The Boys si conclude nel modo più inevitabile possibile: sporco, disperato e profondamente stanco di sé stesso
OVVIAMENTE IN QUESTO EPISODIO SONO PRESENTI SPOILER MOLTO IMPORTANTI DELL’ULTIMA STAGIONE E DEL FINALE DI THE BOYS.
NON LEGGERE SE ANCORA NON HAI VISTO L’OTTAVO EPISODIO.
Fin dall’inizio The Boys ha avuto un problema molto particolare: come fai a chiudere una serie che per cinque stagioni ha continuato a ripeterti che il potere corrompe tutto, che il capitalismo trasforma anche le tragedie in marketing e che gli esseri umani peggiori sono quasi sempre quelli che riescono a sopravvivere? Era inevitabile che la quinta stagione arrivasse con un peso enorme addosso, perché ormai The Boys non era più soltanto una serie supereroistica alternativa. Era diventata una specie di gigantesco specchio deformante della politica, dell’intrattenimento e della cultura americana contemporanea.
E sinceramente credo che il finale sia stato esattamente quello che questa serie poteva essere: caotico, esagerato, frustrante, violentissimo e anche profondamente triste.
La quinta stagione è probabilmente una delle più disordinate dell’intera serie. In certi momenti sembra quasi che gli sceneggiatori non sappiano più dove portare davvero i personaggi. Alcune sottotrame vengono accelerate troppo rapidamente, altre sembrano riempitive, e ci sono episodi che danno l’impressione di esistere più per preparare spin-off futuri che per concludere davvero la storia principale. Ma allo stesso tempo c’è qualcosa di incredibilmente coerente in tutto questo caos. The Boys è sempre stata una serie incapace di fermarsi, incapace di abbassare il volume, incapace di scegliere la moderazione. E quindi anche il finale doveva necessariamente essere eccessivo.
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TogglePer gran parte della stagione sembra che i personaggi abbiano smesso di credere nella possibilità di vincere
Una delle cose più interessanti della stagione finale è quanto tutti sembrino emotivamente esausti. Hughie è distrutto da anni di traumi e violenza. Annie continua disperatamente a cercare una forma di moralità in un mondo che ormai sembra completamente incapace di produrla. Frenchie e Kimiko sono quasi fantasmi di sé stessi. E Butcher, ovviamente, è ormai completamente consumato dalla propria ossessione.
Ed è forse questo il vero tono della stagione finale di The Boys: non il trionfo finale, ma la stanchezza.
Per anni The Boys ha giocato con l’idea della ribellione contro il sistema. Ma andando avanti è diventato evidente che il sistema era troppo grande per essere davvero sconfitto. La Vought non è soltanto un’azienda. È una macchina culturale, politica e mediatica capace di trasformare qualsiasi orrore in intrattenimento. E la quinta stagione lo rende ancora più esplicito. Tutto è propaganda. Tutto è spettacolo. Perfino le tragedie vengono immediatamente riassorbite dal ciclo mediatico.
In questo senso Homelander diventa il simbolo definitivo della serie. Non è più soltanto un supervillain. È una figura quasi politica, quasi religiosa. Vuole essere adorato più che amato. Vuole sentirsi superiore all’umanità stessa. E la cosa terrificante è che milioni di persone dentro l’universo della serie sono perfettamente disposte a seguirlo.
La performance di Antony Starr continua a essere incredibile proprio perché riesce a rendere Homelander contemporaneamente mostruoso e patetico. In questa stagione il personaggio perde sempre di più qualsiasi residuo di umanità. Ogni scena trasmette la sensazione di qualcuno completamente scollegato dalla realtà, incapace di comprendere il concetto stesso di limite o responsabilità (e, ahimè, ci ricorda qualcuno). Eppure resta magnetico. È impossibile distogliere lo sguardo da lui.
Marie Moreau poteva fare di più? Sì e no
Una delle discussioni più grosse nate online dopo il finale riguarda Marie Moreau. Per tutta la stagione la serie sembra quasi suggerire che sarà lei la vera arma definitiva contro Homelander. E invece nel momento cruciale resta molto più marginale di quanto moltissimi spettatori si aspettassero. Ed è impossibile non avere una sensazione leggermente frustrante guardando il finale, soprattutto considerando quanto Gen V abbia costruito Marie come una delle Supes più potenti dell’intero universo narrativo. Per certi momenti sembra quasi una “Uber Driver”: arriva, trasporta personaggi da un punto all’altro e poi resta ai margini mentre altri prendono le decisioni davvero importanti.
