30enne si suicida e accusa l’università: in quanti dovranno morire ancora?

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Qual è il limite che va superato per far sì che il sistema universitario in Italia vada incontro agli studenti? Quanti altri dovranno suicidarsi? Quante volte ancora dovremo scrivere articoli del genere, arrabbiati e feriti perché ci stanno lasciando morire? Perché sembra che a nessuno importi di quanti ragazzi si stanno togliendo la vita? Non è normale suicidarsi a causa dell’università. Non possono bastarci quelle parole e quelle promesse che vengono pronunciate ogni volta che accade una tragedia. Abbiamo bisogno di fatti.

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Fonte: Pexels

In queste occasioni online leggiamo: “l’università non è per tutti” o ancora “l’università è una scelta” o ancora “solo i deboli si suicidano“, qualcuno si limita a qualche “RIP“. Perché non proviamo a domandarci: perché gli studenti arrivano a questo punto? Perché semplicemente non dicono di non farcela? Perché non chiedono aiuto? Cosa li porta a sentirsi un fallimento? Cosa li porta al gesto estremo? Certo, la depressione. Il ragazzo di 30 anni che si è suicidato a Pavia soffriva di depressione. Ma sulla lettera d’addio, ha denunciato il sistema di crediti universitario.

Viviamo in una società in cui se uno studente non passa un esame, la colpa è solo sua. Viviamo in una società che non tiene in considerazione la depressione e l’ansia, che non è quella cosa che ti fa venire giusto il batticuore prima di un esame, ma è quella che ti fa mancare il respiro, che ti fa dimenticare tutto quello che hai studiato per mesi, che ti fa tremare la voce. Viviamo in un’università in cui i docenti vedono gli studenti solo dalla testa in su, non vedendoli come persone ma come numeri di matricole.

Io ricorderò per sempre la mia seconda bocciatura a un esame per cui avevo tanto studiato. La ricorderò per sempre con le lacrime agli occhi e l’angoscia addosso. Perché quel giorno la professoressa non mi ha solo bocciata. Lei mi ha umiliata davanti a tutti. E io non ho più voluto neanche provare quell’esame. Sono andata in Erasmus per superarlo, e quando ho visto il voto sul mio libretto ho pianto di gioia perché era finita. Perché l’ho superato con un bel voto, perché mi sono impegnata e avevo dimostrato che non ero quello che aveva detto la docente. Non ero una vergogna.

Situazioni del genere non dovrebbero succedere. Sarebbe bello non dover più leggere articoli di studenti suicidati a causa dell’università. Oggi in Italia gli studenti finiscono sui giornali online per due motivi: se sono delle eccellenze, se finiscono una laurea quinquennale in tre anni con il massimo dei voti; se si uccidono perché non riescono a concludere il percorso di studi e si sentono un fallimento.

E la colpa a chi la diamo? Alla pressione psicologica e alla cattiveria di alcuni docenti? Al sistema di crediti universitario? Ai programma di studi che non ti sprona a dare il meglio di te? All’università che non ti aiuta abbastanza? All’Italia che pretende la laurea per avere un futuro decente, e comunque poi sei costretto ad andare all’estero per avere uno stipendio dignitoso? Non serve a niente dare una colpa. Serve intervenire affinché nessuno studente si suicidi più perché sente di non farcela.

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Aveva paura di non riuscire a conseguire tutti gli esami annuali al corso di Medicina in inglese all’Università di Pavia, perdendo quindi il diritto alla borsa di studio e al posto nello studentato. E quindi si è tolto la vita nel Collegio dell’Edisu, dove soggiornava. Prima del gesto estremo, però, ha programmato una mail al professore Francesco Svelto, rettore dell’Ateneo, e alla redazione de La Provincia pavese, quotidiano locale. Nella lettera ha messo in discussione il sistema di crediti universitari.

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«Il dolore per una tragedia di questo tipo prevale su tutto. Nel merito di quanto scrive lo studente ero già intervenuto in passato. Quello che posso fare sui regolamenti è sensibilizzare i colleghi, e che il tema venga trattato con serietà anche in commissione paritetica», ha commentato il rettore. Il 30enne aveva avuto problemi di depressione, e l’università, con tutta la pressione che comporta, non ha evidentemente migliorato la situazione.

Il rettore ha fatto sapere che «era stato attivato un momento di confronto tra gli studenti e il consiglio didattico del corso di laurea proprio sulle criticità che erano evidenziate», sottolineando che «nel merito di quanto ha scritto lo studente ero già intervenuto in passato. Quello che posso fare sui regolamenti è sensibilizzare i colleghi, in modo che il tema venga trattato con serietà anche in commissione paritetica». In più, «come ateneo abbiamo istituito uno sportello psicologico due anni fa. Questo proprio per essere vicini alle ragazze e ai ragazzi più fragili».

In passato, Gabriele Raimondi, presidente regionale dell’Ordine degli psicologi, afferma che questa tragedia «potrebbe essere associata al fatto che sempre più persone si sentano valutate in base ai propri risultati. Un errore psicologico che merita il giusto ascolto per evitare che possa portare a gesti anche dei più gravi, come in questo caso. Il messaggio è che sia ammesso anche fallire, incontrare delle difficoltà, senza per forza essere bollati come ’non validi’ per una propria mancanza

Il consiglio che dà lo psicologo è di creare dei «contesti di ascolto che permettano alle persone di affidare a professionisti le proprie difficoltà per poi analizzarle e superarle, prima che diventino prevaricantiNelle scuole, nelle università, la presenza di psicologi che possano intercettare sempre di più e sempre meglio queste situazioni è fondamentale. Così come lo è, da parte delle istituzioni, cercare di rendere sempre più accessibili e avvolgenti queste reti. A maggior ragione adesso che la pandemia ha mutato diversi equilibri per molte persone».

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Quello che invece consigliamo noi, studenti universitari, è di ascoltarci. Ascoltate cosa vogliamo, ascoltate i nostri consigli, ascoltate le nostre storie e tutto quello che abbiamo subito a causa del percorso universitario italiano che non ti invoglia a studiare, a migliorarti e a coltivare le tue passioni per diventare un lavoratore felice e una persona realizzata, ma che semplicemente porta avanti la cultura della sofferenza e della fretta che vige in Italia in qualsiasi settore. Ascoltateci e aiutateci, perché non possono più esserci delle vittime.

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