirarti fuori dall’acqua. È questa la tragedia del personaggio: il fatto che la sua durezza non sembri mai una scelta, ma una necessità di sopravvivenza.
Montini vive costantemente in modalità emergenza. E quando vivi così per anni, a un certo punto smetti quasi di immaginare un’alternativa possibile. L’inferno diventa normalità. La rabbia diventa linguaggio. La sopravvivenza sostituisce completamente l’idea stessa di serenità. Eppure, paradossalmente, è proprio lui che alla fine salva gli altri. Come se le persone più abituate al dolore sviluppassero una capacità quasi istintiva di proteggere chi hanno intorno, anche quando nessuno ha mai protetto loro davvero.
E quella conclusione fa malissimo proprio per questo. Perché Montini, alla fine, all’inferno ci finisce davvero. Letteralmente. Ma in qualche modo è anche il primo momento in cui sembra smettere completamente di essere solo. E non voglio assolutamente romanticizzare il carcere o raccontarlo come un luogo che “salva” le persone (sappiamo benissimo che il sistema carcerario italiano è tutt’altro che riabilitativo). Però Zerocalcare riesce comunque a inserire una sfumatura dolorosissima: l’idea che alcune persone passino talmente tanto tempo a sentirsi escluse dal mondo da trovare una forma distorta di appartenenza perfino nei luoghi peggiori.
Come se, per la prima volta, Montini non dovesse più fingere di stare bene. Non dovesse più reggere tutto da solo. Non dovesse più sopravvivere performando continuamente indifferenza. Ed è devastante pensare che certe persone riescano a sentirsi meno sole solo dopo aver toccato il fondo.
I tre porcellini e la casa
Il racconto dei tre porcellini è una delle scene che mi ha colpita di più in assoluto di Due Spicci, probabilmente perché dietro una favola che conosciamo tutti Zerocalcare riesce a infilare uno dei discorsi più dolorosamente umani dell’intera serie. E no, non parlo tanto della parte legata al capitalismo o allo sfruttamento (che comunque c’è), ma di quel bisogno disperato di costruirsi una “casa di mattoni” abbastanza forte da proteggerci dal lupo da cui continuiamo a scappare.
Perché il figlio di Cinghiale, in quella scena, non sta parlando davvero di mattoni. Sta parlando di sicurezza, di stabilità, del desiderio quasi infantile di trovare finalmente un posto in cui smettere di avere paura. E credo che tantissimi di noi passino la vita intera a cercare quella casa.
Cerchiamo di costruirla attraverso il lavoro, le relazioni, i soldi, i successi personali, la terapia, le abitudini, qualunque cosa possa convincerci che finalmente saremo al sicuro, che se i muri saranno abbastanza solidi allora niente riuscirà più a distruggerci. Ma poi arriva Zerocalcare e, con una semplicità devastante, ribalta completamente il discorso, perché il punto non è essere indistruttibili.
Non è diventare abbastanza forti, abbastanza perfetti o abbastanza “sistemati” da non avere più paura del lupo. Il punto è avere qualcuno accanto quando quel lupo arriva davvero. Qualcuno che resti. Qualcuno che ti aiuti a sostenere il peso della paura invece di lasciarti affrontare tutto da solo. Ed è una cosa che mi ha distrutta perché va completamente contro l’idea di autosufficienza con cui siamo cresciuti.
Ci insegnano continuamente che dobbiamo cavarcela da soli, costruire da soli la nostra casa di mattoni, diventare abbastanza forti da non dipendere da nessuno. Ma Due Spicci ti ricorda che gli esseri umani non funzionano così, che a volte la differenza tra crollare e resistere non è quanto siano solidi i tuoi muri, ma chi hai vicino mentre il lupo soffia.
La relazione tossica
Qui potrei letteralmente iniziare a scrivere adesso e finire domani mattina (e infatti aspettatevi un articolo intero solo su questo tema) quindi cercherò di non dilungarmi troppo. Però una delle cose che Due Spicci fa meglio è raccontare le relazioni tossiche senza trasformarle in qualcosa di semplice da identificare. Nella serie ne vediamo due, molto diverse tra loro.
