The Boys e la realtà che supera la satira: il caso Homelander “divino” e Trump

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La linea tra finzione e realtà si è fatta sempre più sottile, e a dirlo non sono solo critici o spettatori, ma lo stesso creatore di The Boys, Eric Kripke. Negli ultimi giorni, le sue dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sul rapporto tra la serie e la politica contemporanea, dopo una coincidenza che ha lasciato poco spazio all’ironia: l’episodio in cui Homelander si autoproclama una figura divina è andato in onda appena 48 ore dopo che Donald Trump aveva pubblicato un’immagine di sé come Dio. Una sovrapposizione temporale che, più che sembrare una trovata narrativa, ha finito per mettere in difficoltà proprio il senso stesso della satira.

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Quando la realtà anticipa The Boys

Secondo quanto raccontato da Kripke in un’intervista recente con Polygon, l’idea di rappresentare Homelander come una figura divina era stata inizialmente considerata estrema, quasi eccessiva anche per una serie nota per i suoi toni provocatori. Lo stesso showrunner di The Boys ha ammesso di aver temuto una reazione negativa del pubblico, convinto che quella scelta narrativa potesse essere percepita come “troppo oltre”.

«Questo è l’episodio in cui Homelander decide che diventerà Dio e, 48 ore prima, Trump pubblica una sua immagine in cui si raffigura come Dio», dice Kripke. «Un mese fa, quando parlavamo di marketing, pensavo: “L’idea che Homelander affermi di essere Dio è davvero fuori dal comune. Dobbiamo stare attenti a come presentiamo questa idea al pubblico, perché diranno che ha esagerato”, ed eccoci qui. È davvero difficile superare la satira di questo mondo».

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È infatti arrivata la realtà a ribaltare tutto. Trump ha diffuso sui social un’immagine che lo raffigurava come una figura divina appena due giorni prima della messa in onda dell’episodio. Un dettaglio che ha reso improvvisamente meno assurda, e forse meno efficace, la provocazione della serie. Kripke ha sintetizzato il paradosso con una frase che riassume bene il momento: la satira sta diventando sempre più difficile, perché il mondo reale continua a superarla.

«Mi piace il Papa», ha detto Kripke. «Credo che ci sforziamo di sottolineare che la religione, nel complesso, è una cosa positiva. Nella serie ci sono personaggi religiosi. È solo che quando viene strumentalizzata, mercificata e usata per fare politica, può facilmente diventare corrotta. Non so se la gente lo capisca come intendo io, ma la serie è a favore della religione. È a favore della fede. Penso solo che il modo in cui a volte viene usata sia davvero schifoso».

Il personaggio di Homelander in The Boys non è mai stato soltanto un supereroe corrotto. Fin dalla sua creazione televisiva, è stato costruito come una metafora del potere autoritario e della leadership populista. Lo stesso Kripke ha più volte confermato che il personaggio è stato pensato come un parallelo diretto con Trump, inserito in una narrazione che mescola celebrità, propaganda e controllo politico.

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Nelle stagioni più recenti di The Boys, questa analogia è diventata ancora più esplicita. Homelander non è più soltanto un individuo potente, ma una figura che manipola masse, influenza istituzioni e costruisce un culto della personalità attorno a sé. Un’evoluzione che riflette dinamiche già osservate nella realtà politica contemporanea, rendendo la serie sempre meno “fantastica” e sempre più simile a una cronaca deformata del presente.

Il problema della satira oggi

La dichiarazione più significativa di Kripke non riguarda tanto l’episodio in sé, quanto la difficoltà crescente di fare satira in un contesto in cui la realtà appare già caricaturale. L’idea di un leader che si rappresenta come una figura divina sarebbe stata, fino a pochi anni fa, un esempio perfetto di esagerazione narrativa. Oggi, invece, rischia di sembrare una semplice imitazione di ciò che accade davvero.

Questo cortocircuito mette in crisi il meccanismo stesso della satira, che tradizionalmente funziona amplificando la realtà per metterne in evidenza le contraddizioni. Quando la realtà diventa già estrema, la satira perde il suo margine di manovra. Non riesce più a “superare” ciò che vuole criticare, finendo per inseguirlo.

Nel corso degli anni, The Boys si è trasformata da semplice parodia dei supereroi a uno dei prodotti televisivi più esplicitamente politici. La narrazione ha progressivamente integrato temi come la disinformazione, il culto della personalità e la deriva autoritaria, costruendo un racconto che dialoga apertamente con l’attualità.

La quinta e ultima stagione porta questa tensione al limite, con un mondo ormai dominato da Homelander e una società sempre più frammentata. In questo contesto, l’episodio in cui il protagonista assume un ruolo quasi divino non appare più come una provocazione isolata, ma come il culmine di un percorso narrativo coerente.

Un paradosso difficile da ignorare

Il caso dell’immagine pubblicata da Trump e della coincidenza con l’episodio della serie non è soltanto un dettaglio curioso. È il segnale di un cambiamento più profondo nel rapporto tra intrattenimento e realtà. Quando una serie costruita per essere estrema e provocatoria si ritrova superata dagli eventi reali, il rischio è che perda parte della sua forza critica.

Kripke, con una battuta amara, ha sintetizzato questo problema chiedendo quasi ironicamente al mondo reale di “fermarsi un attimo” per permettere alla satira di tornare a essere più assurda della realtà. Una richiesta che suona come una constatazione: oggi, ciò che un tempo sembrava impossibile è già accaduto. E in questo scenario, anche un personaggio come Homelander, concepito come una caricatura del potere, rischia di apparire meno estremo di quanto dovrebbe.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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