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“L’alba sulla mietitura” è probabilmente il libro più devastante che Suzanne Collins abbia mai scritto

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Quando Suzanne Collins aveva annunciato L’alba sulla mietitura, moltissimi fan erano abbastanza divisi. Da una parte c’era l’entusiasmo di tornare finalmente a Panem, dall’altra la paura che si trattasse semplicemente di un altro prequel di Hunger Games scritto per nostalgia. Anche perché dopo La ballata dell’usignolo e del serpente sembrava che Collins avesse già raccontato tutto quello che voleva dire sul mondo di Hunger Games, su Snow e sul funzionamento della propaganda di Capitol City.

E invece questo libro riesce in qualcosa di molto più difficile: prende un personaggio che conoscevamo già benissimo e ci costringe a guardarlo in maniera completamente diversa. Haymitch Abernathy nella trilogia originale è sempre stato il mentore alcolizzato, sarcastico, cinico, apparentemente disinteressato a tutto. Certo, si intuiva che avesse sofferto, ma L’alba sulla mietitura trasforma quel dolore in qualcosa di molto più concreto e devastante. Dopo aver letto il libro, è praticamente impossibile riguardare i film o rileggere la trilogia originale senza pensare continuamente a quello che Capitol gli ha fatto.

Una delle cose più forti di L’alba sulla mietitura è che Suzanne Collins ci mostra finalmente Haymitch come ragazzo normale, prima che Capitol lo trasformasse nell’uomo distrutto che conosciamo nella trilogia originale. Nei libri di Katniss lo abbiamo sempre visto sempre in un certo modo, ma qui scopriamo che da giovane era completamente diverso. Haymitch è ironico, sì, ma anche pieno di affetto per la sua famiglia, profondamente innamorato di Lenore Dove e ancora convinto che esista la possibilità di una vita tranquilla fuori dalla logica dei giochi.

Ed è proprio questo a rendere il romanzo così devastante. Collins costruisce il personaggio sapendo che il lettore conosce già il suo futuro. Ogni momento felice diventa automaticamente tragico, perché sai già che tutto quello che Haymitch ama gli verrà portato via. Non c’è mai vera speranza mentre leggi il libro, soltanto la sensazione costante che Capitol stia aspettando il momento giusto per distruggere completamente la sua vita.

I punti salienti di “L’alba sulla mietitura”

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Lenore Dove e il legame con Lucy Gray

Lenore Dove Baird è probabilmente una delle aggiunte migliori dell’intera saga di Hunger Games. Suzanne Collins la collega chiaramente alla famiglia Covey introdotta in La ballata dell’usignolo e del serpente, e infatti ricorda moltissimo Lucy Gray per il suo rapporto con la musica, per il carattere ribelle e per il modo in cui continua a sfidare Capitol anche quando sarebbe più sicuro stare zitti.

Lenore rappresenta tutto quello che Haymitch rischia di perdere entrando nei giochi: la possibilità di amare qualcuno, di avere una vita vera, di immaginare un futuro diverso. È impulsiva, politica, arrabbiata contro il sistema e convinta che Panem non possa continuare così per sempre. Haymitch invece è molto più pragmatico. Vuole sopravvivere senza attirare attenzione, perché ha già capito che nel Distretto 12 chi si fa notare troppo finisce male.

La loro relazione è scritta benissimo proprio perché Collins evita di trasformarla in una semplice storia romantica. Lenore non esiste soltanto per motivare Haymitch: è un personaggio pieno di rabbia, sogni e ideali propri. E infatti il suo destino diventa una delle parti più crudeli del libro, perché Snow decide deliberatamente di colpire Haymitch attraverso le persone che ama e la fa morire esattamente davanti ai suoi occhi.

intro-1745371751 “L’alba sulla mietitura” è probabilmente il libro più devastante che Suzanne Collins abbia mai scritto

Maysilee Donner è il cuore emotivo di L’alba sulla mietitura

All’inizio Maysilee appare quasi antipatica. È sarcastica, molto diretta, orgogliosa e sembra avere sempre bisogno di dimostrare qualcosa. Proviene da una famiglia relativamente più benestante rispetto a Haymitch e questo crea subito una certa distanza tra loro. Haymitch la vede come una ragazza privilegiata del Distretto 12, una che non può capire davvero cosa significhi vivere costantemente nella fame e nella paura. Anche Maysilee, però, giudica Haymitch continuamente: lo trova troppo impulsivo, troppo chiuso emotivamente e spesso incapace di vedere oltre il proprio dolore.

