I quattro studenti incensurati che si trovano ai domiciliari da 7 mesi per la manifestazione a Torino

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Non si sta parlando abbastanza dei quattro studenti incensurati che sette mesi fa sono stati arrestati e sottoposti a custodia cautelare dopo aver partecipato, il 18 febbraio, a una manifestazione studentesca a Torino. La manifestazione aveva l’obiettivo di protestare contro l’alternanza scuola-lavoro, in seguito alla morte di Lorenzo Parelli durante l’alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, qualcosa andò storto, e infatti quattro studenti, ancora dopo sette mesi, si trovano agli arresti domiciliari (tre di questi sono anche stati brevemente in carcere). E intanto il 15enne che accoltellò Marta Novello è libero.

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Lorenzo Parelli aveva 18 anni, ed è morto a gennaio, schiacciato da una putrella cadutagli addosso. In quel caso abbiamo letto i soliti politici con le loro solite condoglianze, come se non avessero oggettivamente il potere di salvare i ragazzi dal loro futuro, o almeno come se non potessero almeno provarci. E invece si dicono sconvolti davanti a una morte ingiusta, mandano le condoglianze alle famiglie e scrivono parole strappalike. E intanto un altro ragazzino è morto mentre doveva trovarsi a scuola.

La morte di Giuseppe Lenoci è un po’ diversa. Giuseppe è morto a causa di un incidente stradale, ed aveva 16 anni. Si trovava su un furgone di una ditta di termoidraulica presso cui stava facendo uno stage. Ma un 16enne la mattina non dovrebbe trovarsi a scuola? A cosa serve quell’«esperienza formativa» che è l’alternanza scuola-lavoro se poi muoiono perché la sicurezza sul lavoro è carente? In fin dei conti, la morte di Lorenzo e Giuseppe ha fatto tanto clamore in quanto erano ragazzini. Ma come loro muoiono tantissimi adulti, uomini e donne, come in molti fanno notare.

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Ciò non toglie, comunque, che a 16, 17, 18 anni, si deve andare a scuola e studiare, istruirsi e divertirsi, magari anche imparare per non essere ignorante e non fare gli errori che i nostri nonni e genitori hanno fatto in passato, fidandosi dei politici sbagliati. Perché i ragazzi devono essere il nostro futuro, non possiamo vederli suicidarsi perché distrutti dall’università, perché vittime di bullismo e omofobia, tantomeno vederli schiacciati da una putrella o schiantati contro un albero in un incidente stradale mentre sarebbero dovuti essere a scuola, come in quest’ultimo caso.

«Quello che sta succedendo in Italia è sotto gli occhi di tutti. Questa è la scuola che hanno voluto governi e padroni. Sappiamo cosa fare, nessuno ha più scuse», ha detto il Segretario Nazionale del Fronte della Gioventù Comunista, Lorenzo Lang, contrario all’alternanza scuola-lavoro, invitando tutti i suoi coetanei a manifestare «in piazza in tutta Italia contro alternanza, maturità e repressione subita». E così è stato. A febbraio in più di 40 città italiane gli studenti uniti sono scesi a manifestare, ma qualcuno di loro ha avuto delle conseguenze impensabili.

Altre testimonianze: Studenti in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro — FOTO E VIDEO

Quattro studenti ai domiciliari dopo le manifestazioni a Torino

Sara, Emiliano Francesco e Jacopo (le testate e i media hanno scelto di non condividere il cognome dei ragazzi) sono stati arrestati il 12 maggio perché avrebbero partecipato a scontri con la polizia durante una manifestazione che si era svolta a Torino il 18 febbraio e al momento, dopo sette mesi dall’arresto, sarebbero ancora agli arresti domiciliari. Emiliano e Jacopo, 23 anni, hanno trascorso 25 giorni in carcere; Francesco, 20 anni, ha passato due mesi in carcere; Sara, invece, è stata subito sottoposta agli arresti domiciliari.

