Il governo vuole rendere imputabili i minori come gli adulti: cosa cambia davvero con il nuovo ddl
Il governo Meloni torna a intervenire sul tema della giustizia dei minori con un nuovo disegno di legge destinato a far discutere. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri ma ancora in attesa dell’iter parlamentare, punta a modificare uno dei principi cardine del sistema penale italiano: la valutazione della capacità di intendere e di volere dei minori tra i 14 e i 18 anni.
Secondo la presidente del Consiglio, “chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”. Per Giorgia Meloni, chi commette reati gravi, come aggressioni, rapine o atti vandalici, deve pagare “anche se ha 15 o 16 anni”. E ancora una volta, questo governo punisce, prima di prevenire.

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ToggleCosa prevede il nuovo disegno di legge contro i minori
Attualmente, in Italia i minori tra i 14 e i 18 anni possono essere processati, ma la loro imputabilità non è automatica. Spetta infatti al giudice verificare, caso per caso, se il ragazzo fosse realmente capace di comprendere il significato delle proprie azioni e le loro conseguenze.
Con il nuovo ddl il principio si ribalta.
La proposta prevede infatti che i minorenni vengano considerati automaticamente capaci di intendere e di volere, esattamente come gli adulti. Sarà eventualmente la difesa a dover dimostrare il contrario. In sostanza, la verifica individuale non scomparirà , ma non sarà più il punto di partenza del procedimento.
Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne. Oggi il Governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minori. Vi spiego cosa cambia e perché. pic.twitter.com/RtCHH7yOGL
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) July 23, 2026
Il “tassello finale” della linea dura del governo
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito questo provvedimento “il tassello finale” di una serie di interventi adottati negli ultimi anni per contrastare la criminalità minorile.
Secondo il ministro, partire dal presupposto che un sedicenne sia consapevole delle proprie azioni renderebbe più semplici le indagini e più efficace la risposta dello Stato.
Il ddl si inserisce infatti in una strategia già avviata con il decreto Caivano del 2023, che aveva già introdotto un inasprimento delle misure nei confronti dei minori, limitando anche alcune possibilità di scontare la pena fuori dal carcere.

Negli ultimi mesi il governo ha inoltre rafforzato le norme sul porto di armi da parte dei minorenni, aumentato le pene per i danneggiamenti di gruppo e introdotto nuovi strumenti repressivi contro quella che viene definita la criminalità dei cosiddetti “maranza”.
Le critiche di Save the Children
A esprimere forte preoccupazione è stata Save the Children, secondo cui il rischio è quello di “adultizzare” il sistema della giustizia minorile. L’organizzazione ricorda come gli adolescenti siano ancora in una fase di sviluppo psicologico ed emotivo e che proprio per questo motivo l’ordinamento italiano ha sempre previsto una valutazione individuale della loro maturità .
La violenza giovanile rappresenta una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti. Considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio semplice quanto rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti, senza considerare la delicata fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze che entrano in contatto con la legge.
Nel nostro sistema, tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità non è automatica, ma deve essere accertata dal giudice caso per caso, proprio perché il legislatore ha riconosciuto che il percorso di maturazione degli adolescenti non è uguale per tutti e che la responsabilità penale di un minore non può essere presunta come quella di un adulto. Limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase vuol dire snaturare la specializzazione del sistema penale minorile, che è stato invece creato proprio per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi.
Secondo Save the Children, la risposta penale non dovrebbe mai essere identica a quella prevista per gli adulti. L’associazione sottolinea inoltre che i casi in cui i giudici dichiarano un minore non imputabile per immaturità sono già oggi molto limitati: le sentenze di non luogo a procedere sono passate da 256 nel 2004 a appena 60 nel 2024.
Per questo motivo, secondo l’organizzazione, modificare il principio generale rischia di avere soprattutto un valore simbolico, senza incidere realmente sulla sicurezza. L’associazione invita invece a interrogarsi sulle cause profonde della violenza giovanile: dispersione scolastica, povertà educativa, disagio familiare e assenza di opportunità sociali.
