Abderrahim Fakir ucciso durante un fermo di polizia: il video riapre il dibattito sull’uso della forza
La morte di Abderrahim Fakir, 43 anni, avvenuta durante un intervento della Polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, ha riacceso il dibattito sull’uso della forza da parte delle forze dell’ordine e sulle tecniche di immobilizzazione che, in diversi casi nel mondo, hanno avuto conseguenze fatali. Mentre la magistratura ha aperto un’indagine e disposto l’autopsia, un video girato da alcuni residenti sta alimentando interrogativi che richiedono risposte chiare e trasparenti.
Nelle immagini, ormai diffuse online, si vede l’uomo immobilizzato a terra da due agenti, con il volto rivolto verso l’asfalto e le mani portate dietro la schiena. Per diversi secondi si sentono le sue urla: “Aiuto, basta, basta”. Poco dopo smette di muoversi e perde conoscenza. Sarà dichiarato morto.
Fakir è steso a terra con la faccia contro l'asfalto, bloccato da 2 agenti. Urla per il dolore e chiede aiuto. Dopo pochi minuti l'uomo smette di gridare, i sanitari ruotano il suo corpo, è morto. Accade oggi a Bologna, nel giorni dell'anniversario della mattanza del G8 di Genova pic.twitter.com/MsDU5d9Ni1
— Gimmoriso' 🇵🇸 (@fawollo13) July 19, 2026
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Secondo la ricostruzione fornita dalla Questura, la Polizia era intervenuta dopo le segnalazioni di alcuni residenti che riferivano di un uomo in forte stato di agitazione all’interno di un garage di via Svevo. Fakir, cittadino italiano di origine marocchina, si trovava nel quartiere per far visita ad alcuni familiari.
Gli agenti avrebbero inizialmente cercato di calmarlo, per poi utilizzare lo spray al peperoncino quando la situazione sarebbe degenerata. Successivamente lo hanno immobilizzato a terra nel tentativo di ammanettarlo. Nel frattempo erano presenti anche alcuni soccorritori del 118 e della Croce Rossa, oltre a un residente che avrebbe aiutato gli agenti tenendo ferme le gambe dell’uomo.
È proprio durante questa fase che il video mostra Fakir gridare ripetutamente aiuto prima di perdere conoscenza, e morire.

Le indagini e le bodycam
La Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia sul corpo del 43enne per chiarire con precisione le cause del decesso. Saranno fondamentali anche le immagini registrate dalle bodycam indossate dagli agenti, che la Questura ha annunciato verranno consegnate immediatamente all’autorità giudiziaria.
Anche l’Azienda USL di Bologna ha avviato un’indagine interna per ricostruire l’operato dei soccorritori presenti sul posto. L’obiettivo è comprendere ogni fase dell’intervento e verificare se siano stati rispettati tutti i protocolli previsti.
Solo l’inchiesta potrà stabilire eventuali responsabilità . Proprio per questo è necessario attendere gli accertamenti senza trasformare il caso in uno scontro ideologico, ma senza neppure rinunciare a porre domande quando una persona perde la vita durante un fermo di polizia.
La reazione della famiglia e della politica
La sorella di Abderrahim Fakir ha accusato apertamente gli agenti, sostenendo che il fratello sarebbe stato aggredito durante il fermo. Dichiarazioni molto dure, che riflettono il dolore della famiglia ma che saranno anch’esse oggetto delle verifiche investigative.
Sul piano politico, il caso ha diviso profondamente maggioranza e opposizione. Esponenti di Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra e +Europa hanno chiesto che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferisca in Parlamento, sottolineando la necessità di fare piena luce sull’accaduto. La senatrice Ilaria Cucchi ha richiamato altri casi italiani di persone morte durante interventi delle forze dell’ordine, come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.
Di segno opposto le dichiarazioni di Fratelli d’Italia e Lega, che, ovviamente, hanno espresso piena solidarietà agli agenti coinvolti, invitando a non formulare giudizi prima della conclusione delle indagini. Ma come si può ritenere normale morire mentre si è nelle mani di Forze dell’Ordine che dovrebbero avere come scopo principale quello di proteggere?
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Il punto non è essere contro la polizia
Essere critici nei confronti di quanto emerge da questo episodio non significa essere contro le forze dell’ordine. Al contrario, significa pretendere standard elevati proprio da chi ha il compito di garantire la sicurezza pubblica.
In uno Stato di diritto, la forza può essere utilizzata quando è necessaria e proporzionata, ma deve sempre essere accompagnata dal massimo rispetto della vita umana. Se una persona immobilizzata continua a ripetere “non riesco a respirare”, “aiuto” o “basta”, la priorità deve diventare verificare immediatamente le sue condizioni fisiche e adottare tecniche che riducano il rischio di soffocamento o arresto cardiaco.
È per questo che molti esperti, negli ultimi anni, hanno chiesto una revisione delle tecniche di contenimento più rischiose, soprattutto quelle che prevedono una prolungata immobilizzazione in posizione prona. Non è una richiesta contro la polizia: è una richiesta per una polizia sempre più preparata, tutelata e dotata di strumenti che consentano di fermare una persona senza mettere inutilmente a rischio la sua vita.
In questa vicenda saranno determinanti le immagini delle bodycam, l’autopsia e le consulenze tecniche. Se l’intervento è stato corretto, sarà giusto che venga accertato. Se invece emergeranno errori o violazioni dei protocolli, sarà altrettanto giusto che vengano riconosciuti.
La fiducia nelle istituzioni non si costruisce evitando le domande, ma affrontandole con trasparenza. Ogni morte durante un fermo rappresenta una ferita per la democrazia e richiede un’indagine rigorosa, indipendente e credibile.
Perché nessuno dovrebbe morire mentre si trova nelle mani dello Stato. E pretendere verità e responsabilità non significa indebolire le forze dell’ordine: significa rafforzare lo Stato di diritto e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni che li rappresentano.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






