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Paolo Crepet ha ragione sulla scuola? Forse la domanda giusta รจ un’altra

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Ancora una volta, Paolo Crepet ha fatto discutere. In un’intervista rilasciata a Il Resto del Carlino, lo psichiatra e sociologo ha puntato il dito contro quella che considera una delle cause principali del declino della scuola italiana: l’ingresso sempre piรน invasivo delle famiglie nella vita scolastica. Secondo Crepet, il punto di svolta sarebbe stato rappresentato dai Decreti Delegati del 1974, che hanno aperto le porte della scuola a genitori e rappresentanti della societร  civile, mettendoli sullo stesso piano di insegnanti e dirigenti.

Parole destinate inevitabilmente a dividere. Da una parte chi vede nelle sue dichiarazioni il solito nostalgico rimpianto per una scuola autoritaria e distante; dall’altra chi ritiene che il sociologo stia semplicemente descrivendo una realtร  sotto gli occhi di tutti. Perchรฉ, al di lร  delle provocazioni, la domanda che emerge รจ difficile da ignorare: la scuola italiana gode ancora dell’autorevolezza necessaria per educare?

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DSC_0537-2-1024x684 Paolo Crepet ha ragione sulla scuola? Forse la domanda giusta รจ un'altra

Crepet sostiene che il rapporto tra scuola e famiglie sia diventato eccessivo. Propone di ridurre i colloqui con i genitori, abolire il registro elettronico e chiudere le chat di classe che, a suo dire, hanno trasformato ogni decisione scolastica in una discussione permanente. Sono proposte radicali e probabilmente irrealistiche, ma nascono da una constatazione che molti insegnanti condividono. Negli ultimi anni il ruolo del docente sembra essersi progressivamente indebolito. Ogni voto viene contestato, ogni rimprovero rischia di trasformarsi in una polemica, ogni decisione puรฒ finire al centro di una discussione infinita tra genitori su WhatsApp. L’impressione รจ che la scuola sia diventata uno dei pochi luoghi in cui l’autoritร  debba continuamente giustificare la propria esistenza.

ยซLโ€™istituzione Scuola ha perso ogni autorevolezza perchรฉ la Politica, e la societร  civile, dai tempi dei Decreti Delegati del 1974, ha spalancato le aule allโ€™invasione delle famiglie; facendo entrare nella Scuola chi non era competente, ponendolo sullo stesso piano di docenti e dirigenti. Riconosco che lโ€™idea originaria era mossa da buoni intenti, ma รจ evoluta in una follia totale. Dovremmo avere il coraggio di ammettere che รจ stato fatto un errore colossaleยป, ha affermato.

I ragazzi sono davvero il problema?

Nell’intervista, Crepet si chiede cosa possano fare i ragazzi se crescono in un contesto che li priva progressivamente di autonomia. รˆ una provocazione che colpisce nel segno. Molti adolescenti oggi vengono accompagnati ovunque dai genitori, monitorati costantemente tramite smartphone e localizzazione, protetti da qualsiasi rischio. Eppure trascorrono ore sui social network, spesso senza alcun filtro. Il risultato รจ una contraddizione evidente: ragazzi sempre piรน controllati nella vita reale e sempre piรน soli in quella digitale. Non sorprende allora che episodi di violenza vengano filmati anzichรฉ fermati. La ricerca dell’approvazione online sembra aver sostituito, almeno in alcuni casi, il senso di responsabilitร  verso gli altri.

Quello che farebbe Crepet se fosse legislatore: ยซDue linee guida: vietare lโ€™uso dei social sino al termine dellโ€™adolescenza e ridare centralitร  alla scuola. Nel primo caso cโ€™รจ chi dice che sia un palliativo. Ma intanto cominciamo, come giร  avvenuto in diversi Paesi. Nel secondo, partendo dal regolamentare in modo rigido il rapporto famiglia-scuola, personalmente farei parlare i genitori con i docenti dei figli giusto una volta allโ€™anno; poi abolire il registro elettronico, che deresponsabilizza gli studenti fin da bambini, infine vietare tutte le chat di classe e tra genitori. Certo, tornerebbe ad aumentare la discrezionalitร  degli operatori della Scuola, ma anche la loro responsabilitร ยป.

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Le notizie degli ultimi mesi raccontano una situazione che non puรฒ essere liquidata come una semplice emergenza mediatica. Aggressioni a insegnanti, episodi di bullismo estremo, studenti che filmano e condividono violenze sui social. Sono fatti che stanno diventando sempre piรน frequenti. A Parma alcuni studenti hanno aggredito due docenti riprendendo la scena con il cellulare. A Teramo un professore รจ stato spintonato e fatto cadere da un gruppo di quattordicenni. Ancora piรน inquietanti i casi di ragazzi che hanno tentato di colpire insegnanti armati di coltelli, trasmettendo tutto in diretta online.

