Se i giovani non fanno figli, forse dovremmo chiederci perché se ne vanno dall’Italia
Ogni volta che arriva una nuova previsione sulla denatalità, il copione sembra essere sempre lo stesso. L’Istat pubblica i dati, i telegiornali raccontano che l’Italia sarà sempre più vecchia, che la popolazione diminuirà (“sarebbe come se scomparissero la Lombardia e il Lazio”), che nasceranno sempre meno bambini e che entro qualche decennio le coppie senza figli potrebbero superare quelle con figli.
Numeri veri, importanti, persino allarmanti. Ma spesso raccontati come se fossero semplicemente il risultato di una generazione che non vuole più avere figli e preferisce andare a prendersi uno spritz (come disse tempo fa la ministra della Famiglia e delle Pari Opportunità). E forse è proprio qui che manca una parte fondamentale della storia.

Perché prima di domandarci perché gli italiani facciano sempre meno figli, dovremmo chiederci in quali condizioni economiche e sociali stiamo chiedendo ai giovani di costruire una famiglia. Perché, non lo nego, avrei fatto figli anche due anni fa, appena laureata, se avessi avuto la certezza economica, se avessi potuto acquistare una casa e se avessi potuto garantire ai miei figli di non farli vivere solo a suon di preghiere e bonus.
Secondo le nuove proiezioni dell’Istat, nel 2047 le coppie senza figli potrebbero diventare più numerose di quelle con figli. Nel 2050 le coppie con almeno un figlio scenderebbero dagli attuali 7,5 milioni a 5,8 milioni, con una diminuzione del 22,3%. Nello stesso periodo le coppie senza figli aumenterebbero da 5,4 a 5,9 milioni. Sono numeri che raccontano un cambiamento profondo della società italiana, ma non raccontano, da soli, le ragioni per cui quel cambiamento sta avvenendo.
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ToggleLa domanda che manca: quanto costa costruirsi una vita?
Parlare di natalità significa parlare anche di lavoro, e qui il problema italiano diventa evidente. Un giovane può studiare per anni, conseguire una laurea, aggiungere un master, fare tirocini, accumulare esperienze (tramite stage sottopagati o lavori al limite dello schiavismo) e competenze (ti pagano con quelle, a volte, come fosse volontariato) e, una volta entrato nel mercato del lavoro, ritrovarsi comunque davanti a uno stipendio che gli permette a malapena di pagare affitto, spese quotidiane e trasporti.
Il problema non è soltanto trovare un lavoro: è trovare un lavoro che permetta di costruire una vita adulta.
L’Italia ha fatto importanti passi avanti sul fronte dell’occupazione, ma questo non significa automaticamente che il lavoro garantisca benessere economico. Lo stesso Istat sottolinea come la crescita dell’occupazione conviva con una produttività stagnante e con opportunità di crescita ancora limitate, soprattutto per le generazioni più giovani.
E i salari raccontano una storia ancora più difficile da ignorare. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021: la maggiore perdita tra le principali economie dell’organizzazione. Ma c’è un dato ancora più significativo per capire la condizione delle nuove generazioni: secondo l’OCSE, nel 2025 i salari reali dei giovani lavoratori italiani erano, in media, ancora inferiori al livello del 1990.
È difficile parlare di crisi della natalità senza parlare anche di questo.
La gavetta non può durare per sempre
C’è poi un’altra questione di cui si parla molto meno: la normalizzazione della precarietà e della gavetta infinita. Per anni ai giovani è stato detto che bisogna fare esperienza (forse, considerando quanto la paghiamo e quanto duri, dovrebbero implentarla nell’università). Prima lo stage, poi il contratto a termine (se te lo rinnovano, perché vorrebbero un altro stagista da sottopagare). Poi un altro stage, magari perché il precedente “non era abbastanza pertinente”. Poi la posizione junior. Poi qualche anno di esperienza per poter finalmente accedere a una posizione che, sulla carta, dovrebbe essere quella per cui ci si è formati.
Nel frattempo, però, gli anni passano, e mentre si accumulano esperienza e competenze, spesso non aumenta allo stesso modo la possibilità di permettersi una casa, programmare un futuro (e una famiglia!) o semplicemente smettere di dipendere economicamente dalla propria famiglia.

