“Mattarella si metta una mano sulla coscienza”? Le assurde pretese di un uomo che ha ucciso due persone
L’ingresso nel carcere di Bollate di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione, ha riaperto uno dei dibattiti più divisivi degli ultimi anni. Davanti ai giornalisti, il 72enne ha ribadito di sentirsi vittima di un’ingiustizia e di sperare (anzi, direi quasi pretendere) nella grazia del Presidente della Repubblica. La moglie ha già presentato la richiesta ufficiale, mentre i suoi avvocati hanno depositato un’istanza per il differimento della pena. Nel frattempo, diversi esponenti politici del centrodestra hanno espresso solidarietà nei suoi confronti, trasformando nuovamente il caso in un simbolo della discussione sulla legittima difesa.

Sui social, però, il dibattito sembra essersi ridotto a una domanda estremamente semplice: “Ha fatto bene oppure no?“. Una semplificazione che rischia di cancellare completamente ciò che è emerso nei tre gradi di giudizio. La sentenza della Cassazione, infatti, non stabilisce che un commerciante non possa difendersi durante una rapina. Stabilisce piuttosto che, nel momento in cui il pericolo è cessato e i rapinatori stanno già fuggendo, la reazione non può più essere considerata legittima difesa.
Questa distinzione è fondamentale, ma è anche quella che più spesso viene ignorata. Parlare del caso Roggero senza spiegare perché è stato condannato significa raccontare solo una parte della storia e trasformare una vicenda giudiziaria estremamente complessa in uno slogan politico. E purtroppo sappiamo che persone come Matteo Salvini, letteralmente vivono per situazioni del genere (nonostante le sue priorità dovrebbero essere altre, come, ad esempio, i treni).
Io sto, in tanti stiamo con Mario Roggero. Un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Per la giustizia italiana ha esagerato.
Io non auguro a nessuno dei commentatori da tastiera di trovarsi in un contesto drammatico come quello e non auguro a nessuno di poter cercare di capire cosa ti dice la tua mente. Non entro nel merito della sentenza, ritengo ingiusta questa condanna. Spero di far arrivare la voce ovunque per chiedere ‘grazia per Roggero’. Una grazia per un lavoratore onesto, tranquillo, perbene, per un marito, per un padre, per un nonno che a 72 anni non merita sicuramente il carcere.
Matteo Salvini
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La sera del 28 aprile 2021 tre uomini fecero irruzione nella gioielleria di Roggero, minacciando lui e la sua famiglia con delle armi e impossessandosi di gioielli e denaro. È un episodio gravissimo, sul quale non esistono dubbi. Nessuno mette in discussione il trauma subito dal gioielliere né la violenza della rapina.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, però, la situazione cambia completamente nel momento in cui i rapinatori escono dal negozio e raggiungono l’automobile per fuggire. Roggero esce dalla gioielleria impugnando una pistola (detenuta illegalmente, ma di questo ne parliamo a breve), li insegue e apre il fuoco da distanza ravvicinata. Due rapinatori vengono uccisi, mentre il terzo rimane gravemente ferito. Proprio questa fase successiva alla rapina è quella che ha portato alla condanna definitiva: non una reazione per salvare la propria vita, ma un inseguimento armato quando il pericolo immediato era ormai terminato.
Una vendetta, come se fossimo nel Far West e lui fosse un cowboy in cerca di vendetta.