Ed è proprio questo che rende il loro rapporto così interessante. Collins non li trasforma immediatamente in alleati perfetti (e soprattutto, grazie per non aver creato l’ennesimo triangolo amoroso ma aver reso la loro una semplice amicizia fraterna). Li lascia scontrarsi, ferirsi e conoscersi lentamente, fino a quando dentro l’arena capiscono di essere molto più simili di quanto pensassero.

Maysilee diventa infatti una delle poche persone con cui Haymitch riesce davvero a essere sé stesso. Non deve fingere di essere forte davanti a lei, perché anche Maysilee è terrorizzata. Anche lei sta cercando disperatamente di sopravvivere in un sistema costruito per trasformare i ragazzi in spettacolo televisivo. E più il libro va avanti, più Collins costruisce tra loro un legame emotivo fortissimo che non ha nulla di romantico ma che forse proprio per questo risulta ancora più doloroso.

Maysilee rappresenta anche qualcosa che Hunger Games ha sempre raccontato benissimo: il modo in cui Capitol distrugge continuamente persone che avrebbero potuto avere una vita straordinaria. Lei è intelligente, ironica, brillante, profondamente viva. Riesce ancora a scherzare perfino nell’arena, riesce ancora a essere arrabbiata, sarcastica e vulnerabile allo stesso tempo. Collins la scrive come una ragazza che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa se fosse nata in un mondo diverso. Ed è impossibile non affezionarsi a lei.

Per questo la sua morte colpisce così tanto. Quando viene attaccata dagli uccelli mutati e Haymitch resta accanto a lei mentre sta morendo, Suzanne Collins scrive una delle scene più devastanti dell’intera saga. Non è soltanto la morte di un personaggio amato. È il momento in cui Haymitch perde definitivamente la parte più innocente di sé stesso. Fino a quel punto esiste ancora una parte di lui che pensa forse di poter tornare a casa e ricominciare una vita normale. Dopo Maysilee, quella speranza sparisce completamente.

E la cosa più triste è che il mondo di Panem praticamente dimentica Maysilee. Capitol trasforma la sua morte in intrattenimento, il pubblico passa oltre e il suo nome resta soltanto un dettaglio secondario nella storia ufficiale dei giochi. Ma Collins fa una scelta bellissima: lascia che continui a vivere simbolicamente attraverso la spilla della Mockingjay.

Quella spilla che Katniss porta per tutta la trilogia originale non è soltanto un simbolo di ribellione. È anche il ricordo di Maysilee, di una ragazza che Capitol ha cercato di cancellare come ha fatto con tantissimi altri tributi. Dopo aver letto L’alba sulla mietitura, ogni scena con la ghiandaia imitatrice assume un significato molto più doloroso, perché capisci che Katniss sta inconsapevolmente portando avanti anche il ricordo di Maysilee e di tutto quello che le è stato tolto. Ed è forse questo uno degli aspetti più forti del romanzo: Suzanne Collins riesce a prendere personaggi di cui sapevamo pochissimo e a renderli improvvisamente fondamentali per l’intera saga di Hunger Games.

1200?cb=20251120152742 “L’alba sulla mietitura” è probabilmente il libro più devastante che Suzanne Collins abbia mai scritto

Il rapporto con il padre di Katniss rende tutto ancora più tragico

Una delle cose che colpisce di più leggendo L’alba sulla mietitura è vedere finalmente il rapporto tra Haymitch e Burdock Everdeen, il padre di Katniss. Nella trilogia originale sapevamo pochissimo di lui, se non che era un uomo gentile, capace di cacciare nei boschi fuori dal Distretto 12 e molto legato alla musica e alle canzoni dei Covey. Qui invece Collins ci mostra quanto fosse importante nella vita di Haymitch.

Burdock è uno dei suoi amici più stretti, una presenza costante che rappresenta in qualche modo la parte più umana e autentica del Distretto 12. Attraverso lui vediamo anche quanto il mondo dei Covey continui a sopravvivere anni dopo Lucy Gray, soprattutto attraverso le canzoni, le tradizioni e quel senso di comunità che Capitol prova continuamente a cancellare. Ed è interessante notare come Burdock sembri molto più vicino emotivamente a Lenore Dove e al suo modo di vedere il mondo rispetto allo stesso Haymitch, che invece tende sempre a essere più pragmatico e disilluso.