I tre ragazzi sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, mentre per la ragazza l’accusa è di aver agito in concorso, in quanto durante la manifestazione parlava al megafono e quindi avrebbe incitato la folla. Tuttavia, tutti e quattro erano completamente incensurati, nulla sulla loro fedina penale. Undici studenti sono stati coinvolti nelle indagini oltre ai quattro, solo che gli altri sette hanno solo avuto l’obbligo di firma. L’avvocata Valentina Colletta, che insieme a Claudio Novaro rappresenta gli studenti, ritiene che questa  sia «una misura estremamente severa e che non trova giustificazione».

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Fonte: Obiettivo News

Ma cos’è successo quel 18 febbraio a Torino? I ragazzi erano indignati, arrabbiati. E hanno provato a forzare il cancello della sede di Confindustria, e da quel momento sono iniziati gli sconti e poi gli arresti. Alcuni degli agenti avevano riportato delle lesioni, «con una prognosi media di tre giorni. La prognosi peggiore fu di dieci giorni per un agente che era in tenuta antisommossa ma che si era dimenticato di mettere il casco in testa: gli è arrivata un’asta di bandiera sullo zigomo causandogli un’escoriazione». Dispiace per i poliziotti, ma nessuno ha mai difeso o arrestato qualcuno gli studenti che vengono malmenati dai poliziotti.

Da quel momento, comunque, si decise di mantenere le misure cautelari per pericolo di reiterazione del reato. L’avvocata Colletta aggiunge che «tutti e quattro i ragazzi sono incensurati, semplicemente erano stati segnalati in passato per aver partecipato ad altre manifestazioni. Ma mai erano stati denunciati in altre occasioni. Sono studenti impegnati politicamente, questo non l’hanno mai nascosto. Ripeto: la decisione del giudice per le indagini preliminari di prolungare così a lungo le misure cautelari è eccessivamente severa e immotivata».

Le madri dei ragazzi aderiscono al comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso: «Vogliamo far conoscere la situazione di tanti studenti e lavoratori contro cui c’è forte accanimento solo perché esprimono dissenso o perché organizzano o partecipano a proteste», scrivono. La madre di Emiliano dice che il figlio «è stato posto agli arresti in casa dopo 25 giorni di carcere. Da allora ha il braccialetto elettronico che, a lungo, gli ha permesso di muoversi solo nel nostro alloggio, su un balcone e su un pianerottolo. Poteva avere contatti solo con me e con i fratelli. Abbiamo dovuto fare un’istanza, accolta abbastanza velocemente, perché potesse vedere il padre che non vive con noi».

«Abbiamo fatto istanza quattro volte e finalmente, dalla fine di novembre, Emiliano può vedere anche la sua fidanzata. Da 15 giorni, visto che siamo in una casa bifamiliare con un piccolo giardino, può anche stare all’esterno, in quello spazio», aggiunge. Ha anche potuto sostenere, a distanza, due esame universitari e, «per qualsiasi contatto con i professori, abbiamo dovuto fare richiesta». Sembra anche che per prolungare il periodo di arresti domiciliari, che scade dopo sei mesi, la procura torinese ha attivato una procedura d’urgenza per fissare il processo, e la prima sarà il primo febbraio.

«Quello che ci colpisce maggiormente è che non ci sia stato un processo: perché questi ragazzi sono dovuti stare sette mesi ai domiciliari, seppur incensurati? Nonostante tutte le richieste portate avanti dagli avvocati, non c’è stato modo di farli uscire» riferisce a L’Indipendente Irene, membro del comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, il cui fine è «portare una testimonianza collettiva della violenza assurda contro chi protesta, non solo di chi al momento è coinvolto nei fatti». Aggiunge che «a Torino la questura e la magistratura hanno un accanimento nei confronti del dissenso che non è spiegabile».

Sempre la madre di Emiliano dice che i ragazzi sono giovanissimi e «sono stati accusati e che quindi saranno processati. Ma tenerli ai domiciliari con misure restrittive pesanti per tutto questo tempo appare una forma di vendetta». Anche l’avvocata Coletta sottolinea che «i ragazzi non negano la loro condotta, ma chiediamo che venga inquadrata più correttamente, che sia circostanziata. I fatti sono stati sovradimensionati e amplificati». Nella conferenza stampa dice che «all’udienza del Tribunale del Riesame il Giudice relatore ha quantificato la durata di questi tafferugli, perché non sono nulla di più, in 4 minuti. È un dato rilevante».

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