Ciรฒ che colpisce non รจ soltanto la violenza in sรฉ, ma la necessitร  di documentarla e condividerla. Come se l’evento non esistesse davvero senza un pubblico virtuale pronto a guardarlo. รˆ qui che il ragionamento di Crepet sui social network assume un significato piรน ampio. Vietarli fino alla fine dell’adolescenza probabilmente non risolverebbe il problema, ma ignorare il loro ruolo sarebbe altrettanto ingenuo.

Allo stesso tempo sarebbe sbagliato attribuire ogni responsabilitร  all’istituzione scolastica o alle famiglie. La scuola รจ spesso il luogo in cui emergono problemi che nascono altrove: nelle fragilitร  familiari, nell’isolamento sociale, nella dipendenza dagli schermi, nella difficoltร  crescente di costruire relazioni sane. Pensare che basti eliminare il registro elettronico o limitare i colloqui per riportare ordine nelle aule sarebbe una semplificazione. Cosรฌ come sarebbe riduttivo sostenere che tutto dipenda dai social. La crisi educativa che stiamo vivendo รจ molto piรน complessa e riguarda l’intera societร .

La vera domanda sulla scuola italiana

Forse la questione non รจ se Paolo Crepet abbia completamente ragione o completamente torto. Le sue proposte possono essere condivise o contestate, ma hanno il merito di riportare l’attenzione su un tema che spesso affrontiamo solo quando accade qualcosa di grave. Per anni abbiamo chiesto alla scuola di essere tutto: educatrice, psicologa, assistente sociale, mediatrice familiare, presidio contro il bullismo, contro la violenza, contro le dipendenze digitali. Nel frattempo, perรฒ, le abbiamo progressivamente sottratto autorevolezza.

C’รจ poi un aspetto che spesso viene dimenticato quando si parla di educazione e che dovrebbe occupare una posizione centrale nel dibattito: l’educazione sessuale e affettiva (che per la destra dovrebbe essere affidata ai genitori). In Italia continua a essere un argomento trattato in modo frammentario, spesso lasciato alla buona volontร  dei singoli istituti o addirittura alle famiglie. Eppure i ragazzi crescono immersi in contenuti che parlano continuamente di sesso, relazioni e identitร . La differenza รจ che molte delle informazioni che ricevono arrivano dai social, dalla pornografia o da figure che non hanno alcuna competenza educativa.

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Poi ci sorprendiamo quando aumentano i casi di revenge porn, di molestie, di relazioni tossiche o di ragazzi che faticano a distinguere il consenso dal possesso. Forse la domanda non dovrebbe essere se la scuola sta facendo troppo, ma se in alcuni ambiti sta facendo ancora troppo poco. Perchรฉ educare non significa soltanto insegnare matematica o grammatica. Significa fornire strumenti per comprendere il proprio corpo, le proprie emozioni e il modo in cui ci si relaziona agli altri.

Le proposte di Crepet partono da un problema reale: molti ragazzi sembrano sempre meno autonomi e sempre piรน dipendenti da un sistema che li protegge da qualsiasi errore. Tuttavia รจ difficile immaginare che la soluzione possa essere semplicemente togliere strumenti o limitare la comunicazione tra scuola e famiglie. La vera sfida รจ probabilmente un’altra: ricostruire un patto educativo. Un patto in cui la scuola possa tornare a essere autorevole senza essere autoritaria. In cui le famiglie sostengano il lavoro degli insegnanti senza considerarsi loro antagoniste. In cui gli studenti vengano responsabilizzati invece di essere costantemente controllati.

Ogni volta che emerge un problema educativo, tendiamo a cercare un colpevole: gli insegnanti, i genitori, i social, i ragazzi. Ma l’educazione non รจ mai responsabilitร  di una sola parte. Se i giovani fanno fatica a gestire le relazioni, se non riconoscono l’autoritร , se vivono attraverso lo schermo di uno smartphone, la domanda non รจ soltanto cosa stia sbagliando la scuola. La domanda รจ cosa stiamo insegnando loro come societร . Perchรฉ forse la crisi dell’educazione non nasce nelle aule. Le aule sono semplicemente il luogo in cui diventa visibile.

E finchรฉ continueremo a discutere di registri elettronici, chat di classe o colloqui con i genitori senza affrontare questioni piรน profonde (dall’educazione affettiva al rapporto con la tecnologia, dalla responsabilitร  individuale alla costruzione dell’empatia), rischieremo di intervenire sui sintomi senza mai curare davvero la causa.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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