La favola del latte di Lollobrigida: ai bambini raccontiamo anche da dove viene davvero
Francesco Lollobrigida ha deciso di spiegare a un bambino da dove arriva il latte. Nel video pubblicato sui suoi social, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste mostra a Giulio alcune statuine di una vacca, una capra e una pecora, gli versa un bicchiere di latte e gli racconta quanto sia importante il lavoro degli allevatori. Il latte italiano, dice, è «uno straordinario prodotto», un’eccellenza che merita di essere raccontata anche attraverso una nuova campagna istituzionale sui canali Rai.
È una scena apparentemente innocente. Quasi una piccola lezione di educazione alimentare. Ma proprio perché è rivolta a un bambino, vale la pena chiedersi: perché raccontargli soltanto metà della storia?
Perché una cosa è dire da dove arriva il latte. Un’altra è raccontare perché una mucca produce latte, che cosa accade al suo vitello e che cosa comporta, per l’animale, vivere all’interno della filiera lattiero-casearia.
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ToggleNo, le mucche non fanno il latte per noi
Partiamo dalla frase più semplice, quella che abbiamo imparato tutti da bambini: «La mucca ci dà il latte».

È una formula innocua, quasi poetica, ma è anche una semplificazione che rischia di trasformare un processo biologico in una favola. La mucca non produce latte perché gli esseri umani possano berlo. Lo produce per nutrire il proprio vitello. Esattamente come una donna produce latte per il proprio bambino.
Perché una vacca produca latte deve prima partorire. E questo significa che la riproduzione non è un dettaglio secondario della produzione lattiera: è parte del suo funzionamento. Dopo la nascita, però, il rapporto tra madre e figlio può essere profondamente diverso da quello che immaginiamo quando pensiamo a una fattoria idilliaca.
L’EFSA spiega che la separazione della vacca dal vitello poco dopo la nascita è la pratica convenzionale nella grande maggioranza degli allevamenti da latte. L’Autorità europea ha inoltre evidenziato i benefici del contatto tra madre e vitello e i rischi associati a una separazione precoce, raccomandando almeno un periodo di contatto dopo il parto e indicando ulteriori vantaggi quando il contatto viene prolungato.
Questa non è propaganda animalista. È una valutazione scientifica dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare.
Il vitello che scompare dalla storia
Nel video di Lollobrigida, il latte passa dalla mucca al bicchiere del bambino. Ma manca un personaggio fondamentale: il vitello. Ed è proprio qui che la favola si rompe.
Il latte che vediamo nel bicchiere non compare magicamente nella mammella della mucca. Prima c’è una gravidanza, poi un parto e poi la produzione di latte. Nella filiera convenzionale, il vitello viene generalmente separato dalla madre poco dopo la nascita e allevato con modalità che possono includere ricovero individuale e alimentazione artificiale. L’EFSA segnala tra le principali criticità per il benessere dei vitelli anche lo stress da isolamento, l’impossibilità di esprimere alcuni comportamenti naturali e l’assenza del contatto con la madre.

