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La gavetta non è un valore: è la scusa con cui da anni giustifichiamo il lavoro sottopagato

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C’è una frase che in Italia viene ripetuta da decenni, quasi fosse una legge naturale: “Bisogna fare la gavetta”. La si sente pronunciare da imprenditori, opinionisti, politici, manager e perfino da chi, quella gavetta, l’ha vissuta sulla propria pelle. Viene utilizzata come risposta automatica ogni volta che un giovane rifiuta uno stage malpagato, un contratto precario o uno stipendio che non permette nemmeno di pagare un affitto. Come se il problema fosse sempre e soltanto la presunta mancanza di sacrificio delle nuove generazioni.

Ma siamo davvero sicuri che la gavetta sia ancora sinonimo di crescita? Oppure è diventata una parola elegante per descrivere anni di lavoro sottopagato, precarietà e sfruttamento? Perché esiste una differenza enorme tra imparare un mestiere e lavorare per cifre che non consentono nemmeno di arrivare a fine mese. Eppure nel dibattito pubblico queste due cose vengono continuamente confuse, quasi fossero la stessa esperienza.

La retorica del “noi abbiamo sofferto”

Dietro il mito della gavetta si nasconde spesso una logica molto semplice: “Io ho sofferto, quindi è giusto che soffrano anche quelli dopo di me“, un po’ come gli insegnanti che maltrattano psicologicamente i propri studenti, perché loro hanno subito lo stesso. È una mentalità che non punta a migliorare il mondo del lavoro, ma semplicemente a perpetuarne i difetti. Come se le difficoltà affrontate dalle generazioni precedenti dovessero diventare una tradizione da tramandare, anziché un problema da risolvere.

Nessuno mette in discussione il valore dell’esperienza. È normale che un neolaureato debba imparare, fare pratica e acquisire competenze (normale, in Italia, dove l’università è praticamente solo teoria). Succede in ogni professione. Ma questo non significa che debba accettare stipendi da fame, contratti senza tutele o lavori gratuiti “per farsi conoscere“. L’apprendimento non dovrebbe mai essere una giustificazione per cancellare il diritto a una retribuzione dignitosa.

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“I giovani non hanno voglia di lavorare”

Ogni volta che un ragazzo decide di rifiutare un’offerta di lavoro considerata inaccettabile, sui social e nei talk show si ripete sempre la stessa narrazione: “I giovani non hanno più voglia di lavorare“. È diventata quasi una frase automatica, pronunciata senza nemmeno interrogarsi sulle condizioni offerte.

Eppure la domanda dovrebbe essere un’altra: quale lavoro viene proposto? Perché se dopo cinque anni di università, master, corsi di formazione, certificazioni linguistiche e magari esperienze all’estero, un giovane riceve offerte da 600 o 700 euro al mese, forse il problema non è chi rifiuta. Il problema è chi considera quella proposta normale.

L’Italia continua a essere uno dei Paesi europei con salari fermi da decenni, un costo della vita sempre più elevato e un mercato del lavoro in cui la precarietà viene spesso spacciata per opportunità. Parlare genericamente di “mancanza di voglia” significa ignorare completamente il contesto economico in cui vivono milioni di persone.

Il trend di TikTok racconta una realtà che molti fingono di non vedere

Negli ultimi mesi è diventato virale su TikTok il trend “I was looking for a job…”. Migliaia di ragazzi raccontano, spesso con ironia, le assurdità vissute durante i colloqui di lavoro: richieste di esperienza impossibili per posizioni junior, stipendi ridicoli, disponibilità totale anche nei weekend, straordinari non pagati, mansioni completamente diverse da quelle descritte nell’annuncio.

Dietro quei video c’è molto più di una moda social. C’è un’intera generazione che ha iniziato a raccontare pubblicamente ciò che prima restava confinato nelle conversazioni private. E il successo del trend dimostra che quelle esperienze non sono casi isolati, ma un fenomeno diffuso.

Per anni molti giovani hanno accettato in silenzio qualsiasi condizione pur di lavorare. Oggi qualcosa sta cambiando: sempre più persone decidono di dire no. Non perché non abbiano voglia di lavorare, ma perché hanno finalmente compreso che accettare qualsiasi proposta non migliora il mercato del lavoro, lo peggiora.

