Léa Seydoux racconta il trauma di La vita di Adele: “È stato harassment psicologico”
Ci sono film che diventano immediatamente “cult” per il pubblico e per la critica, ma che dietro le quinte nascondono esperienze molto più complicate e dolorose di quanto si immagini. E La vita di Adele è probabilmente uno degli esempi più discussi degli ultimi anni. A più di dieci anni dall’uscita del film, Léa Seydoux è tornata a parlare apertamente di quanto le riprese siano state traumatiche per lei, raccontando un clima di forte disagio e pressione psicologica sul set.
Durante una recente intervista con Brut, l’attrice ha spiegato: «A volte ci sono sguardi che ti mettono a disagio. È stata la parte più difficile durante le riprese. È stata una violenza psicologica. È estremamente difficile girare con registi manipolatori». E le sue parole stanno inevitabilmente riaprendo una conversazione che accompagna il film praticamente dalla sua uscita nel 2013.

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ToggleLa vita di Adele è sempre stato circondato da polemiche dietro le quinte
Quando La vita di Adele uscì, il film venne accolto come un enorme evento cinematografico. Palma d’Oro a Cannes, recensioni entusiaste, scene diventate immediatamente iconiche e una narrazione continua attorno alla sua “intensità emotiva”. Ma già all’epoca iniziarono a emergere racconti molto pesanti sulle condizioni del set.
Sia Léa Seydoux sia Adèle Exarchopoulos parlarono di riprese estremamente lunghe, estenuanti e psicologicamente difficili sotto la direzione di Abdellatif Kechiche. In particolare furono le scene intime a generare moltissime discussioni, soprattutto per il modo in cui vennero girate e per il livello di esposizione richiesto alle attrici.
Negli anni successivi il film è diventato quasi uno dei simboli delle conversazioni sul confine tra “genio artistico” e abuso di potere nel cinema. E oggi, riascoltando le parole di Seydoux, è impossibile non collegarle anche a tutta la discussione contemporanea sul consenso, sul coordinamento delle scene intime e sulla protezione degli attori sui set.
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“Non potevo lasciare il film perché avevo firmato un contratto”
La parte forse più pesante dell’intervista è quando Seydoux racconta di essersi sentita intrappolata all’interno della produzione. «E non potevo lasciare il film perché avevo firmato un contratto», ha detto l’attrice. Una frase molto semplice, ma che racconta perfettamente quanto spesso il rapporto di potere tra regista e attori possa diventare complicato, soprattutto quando si parla di produzioni importanti e di giovani interpreti ancora all’inizio della carriera.
Negli ultimi anni Hollywood e il cinema europeo hanno iniziato a parlare molto di più di queste dinamiche. Oggi figure come gli intimacy coordinator stanno lentamente diventando più comuni sui set proprio per evitare situazioni di disagio o pressione psicologica durante le scene di nudità o sesso. Ma nel 2013 questo tipo di discussione era ancora molto meno presente nel dibattito mainstream. E infatti molte persone stanno riguardando oggi La vita di Adele con occhi completamente diversi rispetto a dieci anni fa.

Dopo quel film, Léa Seydoux ha cambiato completamente il modo di lavorare
L’attrice ha spiegato che proprio quell’esperienza l’ha portata a imporre nuove condizioni nei contratti successivi. «Da quel film, chiedo sempre il diritto di rivedere tutte le scene in cui sarò nuda, in modo da poter decidere se accettare o meno che il mio corpo sia mostrato in quel modo», ha affermato. Ed è probabilmente una delle parti più importanti della sua testimonianza. Perché mostra quanto un’esperienza negativa possa cambiare completamente il rapporto di un attore con il proprio corpo, con il set e con il controllo sulla propria immagine.
Oggi questa richiesta può sembrare quasi normale. Ma per anni nel cinema, soprattutto europeo, esisteva l’idea che il regista dovesse avere controllo assoluto sul risultato finale, anche a costo del disagio degli interpreti. E molte attrici hanno raccontato negli ultimi anni di aver vissuto pressioni simili, soprattutto nelle scene di nudità.
Il dibattito attorno a La vita di Adele non si è mai davvero spento
La cosa interessante è che La vita di Adele continua ancora oggi a dividere moltissimo il pubblico. Da una parte c’è chi considera il film un capolavoro assoluto del cinema contemporaneo. Dall’altra chi trova impossibile separare il risultato artistico dalle condizioni in cui sarebbe stato realizzato. E in mezzo c’è tutta una generazione di spettatori che negli ultimi anni ha iniziato a interrogarsi sempre di più su una domanda complicata: quanto siamo disposti a “romanticizzare” la sofferenza dietro l’arte?
Per decenni il cinema ha quasi glorificato registi ossessivi, manipolatori o estremi in nome del “realismo” e della “grande arte”. Oggi però quel mito sta iniziando lentamente a incrinarsi. E le parole di Léa Seydoux si inseriscono perfettamente dentro questa trasformazione culturale.

Rivedere oggi alcune sequenze di La vita di Adele provoca un effetto molto diverso rispetto al 2013. Per anni quelle scene sono state discusse soprattutto per la loro componente erotica o per il loro “realismo”. Oggi invece moltissime persone le guardano pensando immediatamente al contesto in cui sono state girate e alle dichiarazioni delle attrici coinvolte.
Ed è forse questo uno degli aspetti più significativi di tutta la vicenda: il fatto che il pubblico abbia iniziato finalmente a considerare anche il benessere degli interpreti come parte integrante dell’opera stessa. Perché alla fine il cinema non è fatto soltanto di immagini sullo schermo. È fatto anche delle persone che quelle immagini le hanno dovute vivere.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






