Educazione sessuale a scuola solo con il consenso dei genitori: chi pagherà davvero il prezzo della nuova legge?
Con l’approvazione definitiva al Senato della legge sul consenso informato, il governo di Giorgia Meloni e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara rivendicano una vittoria culturale e politica. Secondo il ministro, la norma servirà a “tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender” (quale propaganda gender, esattamente? Quella che porta gli adolescenti ad amare chi sentono di amare senza sentirsi sbagliati?) e a restituire ai genitori un ruolo centrale nelle scelte educative riguardanti sessualità e identità di genere.
Da oggi, infatti, le scuole non potranno più organizzare liberamente percorsi di educazione sessuale o affettiva. Per gli studenti delle scuole medie e superiori sarà necessario il consenso scritto dei genitori, mentre per le scuole dell’infanzia e primarie le attività che trattano questi temi vengono di fatto escluse. Dobbiamo tuttavia tenere in considerazione che oggi troppi bambini hanno un cellulare. Fin troppi sono persino sui social (con un proprio profilo o con quello dei genitori). Quando arrivano alle medie, sanno già tutto.

Valditara ha ribadito che non si tratta di una cancellazione dell’educazione affettiva o sessuale. Secondo il ministro continueranno a esistere percorsi dedicati al rispetto, all’empatia e alle relazioni, mentre la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili entrerà persino nei programmi scolastici delle medie. Tuttavia, una scuola non sarà più libera di decidere di crearedo percorsi di educazione sessuale o affettiva: dovrà prima passare da un’informazione dettagliata alle famiglie e ottenere un via libera esplicito.
“Con questa legge proteggiamo la crescita dei più giovani e favoriamo una loro maturazione equilibrata“, afferma il ministro all’Istruzione. Ma, al di là delle rassicurazioni del governo, la domanda che molti si pongono è un’altra: questa legge protegge davvero i ragazzi o rischia di lasciarli ancora più soli?
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ToggleLa grande illusione del “ci penseranno le famiglie”
L’idea alla base della riforma sembra essere semplice: alcuni argomenti devono essere affrontati principalmente in famiglia e non a scuola. In teoria può sembrare ragionevole. In pratica, però, presuppone che tutte le famiglie abbiano gli strumenti, le conoscenze e la serenità necessarie per affrontare temi complessi come il consenso, la sessualità, la contraccezione, le malattie sessualmente trasmissibili, l’identità personale e le relazioni affettive. Ma non è così.
Ci sono genitori preparati, aperti al dialogo e pronti a rispondere alle domande dei figli. E poi ci sono genitori che provano imbarazzo, che evitano l’argomento o che semplicemente non possiedono le informazioni necessarie. Il rischio più evidente è che si allarghi ulteriormente il divario tra chi ha la fortuna di crescere in un contesto informato e chi invece no. Perché la sessualità non scompare se si smette di parlarne. Semplicemente viene imparata altrove, ed è forse questo il punto più preoccupante.
Gli adolescenti (e in alcuni casi, anche i bambini) del 2026 non vivono in una bolla. Hanno uno smartphone in tasca, accesso illimitato ai social network e possono trovare contenuti pornografici in pochi secondi. Pensare che limitare l’educazione sessuale a scuola significhi proteggere i ragazzi significa ignorare la realtà.
La verità è che molti adolescenti stanno già imparando cos’è il sesso attraverso la pornografia online. Una pornografia che raramente parla di consenso, rispetto, emozioni o relazioni sane. Una pornografia che presenta corpi irrealistici, dinamiche di potere spesso distorte e aspettative completamente scollegate dalla realtà. Se la scuola rinuncia a fornire strumenti critici, saranno quei contenuti a diventare il principale punto di riferimento. E non è difficile immaginare le conseguenze.
Il problema non è il sesso. È l’ignoranza.
Ogni volta che si parla di educazione sessuale, il dibattito pubblico sembra trasformarsi in uno scontro ideologico. Da una parte chi teme una presunta “propaganda”, dall’altra chi difende il diritto all’informazione. Nel mezzo ci sono però milioni di ragazzi che semplicemente hanno bisogno di capire come funziona il proprio corpo.
Hanno bisogno di sapere cosa sia il consenso.
Hanno bisogno di sapere come prevenire una gravidanza indesiderata, soprattutto in tenera età.
Hanno bisogno di sapere come proteggersi dalle infezioni sessualmente trasmissibili.
Hanno bisogno di comprendere che una relazione sana non assomiglia a un video visto online.