La prima è quella che tutti riconoscono immediatamente come violenza: quella di Smeralda. Lei che viene picchiata dal fidanzato, che è costretta a scappare, a nascondersi, a cercare un posto sicuro. Eppure continua ad amarlo. Continua a voler tornare da lui. Ed è devastante proprio per questo, perché Zerocalcare riesce a raccontare una verità scomodissima: il fatto che la violenza raramente cancella automaticamente il sentimento. Soprattutto quando sei cresciuta dentro certi meccanismi.
Smeralda è una persona che nella violenza ci è praticamente cresciuta. E allora finisce inevitabilmente per cercare amore negli unici modi che il suo cervello ha imparato a riconoscere. Cerca persone che la desiderino in maniera totalizzante, che la vogliano fino quasi a consumarla. Anche quando questo desiderio si trasforma in controllo, rabbia o abuso. E la scena del centro antiviolenza fa malissimo proprio per questo. Perché lei l’aiuto lo cerca, in un certo senso. Ma contemporaneamente non riesce davvero ad accettarlo. Non vuole sentirsi debole. Non vuole essere quella da salvare. Come se chiedere aiuto significasse ammettere definitivamente di essere una vittima. Ed è una dinamica realissima, raccontata con una delicatezza incredibile.
Poi però c’è anche l’altra relazione. Quella di Sara. E lì Zerocalcare fa una cosa ancora più importante: mostra una violenza che non lascia lividi evidenti. Non c’è aggressione fisica, non ci sono pugni, non ci sono fughe disperate. Però c’è il controllo costante. Ci sono le giustificazioni continue. C’è quella sensazione di dover sempre rendere conto a qualcuno di dove sei, con chi sei, perché sei uscita, perché non hai risposto subito. E chiunque abbia vissuto una relazione del genere sa quanto possa diventare soffocante.
Perché la violenza psicologica ha questa caratteristica terribile: spesso è invisibile perfino a chi la vive. Ti convince lentamente che sia normale. Che certe gelosie siano amore. Che controllarti significhi tenere a te. Che dover modificare continuamente il tuo comportamento per evitare litigi sia semplicemente “compromesso”. Ma non lo è. Sono entrambe forme di violenza. Solo che una lascia segni sul corpo e l’altra te li lascia dentro.
Bonus: Giulio
Ma vogliamo parlare di quanto ho pianto per quel cane? Perché io, a un certo punto, ero sinceramente pronta a spaccare tutto. Quando ho creduto che fosse morto ho avuto proprio quella sensazione fisica di vuoto allo stomaco che ti fanno venire solo certe scene costruite apposta per colpirti nei punti più vulnerabili. E la cosa assurda è che Due Spicci riesce a farti soffrire per un cane con la stessa intensità con cui ti ha appena distrutto emotivamente parlando di depressione, solitudine e relazioni tossiche. Perché in fondo quel cane non è mai soltanto un cane.
È la fragilità. È il bisogno di proteggere qualcosa di innocente in mezzo a tutto quel caos. È l’idea che, nonostante tutto il cinismo e tutta la rabbia del mondo raccontato da Zerocalcare, esista ancora uno spazio minuscolo per la cura. E infatti poi sono crollata ancora di più quando ho scoperto che era vivo. E soprattutto quando ho visto Zerocalcare prendersene cura.
Perché lì Due Spicci cambia completamente tono per qualche minuto e ti ricorda una cosa semplicissima: che a volte salvarsi passa anche attraverso il prendersi cura di qualcuno. O di qualcosa.
In mezzo a personaggi che stanno tutti lentamente annegando nei propri problemi, quella scena sembra quasi dire che l’affetto, anche quello più piccolo e quotidiano, può ancora esistere. Che persino persone profondamente rotte possono essere delicate con qualcuno più fragile di loro. Ed è probabilmente questo il motivo per cui quella storyline colpisce così tanto: perché dentro una serie piena di dolore, ansia e senso di fallimento, vedere qualcuno scegliere di proteggere invece che distruggere diventa quasi commovente.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


