L’amministrazione Trump finisce in tribunale: class action contro il divieto di copertura sanitaria per le persone transgender
L’amministrazione Trump è di nuovo al centro di una battaglia legale. La Human Rights Campaign Foundation (HRCF), insieme allo studio legale Correia & Puth, ha presentato una class action davanti a un tribunale federale di Washington contro l’Office of Personnel Management (OPM), accusando il governo di discriminare migliaia di dipendenti pubblici transgender e le loro famiglie.
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Al centro della causa c’è la decisione di eliminare, dai piani assicurativi sanitari destinati ai dipendenti federali e ai lavoratori del servizio postale, la copertura per le cure di affermazione di genere. Una scelta che, secondo i ricorrenti, costringe molte persone a rinunciare a trattamenti considerati essenziali o ad affrontare spese economiche insostenibili.

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ToggleLa causa: “Una discriminazione illegale”
La class action, depositata il 3 agosto presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, sostiene che la politica dell’Office of Personnel Management violi il Titolo VII del Civil Rights Act, la legge federale che vieta le discriminazioni sul lavoro basate sul sesso.
Secondo i ricorrenti, escludere dalla copertura sanitaria le cure di affermazione di genere equivale a discriminare i lavoratori transgender esclusivamente in base alla loro identità. Nella denuncia viene utilizzato un paragone particolarmente forte: negare la prosecuzione di queste cure sarebbe “paragonabile al negare la terapia insulinica a una persona con diabete”.
La causa evidenzia inoltre un aspetto centrale della vicenda: molti dei farmaci, degli ormoni e degli interventi chirurgici esclusi continuano a essere rimborsati dalle assicurazioni quando vengono prescritti per altre patologie. A cambiare, quindi, non sarebbe il trattamento in sé, ma il motivo per cui viene richiesto.
Costi enormi per chi ha bisogno delle cure
Tra i querelanti figurano diversi dipendenti federali che raccontano le conseguenze concrete della nuova politica. Un dipendente del Dipartimento di Stato, che segue una terapia ormonale dal 2018, afferma di dover affrontare oltre 100.000 dollari di spese dopo che l’intervento chirurgico previsto non è più coperto dall’assicurazione sanitaria.
Un altro lavoratore dello stesso dipartimento denuncia l’esclusione dalla copertura persino della terapia ormonale ordinaria, degli esami del sangue e delle visite di controllo.

Anche le famiglie risultano direttamente coinvolte. Un dipendente del servizio postale ha spiegato che continuare il percorso medico della figlia transgender potrebbe costringere la famiglia a esaurire i propri risparmi.
La causa contesta inoltre la cosiddetta eccezione prevista per chi era già “nel mezzo di un trattamento”, sostenendo che il governo non abbia mai chiarito chi possa realmente beneficiarne. Secondo quanto riportato, dal 2027 questa eccezione potrebbe scomparire del tutto.
Migliaia di persone coinvolte
L’obiettivo dichiarato della Human Rights Campaign Foundation è ripristinare la copertura sanitaria per decine di migliaia di dipendenti federali, pensionati e familiari.
Secondo le stime del Williams Institute, circa 39.400 persone transgender coperte dai piani sanitari federali potrebbero essere interessate dalla nuova normativa.
Si tratta di numeri significativi, che trasformano questa vicenda in uno dei principali contenziosi legati ai diritti delle persone transgender durante la nuova amministrazione Trump.
Le cure di affermazione di genere sono riconosciute dalla comunità scientifica
Uno degli elementi centrali della causa riguarda il consenso della comunità medica.
Le cure di affermazione di genere vengono considerate, per molte persone transgender, trattamenti medicalmente necessari e sono supportate da numerose organizzazioni scientifiche statunitensi, tra cui l’American Medical Association, l’American Academy of Pediatrics e l’American Psychological Association.
Secondo la letteratura scientifica citata dai ricorrenti, l’accesso a questi percorsi terapeutici è associato a un miglioramento della salute mentale, della qualità della vita e del benessere generale delle persone che li ricevono.
“Ci vediamo in tribunale”
La presidente della Human Rights Campaign Foundation, Kelley Robinson, ha definito la misura “l’ennesimo esempio dell’ossessione dell’amministrazione Trump nel prendere di mira le persone transgender”. “Il nostro messaggio all’amministrazione Trump è semplice: ci vediamo in tribunale“, ha dichiarato.

Secondo Robinson, negare l’accesso a cure sanitarie essenziali esclusivamente sulla base dell’identità di genere rappresenta una forma evidente di discriminazione e mette a rischio il lavoro, la salute e la stabilità economica di migliaia di famiglie.
Leggi il comunicato stampa qui.
Sulla stessa linea anche Cathy Harris, partner dello studio Correia & Puth, che ha sottolineato come i dipendenti federali stiano già attraversando un periodo complesso e non debbano subire ulteriori discriminazioni nell’accesso all’assistenza sanitaria.
Una battaglia destinata a fare giurisprudenza
Questa class action si inserisce in un contesto più ampio di scontri giudiziari tra l’amministrazione Trump e le associazioni per i diritti civili.
Negli ultimi mesi sono infatti state presentate numerose cause contro provvedimenti che riguardano le persone transgender, dall’accesso ai bagni pubblici alla presenza nelle forze armate, fino ai finanziamenti destinati alle scuole.
La decisione dei giudici potrebbe avere conseguenze ben oltre il caso specifico dei dipendenti federali. Se il tribunale dovesse ritenere discriminatoria la politica dell’Office of Personnel Management, il verdetto potrebbe diventare un precedente importante per le future controversie sui diritti delle persone transgender negli Stati Uniti.
Al contrario, una conferma della linea dell’amministrazione Trump rafforzerebbe ulteriormente la possibilità di limitare l’accesso a queste cure attraverso le politiche pubbliche. Per questo motivo, la causa è destinata a essere seguita con attenzione non solo dalle associazioni LGBTQ+, ma anche dagli esperti di diritto costituzionale e sanitario.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






