Quarant’anni fa il delitto di Giarre, uno dei primi omicidi per omotransfobia

Condividi

Il delitto di Giarre non è stato il primo omicidio per omotransfobia, ma è stato quello che ha fatto comprendere alla popolazione siciliana e italiana che gli omosessuali avevano bisogno di protezione. Dopo quarant’anni, ancora non si ha la verità, ci si è accontentati di una confessione tirata e impunita, perché pensare che i due avrebbero preferito suicidarsi che vivere come omosessuali sembrava più plausibile che pensare che i due fossero stati uccisi perché omosessuali.

In molti non lo ricordano, altri non erano ancora nati, altri ancora non si sono mai informati, ma chi ha a cuore la comunità LGBT, i diritti civili o semplicemente odia le ingiustizie, sa benissimo che Antonio e Giorgio non sono morti in un suicidio o in un omicidio-suicidio. Antonio e Giorgio sono morti assassinati dall’odio omofobico e da un paesino, da una famiglia, che preferisce un figlio morto a un figlio gay.

Oggi stiamo lottando per il DDL Zan, per eliminare dalle strade e dai social l’omotransfobia in modo che nessuno, che siano Antonio o Giorgio, o che sia Maria Paola, continuino a morire perché amano un uomo o una donna, che muoiano per amore. Siamo nel 2020 e le cose sono cambiate per alcune persone, sebbene non tutta la comunità lgbt sia ancora al sicuro, ma possiamo dire di aver fatto molti progressi.

Nel 1980, però, quando il delitto di Giarre si consumò, il piccolo paesino sembrava non importarsene della morte dei due ragazzi, in quanto omosessuali. Al funerale di Giorgio si presentarono poche persone, poiché omosessuale dichiarato. Nel 1980, non si cercò la giusta giustizia per la morte dei due che, ancora oggi, non hanno ottenuto. Il caso fu chiuso, ma di chiuso c’era solo la mentalità di quel paesino omertoso che li ha prima giudicati e poi uccisi.

Delitto di Giarre: l’omicidio e le accuse

Era il 31 ottobre 1980 quando il delitto di Giarre si consumò, quando i corpi senza vita di Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e il suo zito (fidanzato in siciliano) Antonio Galatina, 15 anni, furono trovati da un pastore in un agrumeto dei principi Grimaldi di Modica, sotto un enorme pino marittimo. Erano vicini, mano nella mano, e avevano entrambi un colpo di revolver Bernardelli calibro 7,65 alla testa. Si pensò subito a un suicidio, o a un omicidio-suicidio.

delitto-di-giarre-omofobia
Fonte: gay.it

I due ragazzi erano scomparsi dal 17 ottobre ma le famiglie, il paese e anche i carabinieri, pensarono subito che i due fossero scappati insieme per una fuga d’amore, poiché entrambi omosessuali (nel loro paese venivano chiamati «i ziti»). A 16 anni Giorgio, il più grande, fu sorpreso in auto dai carabinieri con un altro giovane e quindi fu denunciato. Da questo evento, prese il soprannome di «puppu co buddu», ovvero “omosessuale patentato”, in maniera dispregiativa.

In ogni caso, la teoria dell’omicidio-suicidio o del suicidio nel delitto di Giarre durò poco, poiché in primis non erano stati sentiti degli spari, in secondo luogo i carabinieri avevano già setacciato la zona senza aver mai trovato nulla. In terzo luogo, poi, fu trovata anche una lettera d’addio accanto ai loro corpi in putrefazione in cui i due si giustificavano dicendo di essersi uccisi perché le loro famiglie e il paese non accettava il loro amore. Tuttavia, nessuno riconosceva la grafia di chi avesse scritto la lettera.