Un lavoro dovrebbe permettere di vivere

Può sembrare una frase banale, ma negli ultimi anni è diventata quasi rivoluzionaria: un lavoro dovrebbe permettere di vivere. Dovrebbe consentire di pagare un affitto, fare la spesa, costruire un futuro, magari mettere da parte qualche risparmio. Invece, per molti giovani italiani, lavorare non basta più.

Sono sempre di più i cosiddetti working poor, persone che hanno un impiego ma che, nonostante questo, faticano ad arrivare alla fine del mese. Una condizione che fino a pochi anni fa sembrava impensabile e che oggi rappresenta una realtà sempre più diffusa. E non parliamo di chi lavora in free lance e deve letteralmente pagare più tasse rispetto a ciò che guadagna.

In questo scenario, chiedere ai giovani di accettare stipendi bassissimi “per fare esperienza” appare quasi paradossale. Perché la vera esperienza che stanno accumulando è quella dell’incertezza: contratti di pochi mesi, impossibilità di pianificare il futuro, rinuncia all’indipendenza economica e spesso perfino alla scelta di avere una famiglia.

Il salario minimo continua a dividere la politica

Uno dei temi più discussi degli ultimi anni riguarda il salario minimo. Molti Paesi europei lo hanno già introdotto da tempo (ad esempio, la Germania) come strumento per garantire una soglia minima di dignità economica. In Italia, invece, il dibattito continua a essere bloccato da contrapposizioni politiche e da un continuo rinvio.

Chi è contrario sostiene che potrebbe danneggiare le imprese o alterare il mercato del lavoro. Chi è favorevole ritiene invece che rappresenti una tutela indispensabile contro gli abusi e il lavoro povero. Nel frattempo, però, milioni di lavoratori continuano a percepire stipendi che non riflettono il costo reale della vita.

Il punto non è stabilire che tutti debbano guadagnare la stessa cifra. Il punto è evitare che esistano lavori che, pur essendo svolti a tempo pieno, non consentano di vivere dignitosamente. È difficile chiedere ai giovani di credere nel valore del lavoro quando il lavoro stesso non garantisce sicurezza economica.

Non è questa generazione a distruggere l’Italia

Una delle accuse più frequenti rivolte ai giovani è quella di essere la generazione che “sta mandando l’Italia a rotoli”. Si dice che siano troppo esigenti, troppo fragili, troppo poco disposti al sacrificio. Ma forse bisognerebbe osservare la situazione da un’altra prospettiva.

Questa non è la generazione che sta distruggendo il Paese. È la generazione che ha iniziato a mettere in discussione modelli lavorativi che per troppo tempo sono stati considerati normali. È quella che rifiuta l’idea che la precarietà debba essere una fase obbligatoria della vita adulta. È quella che chiede trasparenza, rispetto e retribuzioni adeguate.

Se sempre più giovani scelgono di trasferirsi all’estero, non è perché non amano l’Italia. Spesso lo fanno perché altrove trovano condizioni lavorative migliori, stipendi più alti e maggiori prospettive di crescita. Continuare a colpevolizzarli significa ignorare completamente le cause profonde di questo fenomeno.

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La vera rivoluzione è smettere di normalizzare lo sfruttamento

Forse il cambiamento più importante degli ultimi anni non riguarda il mercato del lavoro, ma il modo in cui le nuove generazioni lo osservano. Sempre meno persone sono disposte ad accettare che lo sfruttamento venga raccontato come un rito di passaggio inevitabile. Sempre più lavoratori iniziano a riconoscere il proprio valore e a pretendere condizioni migliori.

Naturalmente non tutti possono permettersi di rifiutare un’offerta di lavoro. Molti accettano qualsiasi proposta per necessità economica, ed è proprio questo il problema. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra lo sfruttamento e la disoccupazione. Uno Stato moderno dovrebbe garantire un mercato del lavoro in cui questa scelta non esista.

Forse è arrivato il momento di smettere di glorificare la gavetta come se fosse una medaglia da conquistare. L’esperienza è importante, la formazione è fondamentale e l’impegno resta indispensabile. Ma tutto questo non può diventare un alibi per giustificare stipendi insufficienti, precarietà cronica e condizioni lavorative che nessuna società dovrebbe considerare accettabili. Se c’è una lezione che questa generazione sta cercando di insegnare, è proprio questa: lavorare è un diritto e una responsabilità, non un favore da ricevere. E pretendere rispetto per il proprio lavoro non significa essere privilegiati. Significa semplicemente chiedere ciò che dovrebbe essere normale.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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