Il paradosso è evidente: chiediamo ai giovani di essere altamente formati, flessibili, disponibili a spostarsi, continuamente aggiornati e pronti a reinventarsi. Poi, quando arriva il momento di parlare di stipendi e condizioni di lavoro, improvvisamente quelle competenze sembrano valere molto meno.
E così una parte dei giovani se ne va
Non è un’impressione. Nel 2023 hanno lasciato l’Italia oltre 190mila persone e, tra queste, più di 156mila erano cittadini italiani. Ma il dato che dovrebbe far riflettere maggiormente riguarda i laureati tra i 25 e i 34 anni: 21mila hanno emigrato nel solo 2023, un record storico secondo l’Istat. Nell’arco di dieci anni la perdita netta di capitale umano qualificato è stata di circa 97mila giovani.
Non tutti partono esclusivamente per motivi economici, naturalmente. C’è chi parte per desiderio di esperienza, per amore, per studio o semplicemente perché vuole vivere altrove, ma sarebbe ingenuo fingere che le opportunità professionali e le condizioni economiche non abbiano un peso.
E quando un giovane formato sceglie di trasferirsi in un altro Paese perché lì può trovare migliori prospettive professionali, uno stipendio più adeguato alle proprie competenze o una maggiore possibilità di crescita, non stiamo semplicemente assistendo a una scelta individuale.
Stiamo perdendo una parte della nostra popolazione in età lavorativa e, soprattutto, riproduttiva.
Prima si rimanda il figlio. Poi si rimanda ancora
La questione demografica non riguarda soltanto chi decide di non avere figli, riguarda anche chi vorrebbe averli, ma continua a rimandare. Prima bisogna finire l’università, poi trovare un lavoro, poi superare il periodo di prova, poi ottenere un contratto più stabile, poi riuscire a permettersi una casa, poi magari aspettare che anche il partner abbia una situazione lavorativa sufficientemente solida. E a quel punto sono passati anni.
L’Istat indica proprio il rinvio della formazione delle famiglie e della genitorialità tra i fattori che contribuiscono alla dinamica demografica negativa. La diminuzione della popolazione in età riproduttiva, a sua volta conseguenza delle basse nascite delle generazioni precedenti, rende il problema ancora più difficile da invertire.
È un circolo vizioso: nascono meno bambini, tra vent’anni ci saranno meno giovani adulti e ci saranno quindi meno potenziali genitori. E nasceranno ancora meno bambini. Ma questo circolo non nasce dal nulla. Si alimenta anche attraverso le condizioni in cui le generazioni giovani sono costrette a diventare adulte.
Non esiste una bacchetta magica, ma nemmeno un problema senza cause
Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che basti aumentare gli stipendi per risolvere la denatalità, perché non è così.
La decisione di avere un figlio dipende da moltissimi fattori: cultura, desideri personali, relazioni, disponibilità di servizi, conciliazione tra lavoro e famiglia, costo della casa, condizioni occupazionali, welfare e molto altro.
Ma proprio per questo è altrettanto semplicistico parlare della denatalità come se fosse esclusivamente una questione di valori o di preferenze personali: un Paese in cui una parte crescente dei giovani fatica a raggiungere l’indipendenza economica non può stupirsi se la costruzione di una famiglia viene rimandata.
E un Paese che perde giovani qualificati verso l’estero non può contemporaneamente chiedersi, con aria sorpresa, dove siano finiti i giovani che dovrebbero avere figli.
Il problema non sono i giovani che “non vogliono fare figli”
Forse dovremmo smettere anche di utilizzare una narrazione che presenta i giovani come una generazione egoista, individualista o troppo concentrata sulla propria carriera. Perché, prima di giudicare una persona che a 30 anni non ha ancora avuto un figlio, sarebbe interessante sapere quanto guadagna, quanto paga di affitto, che contratto ha, quante volte ha cambiato lavoro, quanti anni ha studiato e quanta parte del suo stipendio gli rimane alla fine del mese.

Non tutti vogliono avere figli, ed è giusto così. Ma non tutti quelli che non li hanno, hanno necessariamente scelto di non averli.
C’è una differenza enorme tra non desiderare un figlio e non sentirsi nelle condizioni di poterlo avere. Ed è una differenza che il dibattito pubblico dovrebbe imparare a raccontare.
Nel frattempo, l’Italia continua a invecchiare
Le nuove proiezioni Istat sono inequivocabili: la popolazione residente dovrebbe passare dai 58,9 milioni del 2025 a circa 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Nel frattempo la quota degli over 65 potrebbe arrivare al 34,5% nel 2050, mentre quella della popolazione in età lavorativa scenderebbe dal 63,4% al 55,3%.
Anche le famiglie cambieranno radicalmente. Nel 2050 le persone che vivono sole potrebbero arrivare a 11,6 milioni, contro i 10 milioni attuali. E oltre la metà delle persone sole sarebbe costituita da over 65. Non è soltanto una questione di quanti italiani saremo, ma di chi saremo, come vivremo e chi sosterrà il Paese.
Perché meno giovani significa meno lavoratori, meno contribuenti, meno persone che possono sostenere il sistema pensionistico e sanitario. Significa anche territori che si svuotano, soprattutto nelle aree già più fragili.
E significa che il problema demografico non può essere affrontato soltanto attraverso incentivi una tantum o campagne che invitano a fare più figli.
Se vogliamo più bambini, dobbiamo prima rendere possibile il futuro
Forse la domanda da fare davanti ai dati dell’Istat non è soltanto: “Perché gli italiani non fanno più figli?”. Forse dovremmo chiederci: “Che futuro stiamo offrendo alle persone che dovrebbero averli?”
Perché è difficile convincere qualcuno a mettere al mondo un figlio quando quella stessa persona non sa ancora se tra sei mesi avrà un contratto, se potrà permettersi di vivere da sola o se sarà costretta a trasferirsi all’estero per ottenere il lavoro per cui ha studiato.
È difficile chiedere di costruire famiglie stabili a chi vive in una società che ha reso normale l’instabilità.
E diventa persino paradossale lamentarsi della fuga dei giovani quando una parte di loro parte proprio perché altrove trova quelle opportunità che qui continuiamo a promettere senza riuscire a garantire.
La denatalità, dunque, non è soltanto una storia di culle vuote, ma è soprattutto una storia di stipendi, case, contratti, opportunità e futuro.
E finché continueremo a raccontare soltanto il numero dei bambini che non nascono senza raccontare le condizioni in cui vivono gli adulti che dovrebbero diventare genitori, continueremo a descrivere il problema senza davvero raccontarlo.
L’Italia non ha semplicemente bisogno di più nascite: ha bisogno di fare in modo che una generazione possa finalmente avere la possibilità di immaginare il proprio futuro senza dover prima chiedersi se, per costruirselo, dovrà andare via.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


