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Giochi del Mediterraneo, non esiste solo il calcio: perché gli sport “minori” meritano più spazio

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A Taranto lo sport ha parlato una lingua molto più ampia di quella a cui siamo abituati. Con la cerimonia d’apertura è stata ufficialmente inaugurata la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, una manifestazione che ha portato in Puglia migliaia di atleti provenienti da 26 Paesi, pronti a confrontarsi in 28 discipline diverse.

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Numeri importanti, soprattutto se si considera quanto poco spazio riescano spesso a trovare questi sport nel racconto quotidiano dei media italiani. Perché mentre il calcio occupa quotidianamente prime pagine, programmi televisivi, notiziari e social, moltissimi atleti italiani competono ad altissimo livello in discipline che il grande pubblico conosce appena. Eppure, quando arrivano le grandi manifestazioni internazionali, sono proprio loro a regalarci alcune delle emozioni sportive più belle.

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28 sport, migliaia di atleti e una sola manifestazione

I Giochi del Mediterraneo rappresentano perfettamente questa varietà. L’edizione 2026 coinvolge 26 Nazioni e 3.854 atleti, di cui 2.207 uomini e 1.647 donne. L’Italia, Paese ospitante, schiera 497 atleti: 259 uomini e 238 donne, presenti in tutte le discipline in calendario. Sono numeri che raccontano una realtà molto diversa da quella che normalmente emerge quando si parla di sport.

Non ci sono soltanto campi da calcio e grandi stadi. Ci sono atleti che si allenano per anni per pochi minuti di gara, nuotatori che costruiscono la propria carriera attorno a centesimi di secondo, ginnaste e ginnasti che trasformano ore di allenamento in pochi secondi di esecuzione, schermidori, tiratori, canottieri, pugili, judoka, ciclisti e tantissimi altri sportivi.

Ognuno di loro porta avanti una disciplina che richiede sacrificio, preparazione tecnica e una costanza che spesso rimane invisibile fino al momento della competizione.

Un medagliere da record: l’Italia riscrive la storia

A Taranto, però, non c’è stato soltanto lo spettacolo delle singole gare. Il medagliere racconta un’altra storia importante: l’Italia ha stabilito il nuovo record di medaglie conquistate in una singola edizione dei Giochi del Mediterraneo. Con 196 podi, frutto di 66 ori, 69 argenti e 61 bronzi, la squadra azzurra ha superato il precedente primato di 193 medaglie, stabilito a Bari nel 1997. 

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È un risultato che assume un significato particolare proprio alla luce del discorso sugli sport meno celebrati. Dietro quei 196 podi non ci sono soltanto le discipline che normalmente occupano le prime pagine dei giornali, ma anche nuoto, ginnastica, scherma, tiro a segno, ciclismo, canottaggio, atletica, padel, triathlon e molte altre specialità. Sono atleti che spesso ricevono attenzione mediatica soprattutto quando arriva una medaglia, mentre per il resto dell’anno continuano ad allenarsi lontano dai riflettori.

Il record di Taranto dimostra quindi quanto sia riduttivo parlare di sport “minori”. Minore non significa meno importante, meno spettacolare o meno impegnativo: spesso significa semplicemente meno raccontato. E proprio un medagliere come quello di Taranto dovrebbe ricordarci che il movimento sportivo italiano è molto più grande del calcio e che investire e raccontare queste discipline significa dare visibilità a un patrimonio di atleti, società e competenze che rappresenta il Paese ai massimi livelli.

Il problema degli “sport minori”

Il termine “sport minori” è ormai entrato nel linguaggio comune per indicare tutte quelle discipline che non hanno la stessa esposizione mediatica del calcio. Ma forse sarebbe proprio il caso di iniziare a metterlo in discussione. Minore rispetto a cosa?

Dal punto di vista dell’impegno degli atleti, della difficoltà tecnica o del valore agonistico, molte di queste discipline non hanno assolutamente nulla da invidiare agli sport più popolari. A essere minore, semmai, è la loro presenza nel sistema mediatico e nell’immaginario collettivo.

Un atleta può dedicare l’intera adolescenza alla propria disciplina, allenarsi ogni giorno, partecipare a competizioni internazionali e arrivare a rappresentare l’Italia senza diventare mai un volto conosciuto dal grande pubblico.

Il problema è che la visibilità non è soltanto una questione di notorietà. Significa sponsor, finanziamenti, opportunità professionali, strutture, possibilità di avvicinare nuovi giovani allo sport e persino la sopravvivenza stessa di alcune discipline.

Perché il calcio occupa così tanto spazio?