E allora, se vogliamo davvero fare educazione alimentare ai bambini, perché fermarsi alla statuina della mucca?
Perché non mostrare anche il vitello? Perché non spiegare che il latte nasce da un processo riproduttivo? Perché non raccontare che esistono sistemi di allevamento differenti e che il modo in cui vengono gestiti il rapporto madre-figlio, gli spazi, l’alimentazione e la stabulazione ha conseguenze sul benessere degli animali?
Non servirebbe dire a un bambino cosa deve mangiare. Servirebbe semplicemente permettergli di sapere cosa sta mangiando.
La mucca non è una macchina per il latte
C’è poi un’altra parte della storia che normalmente scompare dietro l’immagine rassicurante della fattoria: la vita della vacca da latte.
Non tutte le aziende sono uguali e parlare genericamente di «allevamenti intensivi» come se rappresentassero ogni realtà sarebbe scorretto. Ma sarebbe altrettanto scorretto fingere che il problema del benessere animale non esista.
L’EFSA ha individuato, per le vacche da latte, diverse conseguenze dannose legate ai sistemi di allevamento: disturbi locomotori e zoppia, mastite, limitazione dei movimenti, difficoltà nell’esprimere comportamenti di comfort e disturbi metabolici. Sono problemi talmente rilevanti da essere stati oggetto di uno specifico parere scientifico destinato anche ai decisori politici e alla revisione della normativa europea sul benessere animale.
Quindi sì, possiamo parlare della qualità del latte italiano. Possiamo parlare dei formaggi Dop, dei casari, degli allevatori, della tradizione e dell’importanza economica della filiera. Ma se una campagna viene presentata come un messaggio istituzionale rivolto al pubblico, non possiamo trasformare gli animali in semplici comparse di una pubblicità.
Una mucca non è una bottiglia di latte con le zampe. È un animale.
E alla fine della storia cosa succede alla mucca?
C’è un’altra domanda che nella favoletta del latte non trova spazio: che cosa succede alla vacca quando non è più produttiva?
Anche qui bisogna evitare semplificazioni: le modalità e i tempi dipendono dall’animale, dall’allevamento e dalla gestione. Ma la filiera lattiero-casearia è inevitabilmente collegata anche alla produzione di carne.
La vacca da latte non vive per sempre producendo latte. A un certo punto della sua vita produttiva viene riformata e destinata alla macellazione. Il suo corpo entra quindi anche nella filiera della carne.
E il vitello che abbiamo tolto dalla storia? Anche lì esistono destini diversi a seconda del sesso, della razza e del sistema produttivo. Una parte dei vitelli maschi provenienti dalla filiera lattiera viene allevata per la produzione di carne. L’EFSA dedica infatti una parte specifica della propria valutazione ai sistemi di allevamento dei vitelli destinati alla produzione di carne bianca.
Sono informazioni che possono essere difficili da raccontare. Ma difficoltà non significa che debbano essere nascoste.
Ai bambini non servono favole: servono informazioni
Forse il punto più importante è proprio questo: a un bambino non bisogna necessariamente dire «il latte fa male» o «non devi bere latte». Non bisogna nemmeno trasformare una lezione di alimentazione in una lezione di animalismo. Bisogna dirgli la verità.
La mucca produce latte dopo aver partorito. Il latte serve naturalmente al suo vitello, come a un bambino serve quello della sua mamma. Nella maggior parte degli allevamenti convenzionali madre e figlio vengono separati poco dopo la nascita. Esistono sistemi diversi e il modo in cui gli animali vengono allevati può incidere sul loro benessere. E, alla fine della loro vita produttiva, le vacche possono entrare nella filiera della carne. Quindi vengono sfruttate per tutta la loro vita.
Poi il bambino crescerà e farà le proprie scelte: potrà bere latte ogni mattina, potrà scegliere quello vegetale, potrà diventare vegetariano o vegano, potrà non porsi particolari problemi e continuare a mangiare formaggio. Ma almeno saprà.

Ed è questo che dovrebbe fare una vera educazione alimentare: non suggerire una risposta, ma fornire gli strumenti per arrivarci. Purtroppo, però, gli adulti sanno che se un bambino scoprisse cosa c’è dietro quella cotoletta o dietro il latte con il Nesquik che tanto amano, la decisione sarebbe solo una (e non quella che piace a chi è al governo).
Se vogliamo raccontare il latte, raccontiamo tutta la storia
Il video di Lollobrigida nasce con un obiettivo dichiarato: promuovere il latte italiano e valorizzare una filiera che il governo considera strategica. Il ministro ringrazia gli allevatori e presenta il prodotto come un’eccellenza nazionale, anticipando una campagna istituzionale sulla Rai.
Ma proprio perché si tratta di una campagna istituzionale, sarebbe auspicabile qualcosa di più di una favola rassicurante.
Se vogliamo parlare ai bambini, possiamo farlo senza insultare la loro intelligenza.
Possiamo mostrare una mucca, ma anche il suo vitello. Possiamo parlare dell’allevatore, ma anche dell’animale. Possiamo raccontare la tradizione casearia italiana, ma anche le responsabilità che comporta allevare esseri senzienti. Possiamo spiegare che esistono problemi e che esistono sistemi diversi per affrontarli.
E soprattutto possiamo smettere di dire che «la mucca ci dà il latte» come se fosse nata per questo.
No. La mucca fa il latte per il suo vitello. Noi abbiamo scelto di prenderlo. E se scegliamo di farlo, il minimo che possiamo fare è avere il coraggio di raccontare anche questa parte della storia.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


