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Il caso Cecilia Cantarano divide il web, ma il vero problema non è lei: quando i follower contano più delle competenze

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Da giorni il nome di Cecilia Cantarano è al centro di un acceso dibattito sui social. La creator romana, tra i volti più popolari di TikTok Italia, è finita nel mirino dopo aver intervistato Zendaya e Tom Holland durante la promozione del nuovo Spider-Man. Da una parte c’è chi difende la scelta di Sony Pictures, ricordando che un creator ha il compito di promuovere un prodotto e raggiungere un pubblico specifico. Dall’altra, invece, c’è chi vede nell’episodio l’ennesimo segnale di un problema molto più grande: la progressiva sostituzione delle competenze con la popolarità.

Ed è proprio qui che, forse, vale la pena fermarsi a riflettere.

Il problema non è Cecilia Cantarano

Partiamo da un presupposto fondamentale: la polemica non dovrebbe trasformarsi in un attacco personale. Io personalmente adoro Cecilia Cantarono, è simpatica ed è una fantastica storyteller, riprendendo il trend del “Quando ti cancellano la memoria ma almeno puoi rivedere per la prima volta questo video”… il mio video sarebbe lei che arriva a Guidonia. Non sto scherzando.

Cecilia Cantarano fa il suo lavoro. Ha costruito negli anni una community enorme, produce contenuti che funzionano e, come qualsiasi professionista, accetta le opportunità che le vengono offerte. Se una major cinematografica decide di affidarle un’intervista, è perfettamente comprensibile che lei dica sì (e sfido chiunque a dire che avrebbe rifiutato).

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Cecilia Cantarano

Criticare lei significa spesso sbagliare bersaglio, un po’ come quando facciamo le guerre fra poveri senza attaccare chi effettivamente potrebbe cambiare la situazione. La vera domanda è un’altra: perché oggi sempre più aziende preferiscono affidare determinati incarichi a chi ha milioni di follower anziché a chi ha una preparazione specifica?

Marketing e giornalismo non sono la stessa cosa

Molti hanno giustamente ricordato che quella di Cecilia Cantarano non era un’intervista giornalistica nel senso tradizionale del termine, ma un contenuto promozionale. Ed è vero.

Le case di produzione non organizzano questi incontri per mettere in difficoltà gli attori o ottenere dichiarazioni scomode (quello che in realtà molti giornalisti di dimenticano di fare). Lo scopo è promuovere un film, generare contenuti virali e raggiungere pubblici diversi.

Da questo punto di vista, scegliere una creator è una strategia di marketing perfettamente coerente. Ma il fatto che una scelta sia efficace dal punto di vista commerciale non significa che non produca conseguenze culturali e professionali. Infatti, per quanto apprezzi tanto il personaggio di Cecilia Cantarano, ahimè, l’intervista è sembrata piuttosto macchinosa e legata tanto allo script: e considerando che lei non ha studiato per questo, è completamente normale.

Quando la popolarità diventa una qualifica

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento sempre più evidente. Per moltissime professioni della comunicazione (e non solo) il numero di follower sembra essere diventato un requisito quasi più importante delle competenze. Non riguarda soltanto il giornalismo, ma vale per i presentatori, per i divulgatori, per i fotografi, per chi lavora nella comunicazione e, più in generale, per moltissimi mestieri creativi.

Il messaggio che passa è semplice, ma anche piuttosto pericoloso: se hai abbastanza visibilità, puoi fare qualsiasi cosa. Non importa che ci siano persone che sono oggettivamente più preparate. Questo discorso su Cecilia Cantarano è un po’ lo stesso discorso dei nepo babies, che spesso sono scelti per la loro visibilità quando ci sono effettivamente persone che meritano un posto di più e non hanno le stesse opportunità.

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E chi ha studiato?

Per l’appunto, è probabilmente questo il punto che sta facendo discutere di più. C’è chi ha investito anni (e soldi) nello studio del giornalismo, della comunicazione o della conduzione televisiva. Chi ha affrontato università, master, scuole di specializzazione, stage spesso non retribuiti, collaborazioni pagate pochissimo e una lunga gavetta (perché ci troviamo in Italia e c’è ancora la fastidiosa idea di dover fare la gavetta).

