Il femminismo non serve più: donne devono stare attente ai segnali e a come si vestono

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«La vittima, Martina, secondo le nostre previsioni, avrebbe dovuto avere tutti gli strumenti per essere in allarme, per stare sul chi va là», ha detto la magistrata Maria Monteleone facendo riferimento al femminicidio di Martina Scialdone. “Evitare sorrisi“, “non indossare abiti succinti“, sono consigli che provengono da un opuscolo distribuito nel 2023 a degli studenti di scuola superiore, per prevenire lo stupro. Come se per prevenire lo stupro non bastasse insegnare l’educazione e il rispetto nei confronti delle altre persone. No, significa no. Se la persona non è capace di dire no, è comunque no. Se indossa una minigonna non la indossa per te. Ma il femminismo non serve più, è così?

Martina Scialdone aveva aveva 34 anni, era un’avvocatessa. Il suo assassino è un uomo di 60 anni con cui aveva avuto una relazione. L’ha uccisa con diversi colpi di pistola davanti a un ristorante in viale Amelia, nel quartiere Appio-Latino, vicino alla stazione Tuscolana. L’uomo era a cena con la donna, pare, per l’ultimo tentativo di riconciliazione dopo la rottura del rapporto. Ma subito è scoppiata una violenta lite che poi è degenerata nel femminicidio della donna, una volta usciti dal locale per non disturbare gli altri clienti.

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Gli avvocati dell’assassino, Costantino Bonaiuti, parlano di depressione, «stava per sfociare in un gesto estremo, tanto che abbiamo sollecitato la struttura carceraria dicendo che è possibile si verifichi un evento suicidario. Non si tratta di un omicidio volontario o preterintenzionale, qui parliamo di un tragico errore, una persona che forse voleva porre fine alla sua vita e per sbaglio ha posto fine a quella di un’altra persona». Aggiunge anche che l’assassino ha avuto sempre un atteggiamento cordiale verso Martina, tanto che non ci sono denunce o querele. Però, intanto, Martina Scialdone è morta, e Costantino Bonaiuti deve pagare per quel che ha fatto.

Soprattutto, però, viene lecito interrogarsi: perché persone in cura continuano a possedere delle armi? Ne abbiamo già parlato per il caso di Giulia Donato, la prima vittima di femminicidio del 2023, uccisa dal compagno che possedeva un’arma per lavoro e che, nonostante fosse in cura per uno stato depressivo, continuava a possedere. Allo stesso modo, Costantino Bonaiuti, depresso anche lui, aveva il porto d’armi e quindi la pistola con cui ha ucciso Martina Scialdone era completamente legale. Questo dovrebbe farci interrogare sui controlli da fare prima di rilasciare un’arma.

Ma quello su cui ci si interroga oggi, è qualcos’altro.

Femminicidio, stupro e victim blaming vanno di pari passo

Il femminicidio di Martina Scialdone

Iniziamo dalle dichiarazione della magistrata Maria Monteleone, interrogata da La Repubblica che ha anche avuto il coraggio di postare le sue dichiarazioni sui vari social. «La sensazione umana e professionale è di grande smarrimento, oltre che di dispiacere. Questo caso è unico. La vittima, Martina, secondo le nostre previsioni, avrebbe dovuto avere tutti gli strumenti per essere in allarme, per stare sul chi va là. Faceva l’avvocato, per di più in questa specifica materia, chissà quante volte ha assistito e consigliato donne vittime di violenza», ha detto.

Martina Scialdone, l’unica vittima di questa situazione, era esperta di diritto di famiglia. Apparentemente, però, da quello che abbiamo letto dall’avvocato dell’assassino, non c’era alcuna querela o denuncia nei confronti dell’uomo. E, anche se ci fossero state, chi potrebbe mai pensare che incontrare il tuo ex, la persona che hai amato, per giunta in un luogo pubblico, potrebbe essere l’ultima cosa che fai nella tua vita? Secondo le nostre previsioni, all’uomo che soffre di depressione sarebbe dovuta essere tolta la pistola. E soprattutto, caro avvocato, perché aveva con sé la pistola per andare a trovare la sua ex?

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In secondo luogo, vorrei anche dire che è facile dar giudizi quando non ti trovi nella situazione. Magari Martina Scialdone ha consigliato e ha anche salvato tante donne, ma magari pensava anche che “a me una cosa del genere non può succedere“, o forse pensava di conoscere abbastanza il suo ex partner, o semplicemente non ha creduto possibile essere uccisa in un luogo pubblico. Quante volte sentiamo le notizie online, ci dispiacciamo ma, alla fine, finisce lì? Non pensiamo mai che certe cose possano succedere anche a noi. E non possiamo essere colpevolizzate per questo.

Martina Scialdone non ha letto i segnali, ma lei è la vittima in questa situazione, non le può essere data una colpa perché, in quanto avvocato, non è riuscita a prevedere che l’ex che ha amato la stava per uccidere. Allo stesso modo, altri avvocati dovrebbero imparare a dosare le parole prima di cominciare a fare una campagna di santificazione e giustificazione dell’assassino. Costantino Bonaiuti soffriva di depressione, e con un’arma è andato a incontrare la sua ex, che poi ha ucciso. I colpevoli sono tre: chi ha premuto il grilletto, chi ha permesso che possedesse un’arma e chi colpevolizza la vittima.

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L’opuscolo anti-stupro

E a proposito di colpevolizzare la vittima… Passiamo all’opuscolo anti-stupro. Ci si aspetterebbe, nel 2023, qualcosa come “se la persona che ti piace dice che non vuole fare sesso con te, significa che non vuole farlo, non che vuole essere convinta“, o ancora che “se mentre vi state baciando il tuo partner cambia idea, significa che ha cambiato idea e non vuole fare niente con te in quel momento, non che devi convincerlo“, e ancora “se una ragazza indossa una gonna troppo corta o ha bevuto troppo, non implica che voglia fare sesso con te, ma solo che ha indossato una gonna che le piaceva e che ha bevuto per divertirsi non con te“.

Stiamo parlando di un opuscolo indirizzato agli studenti delle scuole superiori del Comune di Cividale (Udine), con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, con l’obiettivo di “prevenire le aggressioni, combattere la violenza“. Quindi educare gli aggressori e stupratori? No. Lo scopo di quest’opuscolo anti-stupro è quello educare le vittime a cosa non devono fare per essere vittime. In altre parole, limitare se stesse per non provocare un uomo. Victim blaming, ecco di cosa parla l’opuscolo.

«Evitate la sera di camminare su strade isolate o poco illuminate», «Siate cauti nell’offrire o richiedere passaggi in auto a sconosciuti», «Se state facendo jogging evitate di indossare oggetti di valore come collane, bracciali ed orologi». Ma anche indicazioni al limite del ridicolo, per esempio in discoteca: «Non guardate insistentemente e non fate commenti indirizzati all’altrui ragazzo/a, né sorrisi ironici o provocatori a sconosciuti»; «Alcuni studi hanno messo in evidenza che talvolta l’abbigliamento eccessivamente stravagante o succinto ha richiamato l’attenzione di persone particolarmente violente che avevano travisato le intenzioni della vittima». Che studi? Possiamo leggerli?

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Secondo l’opuscolo, «l’aggressore osserva e seleziona le vittime anche sulla base di particolari come i gioielli e l’abbigliamento eccessivamente elegante o vistoso». In altre parole, quest’opuscolo, nel 2023, vuole dire alle donne come vestirsi e come comportarsi per far sì che nessun uomo fraintenda il loro comportamento. Potevamo accettarlo nel Settecento, forse. Ma nel 2023 leggere di come per parlare di stupro si parli alle donne e non agli uomini che potrebbero stuprare (oddio sì, not all men, lo sappiamo che tu che stai leggendo sei un bravo uomo che non stuprerebbe mai una donna e che ci sono donne che stuprano), fa veramente cadere le braccia.

Beatrice Bertossi, 19enne coordinatrice del Movimento studentesco per il futuro, ha ritirato tutte le copie e al telefono con il Corriere ha detto che «come rappresentante degli studenti, ma anche come persona, mi ha scosso profondamente leggere, nel luogo dove dovrei essere educata come essere umano, un fascicoletto che dipinge la donna come colei che deve sempre difendersi. Che si propone di combattere la violenza dicendoci come dobbiamo vestirci. Che non tiene conto del fatto che prevenire a scuola significa educare alla sessualità, al consenso, all’assertività».

Debora Serracchiani, capogruppo del Pd alla Camera ed ex governatrice del Friuli Venezia Giulia: «Sempre là si ricasca: se ti stuprano vuol dire che te la sei cercata, provocavi. Sembra la ripetizione di un vecchio pregiudizio, di una mentalità maschilista in via di estinzione» (a meno che il tuo stupratore non sia nero, se sei nero è sempre colpa sua). La presidente dell’associazione D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, Antonella Veltri, aggiunge: «Quell’opuscolo alimenta la vittimizzazione secondaria: fa sentire le donne colpevoli nel momento in cui decidono di abbigliarsi in un certo modo o camminano in spazi presumibilmente poco sicuri».

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