Ma allo stesso tempo capisco anche la scelta narrativa. Lo stesso team creativo ha spiegato che Marie, nonostante i suoi poteri, resta comunque una ragazza di diciannove anni. E credo che la serie abbia volutamente evitato la classica soluzione “nuovo personaggio più forte che salva tutti”. Perché il punto di The Boys non è mai stato trovare il supereroe più potente. Anzi. La serie ha sempre cercato di smontare proprio quell’idea lì. Marie non poteva semplicemente arrivare e sconfiggere Homelander come in un blockbuster Marvel, perché questo avrebbe tradito completamente il tono della serie.
Eppure resta la sensazione che il personaggio avrebbe meritato qualcosa di più, soprattutto dopo tutta la costruzione fatta tra Gen V e la stagione finale di The Boys.
Il problema della stagione finale è che The Boys è diventata vittima della propria escalation
La serie ha sempre avuto un rapporto complicato con lo shock. Fin dalla prima stagione tutto funzionava grazie all’idea che lo spettatore dovesse continuamente sentirsi a disagio. Più sangue, più violenza, più assurdità, più provocazione. Ogni anno The Boys doveva superare sé stessa. E alla lunga questo ha creato un problema inevitabile: come fai a rendere davvero devastante un finale quando hai già mostrato praticamente qualsiasi tipo di follia possibile?
La quinta stagione di The Boys soffre tantissimo questa escalation continua. Alcuni momenti che dovrebbero essere enormi emotivamente finiscono quasi per sembrare “normali” rispetto al livello di caos che la serie ha raggiunto nel corso degli anni. Ci sono morti importanti che passano velocemente. Ci sono rivelazioni che non hanno il peso che probabilmente avrebbero avuto nelle prime stagioni. Perfino alcune scene violentissime sembrano ormai parte del linguaggio abituale della serie più che veri shock narrativi.
Eppure credo che il finale riesca comunque a colpire nel momento più importante: quello della caduta definitiva di Homelander.
La morte di Abisso è perfetta per il personaggio: divorato dal suo stesso mare
Tra le morti più simboliche della stagione c’è sicuramente quella di Abisso. Un personaggio che per anni è stato contemporaneamente grottesco, disgustoso, patetico e anche incredibilmente tragico. The Boys lo ha sempre trattato quasi come una barzelletta vivente: un uomo disperato, manipolabile, incapace di avere una vera identità al di fuori della Vought. E il fatto che muoia proprio nel mare è narrativamente perfetto.
Per anni Abisso ha cercato conforto nell’oceano, negli animali marini e in quel mondo che sembrava l’unico luogo in cui riuscisse davvero a sentirsi accettato. E invece alla fine viene letteralmente inghiottito da quell’ambiente, quasi come se la serie volesse dirci che non esisteva davvero nessun posto sicuro per lui.
Ma la cosa più soddisfacente, diciamolo chiaramente, è che finalmente Annie riesce davvero a vincere una lotta. Dopo stagioni intere passate a essere manipolata, umiliata o messa continuamente in secondo piano, vedere Starlight affrontare Abisso senza esitazioni è uno dei pochi momenti realmente liberatori dell’intera stagione finale. E funziona proprio perché non viene trattato come un grande trionfo eroico. È sporco, rabbioso e triste. Esattamente come tutto il resto della serie.
La morte di Homelander è perfetta proprio perché è miserabile
Per anni Homelander è stato costruito quasi come una divinità. Invincibile, incontrollabile, capace di terrorizzare chiunque semplicemente entrando in una stanza. Una figura che sembrava destinata a un’ultima battaglia gigantesca, spettacolare, quasi mitologica. E invece The Boys sceglie la strada opposta.
Quando perde i poteri, improvvisamente Homelander non è più niente. Non c’è gloria. Non c’è grandezza. Non c’è nemmeno quella spettacolarità tipica dei cinecomic moderni. Resta soltanto un uomo terrorizzato che implora di sopravvivere. Ed è una scelta perfetta.
Perché la serie ha sempre cercato di smontare il mito del supereroe come figura eroica e superiore. Homelander non meritava una morte “epica”. Meritava di essere ridotto a quello che è sempre stato davvero: un uomo spaventato che aveva bisogno del potere assoluto per sentirsi importante. La scena finale con Butcher è devastante proprio per questo motivo. Non sembra una battaglia tra bene e male. Sembra il collasso definitivo di due persone completamente distrutte dalle proprie ossessioni.
