In memoria di Paolo Borsellino, quali film sulla mafia vedere

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E sono 30. Trent’anni da uno dei periodi più bui della storia dell’Italia, in cui il giudice Paolo Borsellino è stato ucciso dalla mafia. E oggi viviamo in un’epoca in cui i non italiani si permettono persino di romantizzare il fenomeno mafioso con film come 365 giorni. Leggere di americane che vogliono il loro “sicilian mafia boy“, mentre noi italiani ricordiamo tutte le vittime con l’amaro in bocca, è una situazione che fa vomitare. Per questo oggi, in questo giorno tanto importante, vogliamo consigliare dei film sulla mafia che potrebbero aiutarvi a comprendere.

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Comprendere cosa? Comprendere il problema mafioso, comprendere il coraggio delle vittime di mafia, comprendere quelle persone che sono andate incontro alla morte pur di non abbassare la testa, pur di non consegnare l’Italia a chi l’avrebbe utilizzata per i propri affari. «Poteva come tanti scegliere e partite, invece lui decise di restare. Gli amici, la politica, la lotta del partito… Alle elezioni si era candidato. Diceva da vicino li avrebbe controllati, ma poi non ebbe tempo, perché venne ammazzato» è una delle frasi che descrive meglio questo fenomeno. È una citazione dei Cento Passi dei Modena City Ramblers, che racconta la storia di Peppino Impastato.

Ma per Paolo Borsellino non è così diverso. Tant’è che lui lo sapeva. Erano passati 57 giorni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro; erano passati 57 giorni e Paolo Borsellino ripeteva spesso «ora tocca a me», perché sapeva che la mafia avrebbe voluto fermare anche lui. E nessuno lo protesse. Lo Stato non fece nulla per proteggere né il giudice, né la sua scorta. Paolo Borsellino sapeva che l’avrebbero ucciso. Ma non si è mai fermato.

Di quella giornata, lo scorso anno ne parlò il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, affermando che «le immagini dell’attentato di via d’Amelio resteranno per sempre impresse nei nostri occhi, e costituiscono una ferita ancora aperta, una delle pagine più buie della nostra storia nazionale». Descrive poi Paolo Borsellino come un giudice «con un forte senso dello Stato, è stato un magistrato scrupoloso, coraggioso nell’applicazione della legge, un esempio di come si deve amministrare la giustizia».

Per questo motivo, continua, «ricordare le stragi di mafia del ’92 vuol dire non solo fare memoria di quanto è accaduto ma anche valorizzare l’esempio di professionalità straordinaria e di umanità di questi servitori dello Stato. Entrambi erano animati da alti principi etico-morali, due persone che amavano la vita, consapevoli dei rischi che correvano e che hanno svolto con onore il loro servizio. Le loro strategie investigative e il loro metodo di lavoro continuano a rappresentare un modello virtuoso, un punto di forza nella lotta alla criminalità organizzata».

Quest’anno, invece, la sua storia è raccontata dall’unico sopravvissuto, direttamente dal luogo dove trent’anni fa venivano assassinati Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Lui è Antonio Vullo, all’epoca era un giovane poliziotto mentre oggi è in pensione. L’ex poliziotto si è raccontato a Mattanza, il podcast sulle stragi del ’92 prodotto dal Fatto Quotidiano. «Non c’è stata sicuramente la volontà di proteggere Borsellino», ha detto.

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«Io sono entrato all’ufficio scorte la settimana dopo la strage di Capaci: tutti sapevano che dopo Falcone la persona da colpire era Borsellino. Per questo pensavamo che per colpire Borsellino si sarebbero dovuti inventare qualcosa di molto più eclatante rispetto a Capaci», ha aggiunto. Tutti, quindi, se l’aspettavano. E nonostante ciò, trovarono davanti una situazione inaspettata: «pensavamo di entrare in un bunker e invece quando abbiamo preso in consegna il giudice Borsellino abbiamo scoperto che non c’era neanche la sorveglianza fissa sotto casa sua».

Questo li fece «pensare tantissimo: non ci aspettavamo che venisse lasciato così scoperto. Da quel giorno abbiamo cominciato a fare relazioni, a segnalare che all’interno del cortile, dello stabile, dell’ascensore nel palazzo poteva succedere di tutto. Sicuramente non c’è stata la volontà di proteggerlo». Racconta che, quella domenica del 19 luglio, quando sono arrivati in via d’Amelio, si sono accorti che qualcosa non andava. C’erano tante auto parcheggiate. Vullo era con la sua squadra, nella macchina di testa con Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Al centro c’era quella di Borsellino, e dietro quella con Catalano, Cosina ed Emanuela Loi.

