Addio 2020: cosa ci ha lasciato questo anno tragicomico?

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Ci siamo: ultima pagina del 2020, ultimo livello di Jumanji, ultimo giorno di questo anno tragicomico. Tragico perché abbiamo perso davvero tanto, dalle vite umane all’umanità, comico perché il solo pensare quello che abbiamo passato negli ultimi mesi fa ridere. Tanto ridere da far piangere. In questo articolo voglio fare una sorta di morale, come alla fine di una favola c’è la morale, noi la inseriamo alla fine di questo anno.

Negli ultimi giorni abbiamo rivissuto alcuni momenti di questo 2020, dalle persone che ci hanno lasciato, agli eventi più tragici, ma anche cose più allegre come i matrimoni o quali vip sono divenuti genitori, ma oggi, ultimo giorno dell’anno, faremo anche qualcosa di un poco più diverso. Continuiamo a dire che questo 2020 ci ha tolto tanto, ma perché non proviamo a pensare anche a cosa ci ha lasciato? Cosa abbiamo imparato? Cosa ci ha, contro la nostra volontà, insegnato?

Cosa ci ha insegnato il 2020

Cosa ci ha insegnato il 2020? Quando, fra vent’anni, fra quarant’anni, penseremo a questo 2020, a cosa penseremo? Cosa ricorderemo? No, non pensate al Covid-19 o a tutte le altre tragedie, quelle probabilmente le leggeremo nei libri di scuola dei nostri figli e nipoti che ci chiederanno come sia stato vivere un lockdown nazionale. Non pensate neanche a tutti i morti. È brutto da dire, ma purtroppo i morti ci sono ogni giorno, per cui non penseremo neanche a loro.

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Fonte: instagram

Quando mi chiederanno del 2020, io gli racconterò di come sono stata vicina al mio ragazzo pur standoci lontana per 101 giorni. Di come le relazioni a distanza, gli affetti a distanza, non venissero minimamente considerati alla pari di quelli che hai all’angolo della strada in cui abiti, o nella stessa regione. Racconterò di queste battaglie, delle petizioni per poter avere un abbraccio dalla persona che amiamo. E ricorderò di come è stato bello, una volta arrivati a casa, sentirsi al sicuro fra quelle braccia. Racconterò delle videochiamate immense pur di poter fingere di esser vicini, pur di non pensare troppo a quella distanza che in un periodo del genere pesava ancor di più sulle spalle.

Ricorderò tutti i negozi chiusi, i bar, i ristoranti, i pub, le feste di compleanno e di laurea in diretta su Instagram, le palestre chiuse e gli allenamenti in casa, su un tappetino con i dizionari di greco antico e latino utilizzati come pesi. Ricorderò di come la mia voglia di fare qualsiasi cosa sia completamente passata, di come la mia salute mentale mi abbia completamente abbandonata da aprile a maggio, l’insonnia e le notti passate a piangere perché non c’era alcuna certezza. L’ansia del futuro e di tutto ciò che sarebbe potuto essere.

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Fonte: instagram

Quando dovrò ricordare il 2020, ricorderò tutte le tragedie, e non le tragedie che abbiamo raccontato nell’articolo di ieri, ma quelle umane. Ricorderò Angela da Mondello divenuta famosa per aver detto un non ce n’è coviddi, la frase più irrispettosa nei confronti di tutte le morti che abbiamo avuto e che è stata resa popolare da una trasmissione che aveva insegnato come disinfettarsi le mani per prevenire il Covid-19. Ricorderò come nel suo video vengono buttate le mascherine a terra, senza alcun rispetto per il lavoro dei medici.

Ricorderò le piazze piene di negazionisti, di persone che preferiscono credere che tutte quelle morti, quelle morti reali, siano state organizzate dal governo piuttosto che accettare l’esistenza di un virus che è presente in tutto il mondo, come lo è stata la peste ai tempi. Ricorderò l’odio online verso la prima ragazza, la prima infermiera italiana a cui è stato iniettato il vaccino. Ricorderò come le hanno augurato di morire e come l’hanno insultata, sebbene solo mesi prima gli infermieri e i medici venivano chiamati eroi.

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Fonte: murderskitty

Ricorderò tutte le fake news, tutti i modi in cui alcuni politici hanno cercato di portare dalla propria parte i consensi, lucrando sulla povera pelle e sulle speranze degli italiani che cercavano solo, in qualche modo, di andare avanti e superare anche questo tragico 2020. Ricorderò la preghiera con tanto di rosario in diretta nazionale su un programma tv. Ricorderò i «ce la faremo» urlati dal balcone o gli arcobaleni dipinti dai bambini, per dare un po’ di speranza, per strappare un sorriso. Ricorderò le dirette di Conte, perennemente in ritardo, sempre con paroloni che abbiamo dovuto decifrare in tutti i modi, da congiunti ad abitazione.

Cosa ho imparato da questo 2020, quindi? Cosa mi ha lasciato? L’amaro in bocca. Il fatto che avrei potuto fare di più ma che non l’ho potuto fare. La speranza che la quarantena ci avrebbe reso migliori ma che in realtà ci ha solo peggiorato. La consapevolezza che se dici qualcosa di stupido o irrispettoso farai più risonanza rispetto a dire qualcosa di intelligente e che potrebbe aiutare qualcuno e, a proposito di ciò, che non importa quello che tu faccia. Se decidi di donare, lo fai per avere visibilità, se non lo fai sei invece un egoista.

Mi ha insegnato che anche nel 2020 l’odio è all’ordine del giorno e non è consentito avere un sogno e provare a realizzarlo, perché qualcuno avrà un profilo falso per cercare di buttare giù tutti i tuoi sogni e le tue speranze, solo perché lui non c’è riuscito. Mi ha insegnato che non puoi dire la tua opinione se non è conforme a quella di tutti gli altri, altrimenti lo fai solo per essere alternativo, che dire qualcosa di omofobo o razzista è giusto perché è libertà di opinione, tranne quando poi qualcuno viene ucciso o si uccide, in quel caso l’omofobia e il razzismo sono sbagliati.

Ho imparato che, dopotutto, la solitudine non è poi così male, che solitudine non vuol dire per forza essere soli, perché anche se eravamo tutti rinchiusi in casa, lo eravamo insieme, anche a distanza, anche a km di distanza, anche dall’altra parte dell’Italia o del mondo. Eravamo tutti nella stessa situazione e questo ci faceva sentire capiti e compresi, non soli. Ho imparato che anche se ti senti solo, ci sarà sempre qualcuno che si sentirà come te e ti comprenderà.

Questo 2020 mi ha insegnato che può anche esserci un virus che miete milioni di vittime ma che, in fin dei conti, i virus peggiori sono quelli della cattiveria e dell’ignoranza, contro cui, purtroppo, non esiste e non esisterà mai alcun vaccino. Caro 2020, non ti ringrazierò, non dirò parole buone nei tuoi confronti, ma, alla fine dei 366 giorni, sono felice. Felice che sia finito.

 

Autore

  • Giulia, 22 anni, blogger. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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