L’educazione sessuale non serve a convincere qualcuno ad avere rapporti sessuali. Serve a fornire strumenti per affrontare una realtà che prima o poi arriverà comunque. Perché il sesso esiste indipendentemente dalle leggi che regolano le scuole.
Storicamente, quando manca l’educazione sessuale, sono spesso le ragazze a subirne le conseguenze maggiori. Sono loro a convivere con gravidanze indesiderate, con rapporti vissuti senza una piena consapevolezza del consenso, con stereotipi che le vogliono contemporaneamente disponibili e pure.
Ma anche i ragazzi pagano un prezzo. Quando l’unico modello di riferimento diventa la pornografia, molti finiscono per sviluppare un’idea profondamente distorta della sessualità femminile. Alcuni imparano a vedere le donne come performer piuttosto che come persone. Altri crescono senza comprendere davvero cosa significhi rispetto reciproco, comunicazione e consenso.
Sono problemi che nessuna legge può risolvere da sola. Ma ignorarli certamente non li farà sparire.
L’educazione sessuale va oltre la politica
La reazione del Partito Democratico su questa legge sull’educazione sessuale è stata durissima. Le deputate Irene Manzi e Sara Ferrari hanno parlato di una legge che rischia di condannare una generazione all'”analfabetismo relazionale”. È una formula forte, ma pone una questione importante. In un’epoca in cui si discute continuamente di femminicidi, violenza di genere, revenge porn, molestie online e relazioni tossiche, ha davvero senso ridurre gli spazi di confronto su questi temi? Condividiamo le parole delle deputate:
Con l’approvazione definitiva della legge sul consenso informato a scuola, il Parlamento ha scelto da che parte stare: non dalla parte dei ragazzi e delle ragazze, non dalla parte della scuola. Ha scelto la paura, l’ideologia e l’oscurantismo. Il ddl Valditara non rafforza i rapporti tra scuola e famiglia. Li burocratizza, sminuendo l’autorevolezza dei docenti e colpendo proprio i ragazzi più fragili, quelli che in classe trovano l’unico spazio di ascolto che non trovano altrove, anche a casa.
In un Paese in cui una donna viene uccisa ogni tre giorni, in cui il Sinodo dei vescovi cattolici ha chiesto esplicitamente percorsi di formazione alle relazioni e all’affettività nelle comunità ecclesiali, in cui venti Paesi europei hanno già reso obbligatoria l’educazione sessuale a scuola, il governo italiano sceglie la direzione opposta. Non si governa un Paese moderno vietando ai bambini di imparare il rispetto e la gestione di emozioni e sentimenti.
Questa legge condanna una generazione all’analfabetismo relazionale, abbandonandola ai modelli violenti e tossici dei social e della pornografia online. Non è protezione: è abbandono con timbro istituzionale. Noi non ci fermiamo. Continueremo a batterci nelle piazze e in Parlamento perché ogni ragazza e ogni ragazzo abbia il diritto di crescere consapevole, libero e capace di costruire relazioni basate sul rispetto. Questo governo ha scelto il silenzio. Noi scegliamo l’educazione.

Forse il vero problema è che continuiamo a considerare l’educazione sessuale come qualcosa che riguarda esclusivamente il sesso. In realtà riguarda il rispetto. Riguarda la comunicazione. Riguarda la capacità di riconoscere i propri limiti e quelli degli altri. Riguarda l’affettività, il consenso e il modo in cui costruiamo le nostre relazioni. Ed è difficile immaginare che una società possa migliorare rinunciando a parlarne.
Perché il risultato più probabile non sarà un aumento della natalità, né una generazione più protetta. Il rischio è piuttosto quello di avere ragazzi che continuano a imparare tutto da internet, che non conoscono il proprio corpo, che non sanno riconoscere una relazione sana e che affrontano il sesso senza strumenti adeguati.
E quando l’alternativa alla scuola diventa un algoritmo, difficilmente è una vittoria per qualcuno.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