La cosa devastante è che il libro aggiunge ancora più peso al rapporto futuro tra Haymitch e Katniss. Dopo aver conosciuto suo padre da giovane, capisci perché Haymitch sviluppi quasi immediatamente un legame particolare con lei nella trilogia originale. Katniss non gli ricorda soltanto sé stesso da ragazzo: gli ricorda anche Burdock, Lenore, Maysilee e tutto quel mondo che Snow ha cercato di distruggere.

E infatti molti fan hanno iniziato a guardare in modo completamente diverso anche il modo in cui Haymitch protegge Katniss nei libri originali. Non sembra più soltanto il gesto di un mentore verso il proprio tributo. Sembra quasi il tentativo disperato di salvare finalmente qualcuno dopo aver passato tutta la vita a vedere morire le persone a cui voleva bene.

Anche perché Collins lascia chiaramente intendere che Snow non ha mai davvero smesso di controllare le famiglie considerate “pericolose” nel Distretto 12. Il fatto che Burdock cacciasse illegalmente nei boschi, frequentasse persone legate ai Covey e fosse vicino a Haymitch dopo il caos della seconda edizione della memoria degli Hunger Games lo rendeva automaticamente sospetto agli occhi di Capitol. Ed è impossibile non pensare a quanto tutto questo abbia poi influenzato anche la vita di Katniss anni dopo.

Beetee e Ampert sono tra le parti più crudeli del libro

Un altro elemento devastante di L’alba sulla mietitura è il modo in cui Suzanne Collins approfondisce finalmente Beetee, uno dei personaggi più intelligenti e misteriosi della saga originale. Nei libri originali di Hunger Games lo conoscevamo soprattutto come il genio dell’elettronica che aveva aiutato la ribellione e distrutto l’arena nell’edizione della memoria, ma qui vediamo una versione molto diversa del personaggio: un uomo già completamente piegato da Capitol, costretto a usare la propria intelligenza per sopravvivere in un sistema che lo sfrutta continuamente.

La cosa peggiore è che Capitol usa suo figlio Ampert proprio per controllarlo.

Ampert è uno dei tributi del Distretto 3 nei cinquantesimi Hunger Games ed è impossibile non vedere immediatamente quanto Beetee sia terrorizzato per lui. Collins rende chiarissimo che Beetee sa perfettamente come funzionano i giochi, forse meglio di chiunque altro. Sa che Capitol non vede i tributi come persone ma come strumenti narrativi, sacrifici utili a mantenere il controllo politico su Panem. E infatti il rapporto tra Beetee e Ampert diventa una delle rappresentazioni più crudeli del modo in cui Snow usa l’amore come arma.

Ampert è intelligentissimo, proprio come suo padre, e cerca continuamente di rendersi utile agli altri tributi usando le sue capacità tecniche. Ma il punto è che Capitol non perdona mai chi possiede troppo potenziale. Collins lascia intendere più volte che i ragazzi brillanti sono quasi ancora più pericolosi dei ribelli apertamente violenti, perché potrebbero un giorno capire come distruggere il sistema dall’interno. Ed è proprio questo il destino di Ampert.

La sua morte è una delle più orribili del libro, anche perché non colpisce soltanto lui ma soprattutto Beetee. Collins insiste tantissimo sul fatto che Capitol non si limiti a uccidere le persone: vuole spezzare psicologicamente chi resta vivo. Beetee sopravvive, ma deve assistere alla distruzione di suo figlio sapendo di non poter fare assolutamente nulla per salvarlo.

E improvvisamente anche il Beetee della trilogia originale cambia completamente significato. Il modo in cui partecipa alla ribellione, la rabbia silenziosa che si porta dietro e perfino il suo odio verso Capitol acquistano un peso diverso dopo aver letto questo libro. Non è soltanto un uomo intelligente che si unisce alla rivoluzione: è un padre a cui il sistema ha portato via tutto.

L’arena seconda Edizione della Memoria è terrificante

L’arena dei cinquantesimi Hunger Games è una delle più inquietanti mai viste nella saga. Collins insiste tantissimo sul fatto che Capitol abbia trasformato i giochi in uno spettacolo sempre più crudele e sadico, soprattutto durante le edizioni speciali (nella prima edizione della memoria, sono i distretti a dover scegliere i loro tributi). Gli animali mutati sono terrificanti, l’ambiente cambia continuamente e tutto sembra progettato per spingere i tributi al limite psicologico prima ancora che fisico, e soprattutto per avvelenarli.

