Il problema del sessismo nelle scuole italiane

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Nelle ultime settimane sono stati tanti i casi di sessismo, ovviamente sempre nei confronti delle studentesse, in alcune scuole d’Italia. Prima una docente che fa presente a una ragazzina di non essere «sulla Salaria», strada dove notoriamente ci sono le prostitute. Poi una collega che, addirittura, utilizza l’appellativo di “troia” per come si vestono delle studentesse (anche minorenni!). Storie del genere dovrebbero essere inammissibili e soprattutto criticate da chiunque, genitori e no, eppure c’è comunque chi ritiene che i docenti siano dalla parte della ragione. Quindi, qual è il problema alla base?

In primis, facciamo una premessa. Le generazioni cambiano. Se quando andavano a scuola i nostri genitori era inammissibile indossare una gonna sopra al ginocchio o, come racconta Lucetta Scaraffia, le studentesse erano obbligate «a indossare il grembiule», adesso i tempi sono cambiati e non deve essere per forza una critica, anzi. Dovremmo imparare dalle nuove generazioni e da come conoscono la propria libertà. Da come si sentano libere di indossare quel che vogliono e quello che le fa sentire a proprio agio, ma anche di come lottano per questa libertà.

Un tempo non potevi neanche sognare di denunciare un’ingiustizia da parte di un docente, perché il docente aveva sempre ragione. Adesso invece il docente è messo in discussione, il docente non è sempre dalla parte giusta. Certo, ovviamente in molte occasioni si esagera e le mancanze di rispetto non devono essere in alcun modo tollerate, ma questo vale sia da parte degli studenti che da parte dell’insegnante. Rispetta per essere rispettato, questo dovrebbe essere alla base della convivenza civile.

Da una parte, quindi, uno studente non deve permettersi di registrare, fare foto o prendere in giro un insegnante (come avvenne nel caso di Bassano, sei tu? che è diventato un meme ma che evidenzia solo una gravissima mancanza di rispetto da parte di tutta la classe nei confronti di un docente in difficoltà), dall’altra non deve neanche esistere che un insegnante si permetta di paragonare una studentessa a una prostituta o che un’altra chiami troie, il termine più sessista che esista, quello che riduce la figura femminile al solo aspetto sessuale, delle ragazze, per giunta minorenni.

Il sessismo nelle scuole d’Italia: storie di ribellione

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«Il caso della professoressa romana che ha osato apostrofare una studentessa poco vestita evocando la via Salaria, mi sembra montato ad arte, ma tuttavia allude a problemi certamente gravi, come il comportamento da tenere a scuola, che comprende anche un certo codice di abbigliamento», leggiamo su La Stampa. Parole dette da una donna. La professoressa Scaraffia ha ragione, da un certo punto di vista. A scuola si potrebbe evitare di fare balletti per TikTok e pensare a studiare. Tuttavia, oggi ci sono i balletti, un tempo c’era la musica, tempo addietro ancora c’erano altre distrazioni.

Vogliamo biasimare i ragazzini e le nuove generazioni per come sono stati cresciuti dalle vecchie generazioni? Possiamo incolpare davvero degli adolescenti perché sono nel periodo di ribellione che tutti abbiamo avuto? O semplicemente perché mentre ballano o si muovono la maglietta si solleva? Possiamo davvero provare a giustificare le parole cattive di una docente che dovrebbe essere un esempio, un punto di riferimento nei confronti di una studentessa che, ricordiamolo, è in un periodo delicato della sua vita?

«Quando interrompi lo studio di una ragazza per farle cambiare abbigliamento o la mandi a casa da scuola perché le si vedevano le spalline del reggiseno le stai dicendo che assicurarsi che i ragazzi abbiano un’ambiente di studio libero da distrazioni sia più importante della sua educazione. Invece di far vergognare una ragazza del suo corpo o di come si veste insegnate ai ragazzi che le donne non sono oggetti sessuali», scriveva Darinka Montico nel 2020, in un post su Facebook, e penso che non ci sia niente di più adatto per descrivere questa situazione.

Uno studente, maschio, femmina o no binary che sia, deve essere libero di esprimersi con il proprio stile, ovviamente senza superare il limite. Chiaramente nessuno studente deve provare a entrare a scuola in costume da bagno, ma davvero dobbiamo polemizzare per una maglietta che si è alzata mentre la ragazzina stava ballando? Davvero dobbiamo giustificare un’insegnante che ha «accusato di mercificare il mio corpo, per il modo in cui ero vestita» una ragazzina?

«Tutto si è scatenato perché durante un’ora di buco con un compagno stavamo facendo un balletto da postare su tik tok. Lei è entrata senza dire nulla. Noi ci siamo rimessi a sedere e ci siamo scusati. A quel punto mi ha accusato di mercificare il mio corpo. E poi davanti alla vicepreside la professoressa ha insistito, alzandosi la maglietta e muovendosi in modo sensuale per farmi capire che non voleva darmi della prostituta, ma tutelarmi. Ma a me ha detto un’altra cosa: che stavo vendendo il mio corpo», ha raccontato la sedicenne.

Cinzia Giacomobono, preside del liceo scientifico Righi, ha detto all’Adnkronos «aprirò come atto dovuto il procedimento disciplinare nei confronti della professoressa, ma spero che questa vicenda si possa risolvere in modo costruttivo e formativo per tutti, corpo docente e ragazzi» e che la docente non voleva insultare. Ha anche detto che «predisporrò interventi formativi, come incontri con la polizia postale, per farle [alla studentessa, ndr] comprendere che quelli che ha avuto sono comportamenti che nessuno dovrebbe mettere in atto perché possono ritorcersi contro».

