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Ranucci fuori da Report: quando a festeggiare il silenziamento di una voce sono proprio i giornalisti

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Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. La decisione della Rai è ormai ufficiale: dalla prossima stagione il programma sarà affidato a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti. L’azienda parla di una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’approfondimento del servizio pubblico e sottolinea professionalità, esperienza e indipendenza dei nuovi conduttori.

Giulia-Presutti-e-Daniele-Piervincenzi Ranucci fuori da Report: quando a festeggiare il silenziamento di una voce sono proprio i giornalisti

Ma questa storia merita di essere osservata da una prospettiva diversa. Perché al di là delle valutazioni sui due nuovi conduttori, al di là delle polemiche che negli ultimi mesi hanno coinvolto Ranucci e al di là delle ragioni organizzative addotte dalla Rai, c’è una domanda che dovrebbe riguardare soprattutto chi fa il giornalista: siamo davvero sicuri che ci sia qualcosa da festeggiare quando una voce viene tolta da un programma di giornalismo d’inchiesta?

Ranucci: “Un progetto per chiudere Report”

Ranucci ha reagito duramente alla decisione. A margine della presentazione del suo spettacolo a Favignana ha definito la sostituzione una scelta che mortifica la storia e le professionalità di Report, arrivando a sostenere che dietro ci sia un progetto per chiudere la trasmissione. Ha inoltre contestato con StyleMagazine le alternative professionali proposte dalla Rai, spiegando di non volerle accettare.

La Rai, dal canto suo, sostiene una posizione diversa. L’azienda ha offerto al giornalista tre possibilità di ricollocazione professionale, mentre ha ribadito che il giornalismo d’inchiesta continuerà a essere un elemento distintivo del servizio pubblico.

È importante, dunque, distinguere i fatti dalle interpretazioni. La decisione della Rai è un fatto. Che sia motivata da ragioni editoriali, organizzative o politiche è invece una questione che resta al centro dello scontro e che dovrà essere valutata sulla base degli elementi disponibili. Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Il problema non sono Presutti e Piervincenzi

Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi non sono il problema. Trasformare due giornalisti chiamati a condurre un programma in bersagli personali sarebbe ingiusto e soprattutto sposterebbe il dibattito dalla questione centrale. Il punto è ciò che accade quando una televisione pubblica decide di cambiare il volto di un programma costruito, nel corso degli anni, anche attorno alla personalità del suo conduttore.

Report non è semplicemente un contenitore televisivo al quale basta sostituire un presentatore con un altro. È un programma che ha costruito una precisa identità attraverso le sue inchieste, i suoi inviati e il rapporto con il pubblico. La stessa Rai lo definisce una delle espressioni più importanti del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico.

Cambiarne la conduzione non significa automaticamente distruggerlo. Ma significa certamente aprire una fase delicata, soprattutto quando la sostituzione arriva dopo mesi di tensioni e polemiche.

La parte più inquietante? I giornalisti che festeggiano

Ed è qui che il discorso diventa ancora più ampio. In queste ore il dibattito pubblico non si è limitato a interrogarsi sulle ragioni della decisione. C’è anche chi, soprattutto nel mondo dell’informazione, sembra accogliere con soddisfazione l’uscita di Ranucci, come dimostrano le prime pagine dei più importanti giornali di destra. Ed è difficile non provare una certa inquietudine davanti a questo atteggiamento.

Perché si può criticare Ranucci. Si possono contestare i suoi servizi, il suo modo di condurre, le sue scelte editoriali, il suo stile comunicativo. Si può perfino ritenere che Report abbia bisogno di un cambiamento. Il dissenso nei confronti di un giornalista è perfettamente legittimo.

Quello che dovrebbe preoccuparci è un’altra cosa: gioire perché una voce scomoda viene privata del proprio spazio. Un giornalista non dovrebbe desiderare che un altro giornalista perda il proprio megafono. Dovrebbe desiderare che ci siano più megafoni, più inchieste, più punti di vista, più possibilità di mettere in discussione il potere.

Se una voce non ci piace, la risposta dovrebbe essere più informazione

La libertà di stampa non può diventare un principio da difendere soltanto quando a parlare è qualcuno con cui siamo d’accordo. È facile difendere un giornalista quando attacca qualcuno che non sopportiamo. È molto più difficile farlo quando mette sotto accusa la parte politica, economica o culturale alla quale ci sentiamo più vicini. Ma è proprio in quel momento che la libertà dell’informazione assume il suo significato più importante.

224601729-b0dca89d-fa30-4ef3-8231-ea57fdf47b98-1024x576 Ranucci fuori da Report: quando a festeggiare il silenziamento di una voce sono proprio i giornalisti

Se Ranucci sbaglia, si risponde con altre inchieste. Se un servizio è scorretto, lo si dimostra. Se una ricostruzione è falsa, la si smentisce con i fatti. Se un giornalista perde credibilità, sarà il pubblico a giudicarlo. Il principio dovrebbe essere semplice: non si combatte una voce spegnendola, ma mettendola alla prova con altre voci.

Una scelta che arriva in un momento particolare

La decisione della Rai arriva inoltre dopo settimane particolarmente complicate per Ranucci e per Report. A luglio la Direzione Approfondimento aveva sospeso cautelativamente le repliche estive del programma, spiegando di voler attendere che fosse fatta piena chiarezza sulla vicenda che coinvolgeva il conduttore.

Nei giorni successivi si è aperto il confronto sul futuro della trasmissione e sulla possibile ricollocazione di Ranucci. La redazione ha espresso forti preoccupazioni, mentre alcuni inviati hanno minacciato le dimissioni in blocco.

Ora la decisione è arrivata. E proprio per questo sarebbe necessario mantenere la testa fredda. Non trasformare la vicenda in una tifoseria tra chi considera Ranucci un simbolo intoccabile e chi invece festeggia la sua uscita.

Il servizio pubblico non dovrebbe avere paura delle voci scomode

La questione, alla fine, non riguarda soltanto Sigfrido Ranucci, ma riguarda l’idea stessa di servizio pubblico. Una televisione pubblica dovrebbe essere il luogo nel quale trovano spazio anche le voci che disturbano, che fanno domande scomode, che mettono in discussione versioni ufficiali e che costringono il potere a rispondere.

pexels-photo-518543 Ranucci fuori da Report: quando a festeggiare il silenziamento di una voce sono proprio i giornalisti

Questo non significa che un conduttore debba essere eterno o che un programma non possa cambiare. Significa però che ogni cambiamento dovrebbe essere osservato con attenzione, soprattutto quando riguarda una trasmissione di inchiesta. E dovrebbe far riflettere ancora di più vedere giornalisti che salutano con entusiasmo l’uscita di scena di un collega.

Perché oggi può essere Ranucci. Domani potrebbe essere qualcun altro. E quando arriverà il momento in cui a essere considerata “scomoda” sarà la nostra voce, potrebbe essere troppo tardi per ricordarsi che la libertà di stampa non consiste nel poter parlare soltanto quando qualcuno ci garantisce che ciò che diciamo è gradito.

Una democrazia sana non ha bisogno di giornalisti tutti d’accordo. Ha bisogno di giornalisti liberi di farsi domande, di fare domande e, soprattutto, di disturbare il potere. Anche quando quel giornalista non ci piace.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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