Haymitch riesce a sopravvivere agli Hunger Games soprattutto grazie all’intelligenza e alla capacità di osservare il funzionamento dell’arena. Ed è proprio questo che fa infuriare Snow. Haymitch non vince diventando un “eroe” televisivo nel modo in cui Capitol avrebbe voluto. Vince sfruttando il sistema contro se stesso.

Quando usa il campo di forza ai bordi dell’arena per uccidere l’ultimo tributo, dimostra davanti a tutta Panem che Capitol non è perfetta e che perfino i giochi possono essere manipolati dai tributi stessi. È un’umiliazione pubblica enorme per Snow e per gli strateghi.

Snow decide di punire Haymitch lasciandolo vivo

hunger_games_haymitch_casting_jpg_1280x720_crop_q85-1024x576 “L’alba sulla mietitura” è probabilmente il libro più devastante che Suzanne Collins abbia mai scritto

La parte più crudele di L’alba sulla mietitura non sono nemmeno i giochi. È tutto quello che succede dopo la vittoria di Haymitch. Perché Suzanne Collins rende chiarissimo che negli Hunger Games non esistono veri vincitori: Capitol lascia sopravvivere alcune persone soltanto per trasformarle in esempi viventi di dolore e controllo. Haymitch commette un errore che Snow considera imperdonabile: non si limita a vincere. Umilia pubblicamente Capitol usando l’arena contro se stessa, dimostrando davanti a tutta Panem che perfino il sistema dei giochi può essere aggirato. E Snow non può permettere che un ragazzo del Distretto 12 diventi il simbolo di una possibile debolezza del potere.

Così decide di punirlo nel modo peggiore possibile: lasciandolo vivo abbastanza a lungo da vedere morire tutti quelli che ama.

Sua madre. Suo fratello. Lenore Dove. Tutti diventano bersagli politici. Collins insiste tantissimo sul fatto che Capitol usi l’amore come arma: se qualcuno prova a sfidare il sistema, verranno colpite le persone a cui tiene di più. Ed è qui che il romanzo diventa ancora più devastante, perché Haymitch capisce rapidamente che Snow non vuole semplicemente vendicarsi. Vuole spezzarlo psicologicamente.

Ma Haymitch non è l’unico esempio di questa crudeltà. Attraverso Beetee e suo figlio Ampert, Collins mostra ancora meglio come Capitol distrugga intere famiglie pur di mantenere il controllo. Beetee è uno degli uomini più intelligenti di Panem, e Snow sa benissimo quanto persone come lui possano diventare pericolose. Per questo Ampert viene trasformato in un tributo sacrificabile, praticamente usato come strumento per ricordare a Beetee che nessuna intelligenza può salvarti davvero dal sistema.

La morte di Ampert infatti non colpisce soltanto lui: serve soprattutto a distruggere suo padre. E lo stesso vale per Haymitch. Snow capisce che uccidere direttamente i ribelli a volte non basta. È molto più efficace lasciarli vivi, traumatizzati e pieni di sensi di colpa.

Ed è impossibile non rileggere tutta la trilogia originale alla luce di questo libro. Dopo L’alba sulla mietitura, l’alcolismo di Haymitch non sembra più soltanto autodistruzione: sembra il risultato inevitabile di anni passati a sopravvivere sapendo che Capitol ha sterminato deliberatamente chiunque lui amasse. Anche il modo in cui protegge Katniss e Peeta acquista un significato diverso. Haymitch non vuole soltanto aiutarli a vincere: vuole disperatamente impedire che il sistema faccia a loro quello che ha fatto a lui.

Snow usa il dolore personale per ricordare a Panem che nessuno può davvero vincere gli Hunger Games. Ed è forse questo uno degli aspetti più tragici del romanzo: i veri sopravvissuti di Hunger Games non esistono davvero. Anche chi esce vivo dall’arena continua a portarsi dietro il trauma per tutta la vita. Ed è forse questa la cosa più tragica del romanzo: Snow non riesce davvero a spegnere la ribellione. Anzi, nel tentativo di distruggere Haymitch, Beetee e tutte le persone considerate “pericolose”, finisce per creare proprio quella rabbia che anni dopo porterà Panem alla rivoluzione. I

Il libro parla ancora di propaganda e controllo mediatico

Come tutti i romanzi di Hunger Games, anche L’alba sulla mietitura è molto più politico di quanto certa gente voglia ammettere. Suzanne Collins continua a usare Panem non soltanto come ambientazione distopica, ma come modo per parlare apertamente di propaganda, controllo dell’informazione, spettacolarizzazione della violenza e manipolazione mediatica. E forse proprio in questo libro questi temi risultano ancora più evidenti, perché Haymitch è uno dei primi personaggi della saga a capire davvero quanto i giochi siano costruiti artificialmente per creare una narrazione utile a Capitol.