Non si tratta, naturalmente, di demonizzare il calcio. È lo sport più seguito in Italia e rappresenta una parte importante della nostra cultura sportiva. Sarebbe quindi assurdo chiedere di eliminarlo dalle prime pagine o dai programmi televisivi. Il problema nasce quando la sua centralità diventa quasi totalizzante.

In Italia possiamo conoscere a memoria la formazione di una squadra, seguire per settimane il mercato dei trasferimenti o discutere per ore di un episodio arbitrale, mentre magari non sappiamo nemmeno che un atleta italiano ha appena conquistato una medaglia europea o mondiale in una disciplina olimpica.

Non è necessariamente colpa del pubblico. Se una competizione non viene trasmessa, se un risultato non viene raccontato e se un atleta non viene mai presentato, è difficile che possa diventare popolare. È un circolo vizioso: gli sport ricevono poca attenzione perché hanno poco pubblico, ma spesso hanno poco pubblico proprio perché ricevono poca attenzione.

Lo sport racconta molto più di una partita

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Manifestazioni come i Giochi del Mediterraneo hanno anche un altro valore. Permettono di ricordare che lo sport non è soltanto intrattenimento. È disciplina. È educazione. È inclusione. È sacrificio. È capacità di accettare una sconfitta e riprovare. È confronto con culture e Paesi diversi.

Il motto dell’edizione di Taranto, “Embrace the Future”, sottolinea proprio il legame tra sport, persone e culture, con un’attenzione particolare anche alla sostenibilità e all’innovazione. E forse è proprio questo uno dei motivi per cui sarebbe importante raccontare maggiormente queste competizioni: dietro una medaglia non c’è soltanto un risultato. C’è una storia.

C’è chi ha iniziato da bambino, chi ha dovuto conciliare allenamenti e scuola, chi ha attraversato momenti difficili, chi ha dovuto trovare risorse economiche per continuare a competere e chi, magari, è arrivato a una competizione internazionale senza avere mai avuto la stessa attenzione riservata ai grandi campioni del calcio.

Dare spazio significa creare nuove possibilità

Raccontare gli sport meno conosciuti non significa soltanto celebrare chi ha già raggiunto il successo. Significa anche permettere a qualcun altro di immaginarsi lì. Un bambino che vede in televisione una partita di calcio può pensare di voler diventare calciatore. Ma se vede una gara di scherma, una competizione di atletica o una prova di ginnastica, può scoprire che esiste un mondo sportivo molto più grande di quello che conosceva.

La visibilità può quindi avere un effetto concreto sulla pratica sportiva.

Più persone conoscono una disciplina, più è probabile che qualcuno decida di provarla. Più giovani iniziano a praticarla, maggiore può diventare il bacino di talenti. E più una disciplina cresce, maggiori possono essere le opportunità per società sportive, tecnici, impianti e sponsor. In questo senso, raccontare lo sport significa anche investire sul futuro dello sport.

Gli italiani sanno emozionarsi anche lontano dal campo da calcio

I risultati ottenuti dagli atleti italiani nelle grandi manifestazioni internazionali lo dimostrano continuamente. Quando arriva una medaglia olimpica, un titolo mondiale o una vittoria inattesa, l’entusiasmo del pubblico non è affatto inferiore a quello che accompagna una vittoria calcistica.

Il problema è arrivarci.

Perché spesso il grande pubblico scopre un atleta soltanto quando è già diventato un campione (ad esempio, ai Giochi del Mediterraneo o alle Olimpiadi). Prima di quel momento, la sua storia rimane confinata agli appassionati della disciplina e a pochi media specializzati.

I Giochi del Mediterraneo possono quindi rappresentare anche un’occasione per cambiare prospettiva: non aspettare la medaglia per accorgersi di uno sportivo, ma raccontare il percorso che porta fino a quella medaglia.

Non chiediamo meno calcio, chiediamo più sport

La questione, alla fine, non dovrebbe essere calcio contro altri sport. Non serve togliere spazio al calcio. Serve crearne di più per tutto il resto. Perché lo sport italiano è molto più grande dei novanta minuti di una partita. È fatto di piscine, palestre, piste, pedane, tatami, velodromi e campi che ogni giorno vengono attraversati da migliaia di ragazze e ragazzi.

I Giochi del Mediterraneo di Taranto ci ricordano proprio questo: dietro la parola “sport” esistono decine di discipline e migliaia di storie che meritano di essere raccontate. Forse dovremmo iniziare a chiamarli semplicemente sport, senza aggiungere l’aggettivo “minori”. Perché non sono gli sport a essere minori. È lo spazio che troppo spesso decidiamo di concedere loro a esserlo.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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