È necessario allora un cambio di paradigma da parte della politica e dell’intero mondo adulto, che devono spostare lo sguardo da soluzioni esclusivamente penali e investire sull’ascolto, sulla prevenzione e sulla partecipazione. Per affrontare le questioni della giustizia minorile e rispondere alle fragilità che attraversano le nuove generazioni servono comunità educanti solide e responsabili, adulti capaci di accompagnare e sostenere, non soltanto di controllare e punire.
Occorrono inoltre territori che sappiano offrire opportunità concrete di crescita, aggregazione e protagonismo, attraverso sportelli di ascolto nelle scuole, percorsi di sostegno alla genitorialità , attività culturali, sportive e sociali accessibili e spazi sicuri in cui ragazze e ragazzi possano sviluppare competenze, relazioni e senso di appartenenza alla comunità .
Le opposizioni parlano di propaganda
Le opposizioni hanno criticato duramente il disegno di legge, accusando il governo di puntare ancora una volta sulla repressione anziché sulla prevenzione. Per Matteo Mauri, responsabile Sicurezza del Partito Democratico, il provvedimento rischia di “criminalizzare un’intera generazione” senza affrontare le vere cause del disagio giovanile, come la povertà educativa, la dispersione scolastica, il degrado sociale e la mancanza di servizi nei territori più fragili.
Sulla stessa linea anche la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, che ha accusato l’esecutivo di preferire interventi simbolici e punitivi invece di investire in politiche sociali e percorsi di recupero. Secondo Braga, il governo continua a mostrarsi “forte con i deboli e debole con i forti”, scegliendo di irrigidire le norme nei confronti dei minori invece di rafforzare scuola, servizi sociali e sostegno alle famiglie.
Anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha definito il provvedimento l’ennesima operazione di propaganda, sostenendo che il Consiglio dei ministri abbia preferito concentrarsi su un nuovo slogan securitario piuttosto che affrontare problemi concreti che riguardano milioni di cittadini, come il caro carburanti e il costo della vita.
Ancora più duro Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, che ha parlato apertamente di una “deriva autoritaria”. Bonelli ha sottolineato come lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio abbia ammesso che la criminalità minorile sia aumentata nonostante i numerosi provvedimenti repressivi approvati dall’attuale governo, a partire dal decreto Caivano fino ai vari decreti sicurezza. Per il parlamentare, questa ammissione rappresenta il fallimento della strategia dell’esecutivo: “Più propaganda, più repressione, meno sicurezza”. Secondo Bonelli, continuare ad aumentare pene e strumenti repressivi senza intervenire sulle cause profonde del fenomeno significa semplicemente spostare il problema, senza risolverlo.
Punire di più significa davvero prevenire?
Il dibattito che si apre va ben oltre questo singolo provvedimento. Da una parte c’è chi ritiene che un ragazzo di 15 o 16 anni sia perfettamente in grado di comprendere la gravità delle proprie azioni e debba quindi risponderne pienamente.
Dall’altra c’è chi ricorda che il sistema della giustizia minorile italiano è stato costruito proprio sul principio opposto: riconoscere che un adolescente non è un adulto e che la funzione principale della pena dovrebbe essere educativa e di recupero, non esclusivamente punitiva.
Sarà ora il Parlamento a decidere se questo equilibrio debba cambiare. Il confronto, però, promette di essere uno dei più delicati degli ultimi anni, perché riguarda una domanda fondamentale: fino a che punto uno Stato deve punire un minore e fino a che punto, invece, dovrebbe cercare di recuperarlo?
Se il messaggio del Governo è che “chi sbaglia deve pagare”, allora dovrebbe essere un principio universale. Peccato che questa inflessibilità sembri valere soprattutto per i minorenni, mentre quando a essere indagati, imputati o condannati sono esponenti dei partiti di maggioranza il garantismo torni improvvisamente di moda. La legge dovrebbe essere uguale per tutti, non più severa solo con chi ha meno potere.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






