Gergely Homonnay, scrittore e attivista LGBT morto a Roma, l’amica: “Aveva paura per la sua vita”

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È stato ufficialmente aperto un fascicolo per «morte come ipotesi di altro reato» per Gergely Homonnay, scrittore ungherese e attivista della comunità LGBT, nonché convinto oppositore del governo di Orbán. Il 46enne viveva a Roma e da lì si occupava dei diritti delle persone omosessuali, finché il primo gennaio è stato trovato in fin di vita in un bagno turco in un circolo di San Giovanni a Roma circa alle 12:30, sebbene la notizia sia stata diffusa solo ieri. Non è tuttavia riuscito a sopravvivere. A trovarlo sono stati i dipendenti della struttura dove ha passato Capodanno.

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I carabinieri della compagnia di piazza Dante stanno indagando sulla morte e, intanto, il corpo è stato messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia presso il Policlinico di Tor Vegata. Al momento non è esclusa alcuna ipotesi e gli inquirenti stanno cercando di ricostruire le ultime ore di vita di Gergely Homonnay tramire le utenze telefoniche e le chat. Un’amica dello scrittore, Rita Perintfalvi, teologa ungherese che era stata con lui a Roma prima di Natale, scrive su Facebook che lo scrittore temeva per la sua vita.

Al momento sono attesi gli esami tossicologici e l’esito dell’autopsia per comprendere come è morto il giovane attivista, e se sarà confermato che la sostanza liquida e in polvere ritrovata dai militari di piazza Dante tra gli effetti personali dello scrittore è droga, in particolare Ghb (alcuni conoscenti hanno raccontato che ne faceva largo uso), gli inquirenti cominceranno a cercare lo spacciatore.

Quando alle 12:30 circa i titolari hanno trovato Gergely Homonnay in fin di vita, che respirava a fatica ed era quasi incosciente, hanno subito chiamato l’ambulanza che ha cercato di rianimare, ma nulla è stato abbastanza e alle 13:17 l’ungherese ha consumato il suo ultimo respiro. Subito sono arrivati anche i carabinieri. C’è comunque qualcosa che non torna in questa morte, o in un questo omicidio, in particolare per quello che Rita Perintfalvi racconta su Facebook. Gergely Homonnay temeva per la sua vita, in quanto oppositore di Orbán.

Gergely Homonnay e il suo attivismo contro il governo ungherese

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Sebbene vivesse a Roma ormai dal 2018, Gergely Homonnay non aveva dimenticato la sua patria e, anche da lontano, continuava a lottare per i diritti civili e per la comunità LGBT nel suo paese, criticando aspramente Viktor Orbán e il governo. In particolare, nelle ultime settimane si era scagliato contro la ministra della Famiglia candidata da Orbán stesso come prossima presidente della Repubblica nell’elezione che si svolgerà a fine gennaio. A causa delle sue dichiarazioni, era stato addirittura condannato in patria per diffamazione.

Di Katalina Novak, infatti, aveva detto che era un «orribile verme nazista», e queste parole ovviamente hanno causato un grande scandalo in Ungheria e soprattutto da parte del governo. Nel post condiviso dalla sua amica Rita Perintfalvi, che potrebbe essere stata l’ultima ungherese a vedere Gergely Homonnay vivo, emerge infatti la sua paura di tornare nella sua patria: «quando ero con Gergely, parlava quasi ogni giorno di quanta paura avesse di venire in Ungheria, che riceveva minacce, che lo osservavano, monitoravano i suoi movimenti, sapevano dove si sedeva sull’aereo, quando tornava a casa, che lo aspettavano all’aeroporto, ecc…».

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Nel lungo post scritto come un appello a tutti i politici dell’opposizione ungherese, la Perintfalvi chiede giustizia e verità sulla morte di Gergely Homonnay. Racconta che nei quattro giorni e mezzo passati insieme, il suo amico non ha mai fatto uso di droghe, ma sottolinea che comunque non vuole insinuare nulla perché non si sa ancora abbastanza. Quello che però sa è che Gergely era un «attivista politico e un opinionista dell’opposizione, contro cui i media del governo incitano odio da anni. È stato un bersaglio per la propaganda, sia online che offline».

Addirittura fa sapere che Gergely Homonnay non le ha voluto dare, per paura che anche lei fosse monitorato, l’indirizzo a cui spedire il libro che lei aveva scritta, ma ha preferito attendere che lei glielo potesse dare di persona. «La mia domanda è: questo è un MESSAGGIO per noi che, come Gergely Homonnay, osiamo ancora parlare apertamente in questo paese, o è uno sfortunato e tragico INCIDENTE?», chiede, quasi alla fine del suo appello, sottolineando che lei non si darà pace finché non ci sarà una risposta a questa sua domanda.

E noi speriamo, insieme a lei, che l’attivista possa ottenere la giustizia che chiunque meriti, e che se il governo ungherese davvero centra qualcosa con la sua morte, che possa pagare per quel che ha fatto. Non si può morire solo perché si esprime la propria opinione, perché questo è quel che si chiama dittatura (ricorda: Caro Matteo Salvini, parliamo del “Rinascimento” con la Polonia e l’Ungheria).

FELHÍVÁS MINDEN ELLENZÉKI POLITIKUSHOZ: TUDNI AKARJUK AZ IGAZSÁGOT HOMONNAY GERGELY HALÁLÁVAL KAPCSOLATBAN! Csak tegnap…

Pubblicato da Rita Perintfalvi su Lunedì 3 gennaio 2022

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