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Insomma, un’insegnante dà della prostituta a una ragazzina, non fa un minimo commento al ragazzo che stava ballando con lei, però deve essere la ragazzina a imparare qualcosa e non l’insegnante che appena vede una ragazza con una maglietta appena sollevata ballare con un suo coetaneo pensa che sia una prostituta. Il problema non è solo «l’uscita infelice» (così è stata descritta dalla docente), ma proprio il fatto che l’abbia pensato. La docente ha avuto paura del revenge porn, del bullismo e del cyberbullismo.

«Il suo [della docente, ndr] obiettivo era dunque impedire alla ragazza di mettere in rete un video, in cui ballava a corpo scoperto che avrebbe potuto rivelarsi pericoloso. Evidenziando tra l’altro che la scuola non è il luogo in cui fare certe cose. Il suo intervento era finalizzato a questo», ha sottolineato la preside. Il problema del revenge porn, del bullismo e del cyberbullismo non sono le vittime, bensì i bulli e i cyberbulli. La docente ha attaccato, però, solo la studentessa, senza dare alcun messaggio.

C’è poi il commento della collega, ex professoressa dello stesso istituto ma ora supplente in un’altra scuola. Questa docente ha postato sul proprio profilo Facebook un commento scrivendo: «oggi facciamo una preghiera, anche laica, per tutti quelli che mandano le figlie a scuola vestite come troie! Preghiamo insieme!». Ma di cosa stiamo parlando? Chiamare troie delle studentesse? Anche questo commento ha come obiettivo quello di salvare le ragazzine dal revenge porn? Perché a me sembra semplicemente ignoranza e bullismo.

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Ovviamente, è subito arrivata la protesta degli studenti. All’Ansa un ragazzo racconta che la sedicenne è «una mia cara amica. Abbiamo entrambi 16 anni. L’abbiamo costretta a parlare con la preside. Di solito queste cose le scivolano addosso ma questa volta era arrabbiatissima. Stava solo facendo un TikTok durante un’ora di buco. Le si è scoperta solo un po’ la pancia. Sei una docente, in più donna, sai che certe cose fanno male».

«A pochi giorni dallo scandaloso commento di una professoressa del liceo Righi anche nel nostro Liceo Orazio leggiamo qualcosa di inammissibile: un docente invita sui social a fare una preghiera per tutti i genitori che mandano le figlie a scuola vestite “come troie”.

Nel 2022 e in un contesto scolastico è inaccettabile un così inadeguato uso delle parole, peraltro da parte di un professore, che dovrebbe istruirci e “aprirci la mente”, e invece esprime i suoi pensieri sessisti e retrogradi.

Siamo stufə di pregiudizi del genere, mirati a svalutarci come studentə ed individui, come se il nostro abbigliamento fosse causa e ritratto del nostro intelletto. Ci battiamo e continueremo a batterci per un ambiente scolastico equo ed inclusivo, nel quale nessuno debba vedersi giudicatə».

Studenti in una nota

All’Ansa, Syria, una studentessa ed esponente del movimento studentesco romano “La Lupa” ha detto che «succede spesso che le ragazze vengono riprese per il proprio abbigliamento: pantaloncini e gonne corte. Spesso vengono dati giudizi dagli insegnanti, succede spesso, è successo anche a me. Ma quello che è accaduto al Righi trovo che sia di una gravità inaudita per le parole utilizzate. È assurdo che un’insegnante possa giudicare e commentare l’abbigliamento di una ragazza, in più con parole scandalose».

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Continua: «Oggettificare il suo corpo in questo modo, legittimando dei commenti che vengono fatti spesso sul corpo di noi ragazze… Dobbiamo dare una risposta forte e collettiva. La scuola ha un ruolo di confronto ma anche di cura e relazione, impariamo a prenderci cura gli uni degli altri. E da parte di un professore/professoressa non è accettabile che venga utilizzato un linguaggio rappresentativo di una mentalità chiusa, patriarcale e maoista».

Parla anche la studentessa che ha dovuto vivere questa triste vicenda: «Sono felice di come è finita questa giornata. C’è stata tanta gente alla protesta e ho sentito vicini i miei compagni: ragazze e ragazzi che hanno rotto il dresscode. La professoressa?  Non mi ha effettivamente chiesto scusa perché si rifiuta di chiedermi scusa per una cosa ‘non detta’. Ieri mi hanno convocato dalla preside con la professoressa e abbiamo avuto un confronto ma l’unica cosa ottenuta è stata la scusa per la parola infelice».

Ha raccontato anche di come abbia chiesto alla docente «se dovesse incontrare un ragazzo a scuola con i pantaloncini corti cosa gli direbbe?» e lei le ha risposto «ma che stai al mare?». Da questa risposta, le ha fatto comprendere il suo sessismo: «in questa risposta c’è la vera discriminazione nella frase che mi ha detto e la differenza di giudizio tra ragazze e ragazzi. Perché il maschio al mare ed io sulla Salaria?».

Ha dimostrato anche molta maturità, scusandosi: «Io mi scuso perché non si devono usare i social, fare video o mettere la musica, a scuola, ma la prof. poteva mettermi una nota, ovviamente. Gli altri professori con cui ho parlato li ho sentiti dalla mia parte in merito all’insulto ricevuto. Il docente di storia ha anche impegnato la sua ora per parlare dell’accaduto».

Concludiamo affermando che la docente potrebbe anche essere una delle migliori, probabilmente davvero si occupa di bullismo e cyberbullismo e magari è davvero così apprezzata come afferma la preside. Tuttavia se non si rende conto dell’errore che ha fatto e continua a giustificarlo dicendo che voleva dare una lezione sul revenge porn, evidentemente il sessismo è troppo intrinseco nella sua testa. Per quanto riguarda la docente del post Facebook, dovrebbe solamente vergognarsi ed essere licenziata.

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