Il primo, e unico, accusato nel delitto di Giarre, in questo caso irrisolto (perché sebbene abbia un colpevole nessuno è stato punito), fu il nipote di Antonio, Francesco Messina, all’epoca 12enne e quindi impunibile. Inizialmente disse di aver ucciso i due ragazzi poiché lo avevano minacciato di morte: «o ci uccidi o uccidiamo te», qualche giorno dopo, però, ritrattò, dicendo che i carabinieri lo avevano costretto a confessare minacciando di accusare e arrestare suo nonno.

delitto-di-giarre-omofobia
Fonte: viaggiatoricheignorano.blogspot

Tuttavia, per i carabinieri, il 4 novembre il caso è chiuso. Il ragazzo non era punibile a causa della sua giovane età e, in poco tempo, il paese e i media si dimenticarono del caso. Nessuno, oltre alcuni giornali (tra cui Il Messaggero, Il Piccolo, La Sicilia, L’avvenire) si pose le domande fondamentali: dove aveva trovato la pistola il 12enne? Chi aveva scritto il biglietto? Perché i corpi non erano stati trovati subito? Perché nessuno aveva udito gli spari?

Tra le altre cose che non vanno, sono le bare dei due ragazzi. I loro corpi sono stati trovati il 31 ottobre. Sono scomparsi il 17. Ma le famiglie, sulle loro bare, hanno indicato due date differenti, il 26 novembre per uno (un mese dopo l’effettivo decesso) e il 25 ottobre per l’altro. Ovviamente ci si chiede perché il 25 ottobre. I due sono morti in quel giorno? Le famiglie quindi sapevano tutto?

Erano omosessuali, per cui a nessuno importava. L’importante era avere un colpevole, anche se non era quello giusto. Anche se Giorgio e Antonio non avevano giustizia, a nessuno importava perché erano omosessuali. Il delitto di Giarre è ancora oggi irrisolto, sebbene tra i più, tra cui anche il sindaco di Giarre di quei tempi, Nello Cantarella, è apertamente convinto che il colpevole non fosse il ragazzino, ma che fosse stato scelto solo perché non sarebbe finito in carcere.

Delitto di Giarre oggi

Come abbiamo scritto, non tutti erano convinti della colpevolezza di Ciccio Messina, in molti credevano che i mandanti fossero le famiglie o proprio gli assassini stessi. E soprattutto, in molti credono che il paesino del delitto di Giarre sappia tutto ma che viga l’omertà. E, a causa di questa omertà, dopo quaranta anni, Giorgio e Antonio non hanno ancora ottenuto la giustizia che meritano.

Giuseppe Foti, sostituto procuratore di Catania, ha spiegato la sua posizione a Linkiesta riguardo il delitto di Giarre:

«La versione data in pasto alla gente e persino a me, che cioè i due giovani fossero stati uccisi da un bambino di 13 anni, appare assurda. Tutte le indagini sono rimaste inficiate da questo iniziale approccio sbagliato. Quale sia stato il motivo di questo percorso erroneo non posso dirlo con sicurezza.

Posso dire con certezza che il percorso è stato preordinato al punto da individuare un bambino quale omicida, al punto da far ritenere un pretore di convincere anche a me. Ma, una volta fatte le indagini, non si poteva più tornare indietro: erano pregiudicati tutti gli elementi che potevano essere perseguiti.

Nell’immediatezza si sarebbero dovuti sentire i parenti del ragazzo che si accusava, quelli dei due ragazzi, capire da quanto tempo le vittime si frequentavano. Tutte queste cose non furono fatte».

Secondo Paolo Patanè, ex presidente Arcigay nazionale e direttore generale del Coordinamento dei Comuni Unesco Sicilia ha affermato, sempre a Linkiesta, che

«Aleggia su questa orrenda storia di morte e disprezzo il retaggio ancestrale del delitto d’onore. Non mi stupirei se intorno a questo approccio si fosse costruito all’epoca un terrificante meccanismo di omertà e coperture complici, per trovare una soluzione comoda e sbrigativa a una vicenda scomoda e complicata.

C’è infatti un mistero ulteriore che è emerso in queste ore. Finalmente sono state rinvenute le tombe dei due ragazzi e clamorosamente le date di morte differiscono e pesantemente. Ma perché questa differenza se insieme erano scomparsi il 17 e insieme trovati morti il 31 ottobre? E quella data del 25 ottobre? Scelta a caso o davvero qualcuno sapeva che l’esecuzione era avvenuta in quel giorno preciso?

Credo che questa storia meriti il coraggio di una riapertura del caso giudiziario. Lo meritano Giorgio e Toni, morti uccisi senza risposte e senza giustizia».