Durante tutto il romanzo Collins insiste continuamente sul fatto che quello che Panem vede in televisione non corrisponde mai completamente alla realtà. Gli strateghi decidono quali immagini mostrare, quali conversazioni tagliare, quali tributi trasformare in “personaggi” più interessanti per il pubblico. Perfino il dolore viene montato e confezionato come intrattenimento. I tributi non sono più persone vere nel momento in cui entrano nell’arena: diventano contenuti da consumare, simboli da usare per rafforzare il potere di Capitol.

Haymitch capisce molto velocemente questo meccanismo. Si rende conto che non basta sopravvivere fisicamente ai giochi: bisogna anche sopravvivere alla versione televisiva di sé stessi che Capitol vuole costruire. Ed è qui che Collins fa una delle cose più inquietanti del romanzo, perché mostra quanto il sistema premi i tributi che diventano facilmente “narrabili”. Chi è bello, romantico, spettacolare o facilmente manipolabile ottiene sponsor, attenzione e simpatia del pubblico. Chi invece esce dal ruolo assegnato diventa automaticamente un problema politico.

Ed è esattamente quello che succede a Haymitch. La sua vittoria infatti non viene percepita come eroica da Snow e dagli strateghi, ma come una minaccia. Haymitch non vince offrendo al pubblico la storia che Capitol voleva raccontare. Non diventa il ragazzo tragico ma obbediente, né l’eroe romantico da idolatrare. Vince dimostrando che il sistema può essere aggirato. Ed è per questo che Snow decide di punirlo così duramente dopo i giochi: non perché abbia infranto delle regole tecniche, ma perché ha rovinato la narrazione perfetta di Capitol.

La cosa interessante è che Collins mostra come questo controllo mediatico non riguardi soltanto l’arena. Anche fuori dai giochi, Capitol continua a manipolare continuamente ciò che la popolazione vede e pensa. Le interviste dei tributi sono costruite, i vincitori vengono trasformati in celebrità controllate politicamente e ogni tragedia viene ripulita abbastanza da diventare “guardabile” per il pubblico privilegiato di Capitol City. Perfino il trauma viene commercializzato.

E leggendo il libro oggi è impossibile non pensare continuamente alla realtà. Suzanne Collins scrive Hunger Games da anni come una critica alla televisione spettacolarizzata, ai reality show e alla violenza trasformata in intrattenimento, ma L’alba sulla mietitura sembra ancora più vicino al presente. Perché ormai viviamo in un mondo dove tutto viene trasformato in contenuto: tragedie, guerre, scandali politici, persone che soffrono. I social media funzionano spesso nello stesso modo dell’arena di Panem, premiando ciò che genera attenzione emotiva immediata e costruendo continuamente personaggi pubblici da amare o odiare.

Anche il modo in cui Capitol manipola le informazioni ricorda moltissimo il funzionamento della propaganda contemporanea. Collins mostra chiaramente che il potere non ha bisogno di nascondere completamente la violenza. A volte basta controllarne la narrazione. Basta scegliere quali immagini mostrare, quali parole usare, quali persone rendere simpatiche e quali invece trasformare in nemici pubblici.

E forse la parte più inquietante è proprio questa: in Hunger Games quasi tutti sanno che Capitol sta mentendo, ma il sistema continua comunque a funzionare perché la propaganda è diventata parte della vita quotidiana. Le persone guardano i giochi, commentano i tributi, fanno il tifo, si emozionano. La violenza smette di sembrare reale quando viene continuamente trasformata in spettacolo.

Per questo L’alba sulla mietitura non sembra mai un semplice prequel nostalgico. Suzanne Collins non torna a Panem soltanto per raccontare il passato di Haymitch. Torna perché ha ancora qualcosa da dire sul presente, sul modo in cui il potere usa i media, sulla spettacolarizzazione della sofferenza e sulla facilità con cui le persone rischiano di abituarsi all’orrore quando viene raccontato abbastanza bene.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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