Molti di questi professionisti si sentono ripetere continuamente che il loro settore è in crisi, che “non c’è lavoro”, che bisogna reinventarsi. Poi vedono opportunità importanti affidate principalmente sulla base della capacità di generare visualizzazioni, ed è comprensibile che questo provochi frustrazione.

Non si tratta di invidia nei confronti di chi ha successo sui social (per carità, ho letto commenti vergognosi da parte di altri influencer che puntavano tutto su questo solo per difendere Cecilia Cantarano, attaccando le stesse persone che li hanno resi famosi). Si tratta della sensazione che il percorso di formazione venga percepito come sempre meno rilevante.

Le competenze non sono tutte uguali

Un creator e un giornalista non fanno lo stesso mestiere, penso che questo dovrebbe essere chiaro a tutti.

Il primo costruisce una relazione con la propria community, conosce i linguaggi delle piattaforme, sa come creare contenuti coinvolgenti e come catturare l’attenzione del pubblico. E occhio, parliamo dei creator come Cecilia Cantarano che hanno effettivamente creato una carriera dai social, non tutte le persone che hanno tanti followers possono essere chiamate creator.

Il secondo studia tecniche di intervista, verifica delle fonti, etica professionale, costruzione delle domande, analisi dei fatti e capacità di contestualizzare le informazioni. C’è dietro tanta fatica e tanta preparazione, studio e soprattutto tanti no.

Sono effettivamente competenze diverse. Il problema nasce, quindi, quando si comincia a considerarle intercambiabili.

Non è una guerra contro gli influencer

Ridurre questo dibattito a uno scontro tra “giornalisti frustrati” (e, se posso, farebbero bene a essere frustrati) e “creator privilegiati” (che comunque molti son davvero privilegiati, non diciamo bugie) significa semplificare troppo la questione. Gli influencer hanno creato una professione nuova, spesso con enorme impegno e capacità imprenditoriale, e chi non accetta questa cosa probabilmente è fermo al secolo scorso.

Allo stesso tempo, però, è legittimo chiedersi se alcune professioni non rischino di perdere progressivamente valore quando la popolarità diventa il criterio principale di selezione. Perché oggi accade nel giornalismo, domani potrebbe accadere nella divulgazione scientifica, nella cultura, nell’editoria o in molti altri settori. Credete che Piero Angela sia arrivato dov’è grazie ai followers?

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Cecilia Cantarano non ha “rubato” il posto a nessuno, ma perché non era sua responsabilità dover rifiutare l’incarico. La responsabilità delle scelte editoriali e promozionali appartiene alle aziende, alle produzioni cinematografiche, agli uffici stampa e ai brand che decidono come comunicare. Sono loro a ridefinire il mercato. E il mercato, oggi, premia soprattutto chi riesce a garantire milioni di visualizzazioni, anche se effettivamente non hanno studiato per anni per fare quel mestiere.

Una domanda che riguarda tutti

Forse il caso Cecilia Cantarano sta facendo discutere così tanto perché tocca una questione che va ben oltre un’intervista a Zendaya e Tom Holland. E soprattutto perché non riguarda solo Cecilia Cantarano.

Viviamo in un’epoca in cui la visibilità viene spesso confusa con l’autorevolezza: se lo dice un content creator, fin troppi ci credono senza verificare le informazioni. Prendo come esempio chi parla di make up o skincare: se lo fa Maddalena D’Agostini, che ha effettivamente studiato, è normale e naturale credere a quello che dice; se lo fa un’influencer a caso che deve solo sponsorizzare un prodotto, forse bisognerebbe aprire un occhio in più.

Cecilia Cantarano oggi, domani qualcun altro. Il nome cambia, il problema resta. La responsabilità non è dei creator, che fanno semplicemente il loro lavoro, ma delle aziende che stanno ridefinendo i criteri con cui scelgono i professionisti. La domanda è semplice: vogliamo vivere in un mercato in cui il talento e la preparazione aprono le porte, oppure in uno in cui il requisito principale è avere milioni di follower? Perché ogni scelta di questo tipo non influenza solo una campagna promozionale: contribuisce a stabilire quale valore attribuiamo allo studio, all’esperienza e alle competenze professionali.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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