Sempre secondo Patanè, riguardo il delitto di Giarre:

«Toni e Giorgio furono indiscutibilmente assassinati e la pistola sepolta a poca distanza dai cadaveri ne fu, sin da subito, inequivocabile conferma. Non ho mai personalmente creduto che a sparare potesse essere stato un bambino di 13 anni, perché costretto da loro. Le indagini dell’epoca non provarono neppure a rispondere alle più banali delle domande possibili.

E dico di più: personalmente non credo nemmeno che siano stati uccisi là dove vennero trovati i cadaveri. Anche immaginando che all’inizio si fosse sottovalutata la scomparsa e non si fosse potuto ipotizzare un fatto di sangue, è accertato che le ricerche degli scomparsi siano iniziate esattamente nell’area dove poi furono ritrovati cadaveri ben due settimane dopo.

Com’è possibile che non se ne fosse trovata traccia alcuna per un tempo così lungo?»

Le conseguenze del delitto di Giarre

Il delitto omotransfobico di Giarre, l’inesistente giustizia per Antonio e Giorgio, il fatto che tutti, persino i carabinieri, preferissero che i due avessero commissionato un omicidio-suicidio per mano di un 12enne piuttosto che ammettere che, effettivamente, qualcosa non quadrava e probabilmente erano stati uccisi per un delitto d’onore a sfondo omofobico, ha dato vita al primo collettivo del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) della Sicilia orientale.

Ma anche e soprattutto, come conseguenza dell’omicidio di Antonio e Giorgio, fu fondato il collettivo omosessuale dell’Arci, da Gino Campanella e Massimo Milano, con Antonino De Gregorio, Eg. Arena, Luigi Mutolo, Giovanni Orlando, Salvatore Scardina, Enzo Scimonelli, Salvatore Trentacosti e altre persone, tra cui Franco Lo Vecchio, che pensò al nome Arci-gay:

«Volli il nome col trattino, che poi Arcigay ha perso – afferma Lo Vecchio a Linkiesta –, perché, come dissi in una delle riunioni che poi portarono allo statuto costitutivo del 21 maggio 1981, in questo modo “siamo noi a coinvolgere l’Arci.

Altrimenti, senza trattino, questo Arcigay può sembrare arcigaio, arciallegro, arcicontento e non c’entra più nulla l’Arci. Invece, mettendo il trattino, indichiamo che noi siamo i gay all’interno dell’Arci e, dunque, loro devono riconoscerci e così l’incastriamo”.

I rapporti infatti con l’Arci non erano affatto così rosei come si potrebbe pensare. Ma poi con la mia insistenza e con quella degli altri siamo riusciti a farci riconoscere».

40 anni dopo il delitto di Giarre, da uno dei primi omicidi omotransfobici, Gino e Massimo, due dei fondatori di Arcigay, si uniscono a nozze dopo 42 anni di amore proprio nel paesino di Giarre. La loro è la prima unione civile, celebrata in municio dal sindaco Angelo D’Anna. La data e il luogo è stato scelto proprio in onore e in ricordo di Giorgio e Antonio, tanto che i due, sul proprio abito, avevano i nomi dei due ragazzi.

delitto-di-giarre-omofobia
Fonte: sicuracusa2000

«Tra noi non cambia nulla l’amore è sempre quello. Per ricordare Giorgio e Toni e riscattare il loro amore abbiamo deciso di sposarci qui».

Gino Campanella a La Sicilia

«Essere se stessi è la cosa migliore. Essere felici, non complici di questa società che vuole farci vergognare è la cosa migliore. Il destino di Toni poteva essere diverso se la famiglia fosse stata con lui. Sarebbe stato ancora vivo»

Massimo Milani a La Sicilia

Oggi cerchiamo di combattere in tutti i modi possibili l’omofobia, la consapevolezza è di più sia fra gli eterosessuali che nella comunità. I diritti degli omosessuali sono i diritti di tutti, oggi come nel 1980. Adesso dobbiamo cercare di far passare il DDL Zan, per proteggere i nostri figli, i nostri amici e nel ricordo del delitto di Giarre, di Antonio e Giorgio che, questa protezione, non l’hanno avuta.

Autore

  • Giulia, 22 anni, blogger. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

close

Non perderti le nostre news!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Previous post Siamo tornati: noi, i congiunti di serie B
Next post Idee regalo per l’amica blogger