Telegram: il fondatore russo Durov si vendica con il Cremlino

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Telegram è un social russo, che è divenuto famoso in tutto il mondo. Ha dei pro e ha dei contro, di cui abbiamo parlato diverse volte. Tra i pro, c’è sicuramente il fatto di tutelare la privacy dei propri utenti. Tra i contro… c’è sempre il tutelare troppo la privacy dei propri utenti che spesso fanno cose illegali (come il revenge porn o i Green Pass illegali o le minacce ai politici). Tuttavia, in questi giorni di guerra, è quasi essenziale per inviare notizie e informarsi. Tuttavia, Pavel Durov, originario russo, non è dalla parte della Russia e, soprattutto, odia il presidente Putin che lo ha costretto ad abbandonare la sua patria.

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Fonte: Quotidiano Nazionale

Tanti aggiornamenti, andare sempre incontro all’utente con diverse funzionalità, essere sempre al passo con i tempi… Non cancellare gli account di chi fa revenge porn, di chi posta pedopornografia, di chi vende Green Pass illegali. Telegram è un po’ tutto questo, per questo è uno dei social più controversi esistenti. C’è chi si iscrive per la privacy e chi invece lo disinstalla per lo stesso motivo. Ma in questo periodo sta avendo soprattutto un ruolo fondamentale nell’informazione. Mentre, infatti, Twitter, Facebook, Instagram sono censurati, Telegram continua a lavorare.

C’è da dire che, ovviamente, ci sono diverse fake news, come in ogni social, e proprio per questo Pavel Durov aveva pensato di chiuderlo. Ma perché darla vinta al suo acerrimo nemico, Vladimir Putin? All’uomo che l’ha costretto ad abbandonare il suo Paese? D’altronde, quando vivi in una dittatura e ti rifiuti di sottometterti al pensiero unico, queste cose capitano. Ma Durov ha decisamente avuto la sua vendetta, non solo divenendo uno dei metodi di comunicazione più utilizzati per l’Ucraina, ma anche difendendo i dati dei cittadini, tenendoli lontani dalle mani di Vladimir Putin e dei suoi.

Il ruolo di Telegram nel conflitto russo-ucraino

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Fonte: Corriere della Sera

Da una parte abbiamo la disinformazione dei russi, dall’altra i tanti canali ucraini che postano foto e tengono aggiornati. Noi stessi vi abbiamo detto di tenerci informati tramite il canale di NEXTA Live su Telegram, che consultiamo da mesi. Telegram ha quindi un doppio lato, non solo nella vita quotidiana ma anche in questa guerra. Se invece gli altri social hanno bannato o eliminato i profili degli account che condividevano notizie false, Pavel Durov ha deciso di riprendere la sua vendetta sulla Russia tramite la piattaforma, poiché più utenti entrano, più lui guadagna.

Quale vendetta? Nel 2006 Pavel fonda VKontakte, una sorta di Facebook russo (tanto che l’uomo è chiamato il Mark Zuckerberg russo) che però poi è arrivato nelle mani del Cremlino, in quanto, da sempre, Durov tiene molto alla privacy degli utenti e si è rifiutato di dare al governo i dati di chi utilizzava la piattaforma e anche di eliminare i gruppi composti da persone che organizzavano delle proteste contro il Cremlino, gruppi delle città di Mosca e di Kiev. Insomma, alla fine al russo non è restato che fuggire. La piattaforma viene acquisita dall’oligarca Usmanov.

Comunque il papà di Telegram si è decisamente rifatto con la creazione del social che oggi è usato non solo in Russia, ma in tutto il mondo. Oggi ha 35 anni, si trova a Dubai e la sua piattaforma è diventata fondamentale in questa guerra. Pensate che ha detto, qualche giorno fa, di avere delle origini ucraine dal lato materno e anche per questo motivo difenderà il diritto delle persone «alla privacy», che definisce «sacro, ora più che mai». 

«Se seguite i miei post, sapete che dalla parte di mia madre, traccio la mia linea di famiglia da Kiev. Il suo nome da nubile è ucraino, Ivanenko, e ancora oggi abbiamo molti parenti che vivono in Ucraina. Ecco perché questo tragico conflitto è personale sia per me che per Telegram», ha aggiunto. Quando invece il conflitto è iniziato, aveva detto che «in caso di un’escalation della situazione, valuteremo la possibilità di limitare parzialmente o completamente il funzionamento dei canali Telegram nei paesi coinvolti per la durata del conflitto», tuttavia ha deciso di continuare a tenere Telegram un posto sicuro per gli ucraini.

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Fonte: Lega Nerd

Nel post condiviso in inglese su Telegram ha voluto rispondere proprio a chi era confuso sulla sua posizione, sottolineando che «alcune persone si sono chieste se Telegram fosse in qualche modo meno sicuro per gli ucraini, perché una volta ho vissuto in Russia. Lasciatemi dire a queste persone come è finita la mia carriera in Russia. Nove anni fa ero l’amministratore delegato di VK, che era il più grande social network in Russia e Ucraina. Nel 2013, l’agenzia di sicurezza russa, l’FSB, mi ha chiesto di fornire loro i dati privati ​​degli utenti ucraini di VK che stavano protestando contro un presidente filo-russo».

«Mi sono rifiutato di soddisfare queste richieste, perché avrebbe significato un tradimento dei nostri utenti ucraini. Successivamente, sono stato licenziato dall’azienda che avevo fondato e sono stato costretto a lasciare la Russia. Ho perso la mia compagnia e la mia casa, ma l’avrei fatto di nuovo, senza esitazione. Sorrido con orgoglio quando leggo il mio post su VK di aprile 2014, che mostra gli ordini scansionati dall’FSB e la mia risposta del marchio a loro: un cane con una felpa con cappuccio», continua ancora, raccontando cosa succede a chi non accetta di sottostare al regime.

Infine: «Quando ho sfidato le loro richieste, la posta in gioco era alta per me personalmente. Vivevo ancora in Russia e anche il mio team e la mia vecchia azienda avevano sede in quel paese. Sono passati molti anni da allora. Molte cose sono cambiate: non vivo più in Russia, non ho più aziende o dipendenti lì. Ma una cosa rimane la stessa: io rappresento i nostri utenti, qualunque cosa accada. Il loro diritto alla privacy è sacro. Adesso più che mai.»

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