Vittima di bullismo a 13 anni: adolescente suicida a Monopoli

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I social possono essere un modo per unire le persone, ma anche un modo per isolarne altri. In quest’ultimo caso parliamo chiaramente di bullismo, ed è il caso di una 13enne di Monopoli, in provincia di Bari. Si chiamava Sofia, ed è stata esclusa dai propri compagni di classe in una sua chat social, tant’è che quando il suo corpo è stato trovato, aveva ancora lo smartphone in mano. I carabinieri hanno analizzato il cellulare e hanno aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, affidato alla pm Silvia Curione, con la supervisione del procuratore aggiunto Giuseppe Maralfa.

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Solo pochi mesi fa, a settembre, abbiamo parlato di Alessandro, un ragazzino di 13 anni, coetaneo di Sofia, che si è suicidato a causa del bullismo. Aveva ricevuto diversi messaggi sul suo cellulare, uno di questi recitava «ucciditi». Sei ragazzini sono stati indagati per il suo suicidio. L’allora ministra degli Interni Luciana Lamorgese disse che «stiamo facendo tutti gli accertamenti e le verifiche sui siti e sui messaggi, da cui trarre notizie», ricordando l’impegno per la cybersicurezza della polizia postale, che negli ultimi mesi «ha controllato oltre 500mila siti web sospetti, arrestato 236 persone e denunciate ottomila».

In Giappone il cyberbullismo è punito con un anno di carcere, in Italia invece qualche politico dà delle condoglianze e condanna l’accaduto, senza però fare davvero niente di concreto, eppure di ragazzi suicidatasi a causa di bullismo e cyberbullismo, in Italia, ce ne sono tanti. Il caso più famoso è quello di Andrea Spezzacatena, conosciuto online come il “ragazzo con i pantaloni rosa”, suicidato a causa dell’omofobia. Ma non solo. Il web è un posto non sicuro, e nessuno sembra voler proteggere i più deboli.

Gruppi su Facebook, chat, insulti in anonimo. Se vuoi far star male qualcuno, ci sono innumerevoli modi, e ovviamente non diamo la colpa neanche ai genitori. Ho letto commenti in cui veniva accusato un genitore poiché non si è reso conto di quel che stava accadendo al figlio, ma forse chi lo scrive o non è genitore, o ha dimenticato cosa significa essere adolescente o, semplicemente, è una cattiva persona.

Andrea, prima di suicidarsi, non sembrava un ragazzo triste, non sembrava depresso e, tra l’altro, a detta della madre non era neanche omosessuale, ma semplicemente aveva un astuccio rosa, un pantalone rosa dovuto a una lavatrice andata male e dello smalto sulle unghie per non mangiarsele. «Ero convinta fosse un ragazzo integrato», disse la madre del ragazzo dai pantaloni rossa alla Repubblica,

«e ad ogni colloquio gli insegnanti me lo facevano credere. Adesso devo leggere docenti dire che mio figlio aveva la forza per difendersi dalle violenze quotidiane. E perché non mi hanno mai detto nulla? Perché devo scoprire adesso che Andrea tre settimane fa aveva già tentato il suicidio?».

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Il cyberbullismo altro non è che il bullismo online. In Italia può essere considerato un reato, in quanto potrebbe violare norme del Codice civile, del Codice penale e del Codice per la protezione dei dati personali, ma spesso per le autorità è complesso individuare e poi fermare gli episodi, per questo motivo spesso è meglio prevenire, cercando di lavorare con i giovani con la sensibilizzazione ma anche con i social, in modo che le policy siano sempre più vicine alla società moderna che spesso è troppo cattiva. Un esempio è il caso di Fondazione Carolina:

Fondazione Carolina prende il nome di una ragazzina che, nel 2013, si è suicidata a causa del cyberbullismo e che è, ufficialmente, la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo. «Due anni di impegno civile, testimonianza, appelli che avevano visto il papà di Caro, Paolo Picchio, impegnarsi senza sosta. Non solo per rendere giustizia all’amata figlia, ma per dare senso e rispondere a quell’ultimo messaggio della figlia: “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”.

Attorno a questi princìpi, nel febbraio 2018 nasce Fondazione Carolina Onlus, non a caso proprio in occasione della Giornata mondiale della Sicurezza in Rete. Lo slogan della No profit – “Felici di navigare – rappresenta lo spirito che dovrebbe distinguere tutti i teen ager che si affacciano alla dimensione digitale, affidando alla Rete i loro sogni, i sentimenti e le relazioni del viaggio più importante della loro vita: l’adolescenza.»

13enne si suicida a causa del bullismo

Secondo le prime indagini, Sofia sarebbe stata esclusa da una chat gruppo su Whatsapp e anche da un’uscita serale. Per qualcuno, può sembrare qualcosa da niente: ma l’isolamento è una delle forme, spesso delle prime forme, del bullismo, chiaramente di quello psicologico. A causa dell’isolamento, Sofia, di solo 13 anni, si è tolta la vita: sua madre l’ha trovata in mano, quando è tornata a casa dopo qualche ora e, chiaramente, per lei non c’erano speranze. Non ha lasciato un bigliettino, né ha chiesto aiuto prima del tragico gesto… Ma in mano aveva lo smartphone.

Quando i carabinieri lo hanno sequestrato, non ci hanno trovato insulti, specifici casi di bullismo o delle “sfide” sui social, tuttavia hanno notato come la ragazza sia stata estromessa dalle chat di gruppo su Whatsapp e quindi si  istigazione al suicidio ma al momento non ci sono indagati: sembrerebbe che il suicidio sia maturato nell’ambito di dinamiche tra coetanei. La madre si sarebbe allontanata per qualche ora, e quando è tornata a casa la figlia era priva di vita in bagno.

Subito sono intervenuti i medici del 118 cercando di rianimarla, ma è stato inutile. La causa del decesso, il suicidio, sarebbe stata già accertata dal medico legale e dunque non sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di un incidente. Per questo la salma è stata riconsegnata ai familiari e non è stata disposta l’autopsia.

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La scorsa settimana si sono tenuti i funerali della ragazza, e il sindaco Angelo Annese ha proclamato il lutto cittadino dicendo che con la sua perdita «abbiamo perso tutti», invitando gli insegnanti a «promuovere un percorso di sensibilizzazione con tutti gli studenti sui temi legati all’importanza della vita, del dialogo e dei rapporti sociali nel delicato periodo adolescenziale».

Il garante regionale per i diritti del minore, Ludovico Abbaticchio, ha dichiarato: «Sostengo da anni la necessità di creare luoghi di incontro istituzionali attraverso la realizzazione di una équipe sociosanitaria-educativa stabile presente regolarmente nelle scuole attraverso una modernizzazione del lavoro tra enti locali, Asl, scuola e famiglia per informare, prevenire e formare gli stessi operatori e genitori che affiancano il minore nel suo quotidiano. Il tema della salute intesa come benessere sociale deve diventare programma fondamentale della politica a tutti i livelli».

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