«Ho visto che il giudice era sceso dalla sua auto e subito dopo è stato raggiunto da Emanuela Loi e Agostino Catalano. Stava pigiando il citofono esterno, stava per accendere la sigaretta, gliel’ha fatta accendere Agostino Catalano. Borsellino non aveva nulla in mano, assolutamente», ha raccontato, ancora. «A un certo punto sento un soffio così enorme all’interno dell’abitacolo, l’auto si è sollevata e stava prendendo subito fuoco. Ho sentito una sfiammata, ma violenta: una compressione simile a quando uno schiaccia un palloncino e poi lo lascia…ancora oggi questa sensazione purtroppo la sento, perché è una cosa veramente che ti lascia il segno».

Dopo l’esplosione, racconta Vullo, è uscito dall’auto: «sono riuscito a uscire dall’abitacolo che stava prendendo subito fuoco. E quando sono sceso dall’auto mi sono reso conto di quello che è successo. Cercavo i colleghi era tutto buio, fumo intenso, incominciavano a esplodere forse auto, i colpi anche nostri, i colpi delle armi in dotazione. Mi sono accorto di essere fermo sopra un piede mozzato di un collega, ho visto altri brandelli di carne, ho visto il corpo di un collega davanti l’auto. Ho visto questa immagine e poi mi sono trovato in ospedale».

Paolo Borsellino: film sulla mafia per commemorare il suo ricordo

Paolo Borsellino – I 57 giorni

Il film tratta della storia dei 57 giorni che separano la morte di Giovanni Falcone da quella di Paolo Borsellino. La fiction ha inizio da una data: il 23 maggio 1992, giorno in cui Falcone è stato assassinato. Nello stesso giorno il giudice doveva incontrare a pranzo l’amico Paolo per festeggiare la sua nomina alla ”Superprocura”. Da tal giorno Borsellino corre contro il tempo alla ricerca della verità, consapevole però che il suo destino è legato a quello dell’amico, morto tra le sue braccia dopo l’attentato subìto.

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I cento passi

A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell’aeroporto, utile quindi per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, bambino curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre.

La mafia uccide solo d’estate

Mentre cerca di conquistare il cuore di Flora, Arturo, nato a Palermo lo stesso giorno in cui il malavitoso di rango Vito Ciancimino viene eletto sindaco, cresce e racconta una città sconvolta dai terribili attentati di mafia e dalla cappa che la mentalità mafiosa stende sulla società.

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Giovanni Falcone

Il film si basa sulla storia vera del giudice Giovanni Falcone, in particolare sui suoi ultimi anni di lavoro (si parla degli anni 1981-1992) e sulla lotta contro la mafia, che gli costerà la vita nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Il film si apre in parallelo con due giuramenti: quello di un mafioso e quello del giudice stesso avvenuto nel 1964, per poi concentrarsi sugli episodi più importanti dell’attività di quest’ultimo, dall’uccisione dei boss Bontate e Inzerillo alla seconda guerra di mafia, dall’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa fino alla collaborazione con Rocco Chinnici.

Si intravede anche la Cupola mafiosa, la morte di Ninni Cassarà, gli interrogatori dei pentiti, tra cui quello di Tommaso Buscetta, che rivelò diversi segreti di Cosa nostra ma non tutti, lo smantellamento del gruppo e l’incarico al ministero di Grazia e Giustizia come direttore generale per gli affari penali ed infine la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, in cui perde la vita il collega ed amico Paolo Borsellino.

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Cose Nostre – Malavita

Giovanni Manzoni è un ex gangster mafioso italiano che si è pentito e ha testimoniato contro i suoi capi; per questo motivo lui e la sua famiglia (la moglie Maggie e i loro figli Belle e Warren) vivono sotto copertura grazie al programma di protezione testimoni dell’FBI, in quanto il vecchio boss di Giovanni, Don Lucchese, sta conducendo dalla prigione una feroce caccia all’uomo. Tuttavia nei vari spostamenti i componenti della famiglia hanno avuto dei comportamenti violenti, rendendosi potenzialmente visibili, il che ha costretto a spostarli di continuo per evitare che fossero rintracciati e uccisi.

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