Ma il vero cuore del finale è Billy Butcher
In realtà il vero protagonista dell’ultima stagione non è Homelander. È Butcher. Per cinque stagioni la serie ha raccontato il suo percorso come una spirale autodistruttiva. Fin dall’inizio Butcher si convince che la sua violenza sia giustificata perché rivolta contro persone peggiori di lui. Ma andando avanti diventa sempre più evidente quanto il confine tra lui e i Super che odia stia scomparendo.
La decisione finale di voler usare il virus contro tutti i Super è il momento in cui The Boys dice chiaramente che la vendetta totale trasforma inevitabilmente le persone in ciò che combattono. E il fatto che sia Hughie a fermarlo è importantissimo.
Hughie è sempre stato il personaggio più umano della serie. Quello che continuava disperatamente a credere nella possibilità di restare morale anche dentro un mondo completamente marcio. La sua opposizione a Butcher nel finale non è soltanto una scelta narrativa: è praticamente il messaggio finale della serie. Perché The Boys non dice che il bene trionfa. Non è una serie così ottimista. Dice semplicemente che il ciclo dell’odio deve fermarsi da qualche parte, anche se il mondo resta terribile.
From scared electronics store employee to the last one carrying Butcher’s memory, Hughie’s full-circle ending is insane#TheBoys pic.twitter.com/a7xVUSL25v
— sanmeyo (@oyemnassxo) May 20, 2026
La cosa più interessante è che la serie sembra stanca perfino della propria violenza
Una delle sensazioni più forti guardando la quinta stagione è che The Boys sembri quasi esausta di sé stessa. E non lo dico necessariamente in senso negativo. Per anni la serie ha preso in giro l’industria dell’intrattenimento, il fandom tossico, il culto delle celebrità e il capitalismo che trasforma tutto in contenuto. Ma andando avanti è diventata inevitabilmente parte di quello stesso sistema. Più stagioni, più spin-off, più escalation, più shock virali.
E la stagione finale sembra quasi consapevole di questa contraddizione. C’è qualcosa di profondamente malinconico nel modo in cui i personaggi si muovono dentro questo mondo ormai completamente collassato. Nessuno sembra davvero credere che esista una vittoria possibile. Nessuno sembra nemmeno convinto che tutto questo abbia ancora senso. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il finale divide così tanto il pubblico.
La scena finale d’addio è contemporaneamente commovente e incredibilmente strana
L’ultima scena della serie è probabilmente una delle più divisive proprio perché cerca disperatamente di regalare ai personaggi un momento di pace dopo cinque stagioni di trauma continuo. E in parte funziona davvero.
Il saluto tra Latte Materno e il resto del gruppo è genuinamente commovente. Dopo anni passati a cercare disperatamente di tenere insieme una specie di famiglia impossibile, vederlo finalmente abbassare la guardia per un momento colpisce tantissimo. Anche Kimiko ha uno degli addii più emotivi dell’intera serie, soprattutto perché il personaggio ha passato anni quasi incapace di esprimere apertamente le proprie emozioni. C’è finalmente la sensazione che alcuni di loro possano davvero provare a vivere.
E poi arriva Hughie. Che decide di voler chiamare la figlia che avrà con Annie come la sua ex morta. Ed è una scena così incredibilmente imbarazzante che sembra quasi scritta apposta per ricordarti che The Boys non riesce nemmeno a essere completamente sentimentale senza sabotarsi da sola.
Da una parte il momento vuole essere struggente: Hughie che cerca di onorare una persona importantissima della sua vita. Dall’altra però è impossibile non pensare: “Fratello… forse non era il caso“. Ed è forse proprio questa la cosa più The Boys possibile in assoluto: trasformare perfino il finale emotivo in qualcosa di profondamente awkward (o forse solo gli autori hanno bevuto un po’ troppo nella scrittura di quella scena?).
È un finale imperfetto, ma profondamente coerente
Se qualcuno si aspettava una conclusione pulita, eroica e soddisfacente probabilmente resterà deluso. Il finale di The Boysè sporco, caotico e lascia volutamente molte cose irrisolte. Ma credo anche che fosse impossibile chiudere questa storia in modo davvero rassicurante. Perché The Boys non è mai stata una serie sulla speranza. È sempre stata una serie sulla corruzione del potere, sulla spettacolarizzazione della violenza e sulla facilità con cui le persone accettano i mostri quando quei mostri promettono sicurezza, intrattenimento o identità.
Homelander muore, sì. Butcher muore. Ma Vought continua a esistere. Il sistema continua. La macchina continua a produrre nuovi idoli, nuovi fanatici e nuovi disastri. E forse il vero messaggio finale della serie è proprio questo: i supereroi non erano mai davvero il problema. Il problema era il mondo che aveva bisogno di crearli.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty





