L’università non è una gara e quando lo capiremo potremo viverla al meglio

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Negli ultimi giorni ho letto così tanti articoli su studenti che si laureano molto prima del previsto che mi son detta: non posso non scriverne. Tuttavia, devo ammetterlo, sono rimasta stupita anche dal gran numero di coetanei che ha espresso il proprio dissenso nei confronti di questi articoli e dei post a riguardo, in particolare verso la ragazza laureata in giurisprudenza che ha preso in giro una malattia come la depressione, che non scegli di avere e che non puoi guarire, come pensano in molti, «pensando positivo».

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Fonte: pinterest

Chi segue il mio blog sa che sono appena tornata dalla mia esperienza Erasmus, per cui ho provato l’ebrezza di studiare all’estero e quindi scoprire un nuovo mondo universitario magico in cui i professori ti rispettano, rispondono entro 5 minuti alle mail (persino inviate di domenica, roba sconvolgente) e ti considerano come se fossi un loro pari, e proprio per questo motivo voglio dire la mia su questa situazione. In più, io sono fuori corso, e il fatto di essere fuori corso mi mette addosso un’ansia assurda, ma semplicemente perché avevo delle aspettative sulla mia carriera all’univesità e le persone intorno a me non fanno che ricordarmelo.

Anzi, se devo essere onesta, nell’ultimo periodo sembrano averlo capito anche loro: ognuno ha i suoi tempi, e spesso non è neanche colpa dello studente se non riesce a superare un esame. Non sto dando la colpa sempre ai professori dell’università, molto spesso è lo studente che non ha studiato abbastanza (e a volte proprio perché ha troppa ansia e potete comprendere quello che scrivo solo se anche voi avete quell’ansia che non vi fa dormire di notte e che vi fa mancare l’aria anche nei momenti in cui dovreste essere tranquilli), tuttavia non sempre va così.

Ovviamente non farò nomi e cognomi, né alluderò a una specifica università, ma a volte mi sono trovata ad assistere ad esami in cui il professore umilia in un modo disumano gli studenti. Che gusto c’è? Perché non potete semplicemente dirci «no, non è così», spiegarci dove abbiamo sbagliato e poi invogliarci a presentarci al prossimo appello?

Perché dovete dirci che non ci farete laureare, perché ci buttate il libro a terra, ci invitate a raccoglierlo e ci dite che ci abbiamo messo più impegno a raccogliere il libro che a preparare l’esame? Perché dovete segnarci così tanto psicologicamente come se non avessimo buttato ore e ore su cinque libri (di cui uno scritto da voi) mentre voi ci fate una domanda su una nota a piè di pagina?

Frequentare l’università nel 2021

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Ho scritto diversi articoli su cosa significhi essere uno studente nel 2021, o meglio, su cosa significhi avere 20 anni nel 2021, oppure un sogno, ma oggi ci dedichiamo proprio a cosa significhi essere uno studente all’università in questo decennio. Sottolineo in questo decennio perché, siamo onesti, i tempi sono cambiati.

L’università è sempre stata complessa, ma è anche vero che ai tempi dei nostri genitori o dei nostri nonni potevi diventare qualcuno anche senza una laurea, mentre oggi è difficile trovare lavoro persino con due lauree e un master. Oggi l’università è quasi obbligatoria, soprattutto se hai frequentato un liceo (ma anche per chi esce da un tecnico).

Noi usciamo dalle scuole superiori, e non voglio aprire una parentesi su quanto già dalle superiori viviamo con tantissime pressioni addosso, non ci riposiamo neanche un po’ e veniamo subito catapultati in un nuovo mondo a cui siamo completamente estranei. Quando frequentiamo le superiori pensiamo «all’università sarà più semplice perché deciderò io quando dare esami» ma poi ci troviamo professori che rimandano l’appello di settimane facendolo coincidere con un altro, a dare tre esami in tre giorni di seguito, ad avere un appello al mese (solo in cinque mesi all’anno) ma per ogni materia.

Non ce le dicono mica queste cose. Ci insegnano a studiare per l’università ma non ci insegnano a come sopravvivere all’università. E non voglio fare la vittima, non voglio che pensiate che sono la solita piagnucolona, ma purtroppo sono tutte situazioni che ho vissuto o che mi sono state raccontate. In Italia molti professori (non tutti, fortunatamente ho avuto anche dei professori davvero gentili e umani) si ergono a divinità e dimenticano di essere stati degli alunni, oppure che davanti a loro hanno solo degli studenti che cercano di emergere, di essere qualcuno in questo mondo.

Quando sono andata in Croazia, a Zadar, mi sono trovata davanti dei professori che mi chiamavano collega, che mi sorridevano, ma non solo a me studentessa Erasmus. Durante un colloquio di presentazione fra me e una docente mi ha detto, nostalgica, che le mancavano tanto i suoi studenti. Assistendo a delle lezioni ho visto professori scherzare con gli studenti. E anche il materiale, ragazzi, non sottovalutiamo il materiale. In Italia abbiamo esami da 12 CFU e da 6 CFU che ci sembrano da 20, mentre all’estero gli esami sono suddivisi nei semestri e negli anni in modo da ridurre il carico di studi e da aiutare lo studente, ma non solo.

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Ho sostenuto un esame sulla prostituzione nell’antica Grecia e la prima cosa che ho detto alla professoressa dopo aver studiato il suo esame è che mi era piaciuto tantissimo studiarlo e che in Italia non mi era mai capitato di studiare cose così interessanti. Sapete cosa mi ha risposto la docente? «L’ho proposto io perché penso che è un argomento che agli studenti potrebbe interessare, così si interessano anche al corso e studiano con piacere».

In Italia continuiamo a studiare i mallopponi che, per carità, sono alla base della nostra cultura, ma ci serve sapere a memoria la data di nascita di uno scrittore e venire bocciati se la sbagliamo? Non basterebbe inquadrarlo storicamente?

Frequentare l’università in Italia nel 2021 significa dover imparare tantissime cose che magari neanche ti interessano, significa perdere la passione per quel che studi, perché, scusatemi ma devo dirlo, io avevo perso la passione per quel che amavo, per la letteratura e per la storia, per le comunità antiche, ma andando in Croazia a studiare io l’ho ritrovata. Non pensate che un’università dovrebbe invogliare lo studente a studiare? Non pensate che un professore dovrebbe essere capace di trasmettere la propria passione?

Essere uno studente oggi significa dover studiare 5 libri (da €50 l’uno), se va bene, tutti per un esame e, che tu lo passi o no, poi dovrai comunque riprendere a studiare un giorno dopo, perché non puoi permetterti una pausa. In università tutto scorre veloce: il tempo, gli appelli, le lezioni, non puoi mai fermarti. Ma sai cosa? È sbagliato. È completamente sbagliato, ed è per questo che sentiamo diverse storie di ragazzi che non riescono più a reggere il peso e si suicidano. Pensateci: preferiscono suicidarsi piuttosto che prendersi una pausa dall’università. Ci rendiamo conto di quanto questo sia grave?

Siamo una generazione che cresce con dei pesi addosso, con il peso del futuro, della laurea, del lavoro che dobbiamo crearci da soli perché i posti sono tutti occupati. Non ci pensiamo neanche a fare una pausa, a fermarci e respirare, perché non sappiamo come si faccia. E ci chiamano anche privilegiati, solo perché siamo cresciuti con internet e con i social, come se preferissimo avere uno smartphone rispetto a un futuro. Ma adesso, dopo mesi, o forse anni, passati a piangere perché non mi sentivo abbastanza, ve la dico io una cosa.

Fermatevi e respirate, fate una pausa, andate al mare, fate un viaggio, riposatevi e, sì, piangete anche. Buttate giù tutto e non abbiate paura a dimostrarvi deboli e, a chiunque vi chieda «e quando ti laurei?» fategli una pernacchia, perché è la vostra vita e vi laureerete quando sarete pronti, non quando pretendono le persone che vi sono intorno. E lasciate anche perdere quelle testate o quelle persone che neanche comprendono il peso dell’ansia e della depressione, perché, evidentemente, la loro laurea non ha insegnato anche ad essere umani.

Autore

  • Giulia, 22 anni, blogger. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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