Per questo motivo i giudici hanno escluso la legittima difesa. Non perché la rapina non fosse reale, ma perché la risposta armata è avvenuta quando l’aggressione era già finita.
Un passato che spesso viene dimenticato
Nelle ultime ore molti hanno raccontato Roggero come un cittadino esasperato dalla criminalità . «Vogliamo solo sottolineare l’aspetto umano dell’intera vicenda evidenziando che il nostro collega aveva già subito alcune rapine, aveva visto i suoi familiari minacciati. Si tratta di un uomo ultra settantenne, di un collega orafo che sta vivendo un momento difficile», ha affermato Roberto De Laurentiis, presidente del Consorzio Antico Borgo Orefici, durante un presidio a Napoli.
C’è però un capitolo della sua storia che raramente trova spazio nel dibattito pubblico o, in generale, in quello pubblico. Nel 2005 il gioielliere fece irruzione nell’abitazione del fidanzato della figlia nel cuore della notte, aggredendolo fisicamente e minacciando lui e i suoi genitori con una pistola carica. Per quei fatti patteggiò una condanna per violazione di domicilio e minacce aggravate. La conseguenza più importante fu la revoca del porto d’armi, che gli impediva di detenere legalmente una pistola.
Ho letto anche numerosi commenti che cercavano di giustificare persino quest’aggressione. Uno, in particolare, diceva: “Ma ti sei chiesto perché nel 2005 ha fatto quello? Forse il fidanzato ha picchiato la figlia? E secondo te non ha fatto bene in quel caso? Doveva aspettare che la ammazzasse?”. Il problema è che questa giustificazione trasmette un messaggio preoccupante: quello secondo cui, di fronte a un sospetto o a una situazione di pericolo, sia legittimo sostituirsi alla giustizia e intervenire con la violenza.

È vero, purtroppo, che troppo spesso le donne vittime di violenza domestica denunciano senza ricevere una protezione adeguata. La cronaca è piena di casi in cui le istituzioni sono intervenute troppo tardi, quando ormai era impossibile evitare un femminicidio. È una realtà che non può essere ignorata e che richiede un profondo miglioramento dei protocolli di prevenzione, della formazione delle forze dell’ordine e della tutela delle vittime.
Ma proprio perché il sistema presenta delle falle, la soluzione non può essere quella di legittimare la giustizia fai-da-te. Se accettiamo il principio secondo cui ogni cittadino può decidere autonomamente quando usare la forza, il rischio è quello di sostituire lo Stato di diritto con la legge del più forte. La risposta dovrebbe essere pretendere istituzioni più efficaci, capaci di intervenire prima che sia troppo tardi, non incoraggiare l’idea che ciascuno possa farsi giustizia da solo.
E infatti, sedici anni dopo, Roggero aveva nuovamente un’arma. Non si trattava di una pistola regolarmente denunciata, ma di un’arma detenuta illegalmente (capiamo perché la Lega comunque sia dalla parte dell’orafo, vi ricordate la storia di Massimo Adriatici, l’assessore leghista che sparò e uccise un uomo per strada?). Ovviamente anche questo elemento è stato preso in considerazione nel procedimento giudiziario e contribuisce a delineare un quadro molto più articolato rispetto a quello che spesso emerge nelle discussioni sui social.
Perché trasformarlo in un eroe è un messaggio pericoloso
Comprendere la paura provata da una persona durante una rapina è naturale. Nessuno può sapere come reagirebbe trovandosi improvvisamente con una pistola puntata contro. Tuttavia, comprendere la paura non significa automaticamente giustificare qualsiasi comportamento successivo.
Negli ultimi giorni si è assistito a una narrazione che presenta Mario Roggero come un simbolo della giustizia fai-da-te, quasi fosse un cittadino punito per aver difeso la propria famiglia. Ma questa ricostruzione ignora completamente ciò che i giudici hanno accertato. La condanna non riguarda la difesa della propria vita durante la rapina, bensì ciò che è accaduto quando quella rapina era già terminata.
È proprio questo il messaggio che dovrebbe far riflettere. Se si trasforma Roggero in un eroe nazionale, si finisce inevitabilmente per legittimare l’idea che un cittadino possa decidere autonomamente quando è il momento di passare dalla difesa alla punizione. In altre parole, si rischia di confondere la legittima difesa con la vendetta.
Uno Stato di diritto funziona proprio perché il monopolio della giustizia appartiene allo Stato e non ai singoli individui. Si può discutere della pena, dell’età del condannato, dell’utilità del carcere o persino della possibilità di concedere la grazia. Ma raccontare questa vicenda come se fosse semplicemente la storia di un commerciante incarcerato per essersi difeso significa ignorare fatti fondamentali e contribuire a diffondere una visione della giustizia che rischia di essere molto più pericolosa del caso stesso.
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


