Giornata mondiale contro il bullismo: oggi come ogni giorno


Il 7 febbraio è la giornata mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo, e noi vogliamo dedicare una riflessione a questo argomento. Non sarà una pseudo guida su come affrontarlo (anche perché lo abbiamo già fatto lo scorso anno), ma sarà più un modo per empatizzare, per far comprendere alle persone che non ne hanno mai sofferto che è una cosa seria, il bullismo come il cyberbullismo. E ti può segnare, anche permanentemente.

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Fonte: freepik

Molto spesso sentiamo dire che ormai, nel mondo del politically correct, il bullismo e il cyberbullismo non esistono più. Poi leggiamo online di una bambina di 13 anni viene picchiata da un gruppo di coetanei, leggiamo che non vuole più tornare a scuola perché ha paura e si vergogna (lei che non ha letteralmente fatto nulla), leggiamo che quel gruppo ha registrato il video di lei che viene picchiata per inviarlo su Whatsapp e su Instagram, per un briciolo di likes e condivisioni, e ci chiediamo se davvero il bullismo e il cyberbullismo non esistano più.

Navighiamo poi sul web e ci troviamo davanti degli adulti che augurano la morte a una ragazzina che non la pensa al loro stesso modo, o ancora adulti che sperano che un barcone affondi (un barcone con delle vite umane, con bambini, adolescenti, uomini e donne reali). Ci voltiamo dall’altra parte e vediamo dei ragazzini che per farsi i fighi con i propri coetanei assumono un atteggiamento maschilista o ragazzine che insultano pubblicamente un ragazzo che ha scritto loro solo un “ciao“.

Sarebbe bello dire che il politically correct ha ucciso il bullismo e il cyberbullismo, ma purtroppo ancora non ce lo possiamo permettere, perché entrambi sono ancora delle realtà che ci appartengono, che appartengono ai ragazzini alle scuole superiori ma anche a chiunque navighi sul web (ormai anche su Twitter devi dosare qualsiasi cosa tu scriva per evitare una shitstorm) e ancora agli adulti sul posto di lavoro.

Bullismo e cyberbullismo: la realtà del 2021

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Fonte: freepik

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una discussione su Twitter. Una ragazza aveva scritto un messaggio non molto piacevole su Harry Styles. Lo aveva fatto con leggerezza, senza pensare realmente alle parole, e ha sbagliato. Ha indubbiamente sbagliato, tuttavia, poi ha chiesto scusa. Nei suoi confronti ho letto «ti devi fare schifo», «spero che ti cadano le dita» e tantissimi messaggi, tanti utenti uniti contro una sola persona che aveva persino chiesto scusa. Questo è il cyberbullismo, anche se gli intenti erano quelli di far comprendere alla ragazza che aveva sbagliato.

Nel momento in cui una ragazza sbaglia, in cui commette un errore, chiede persino scusa, ma comunque un branco di twitterine continua a insultarla, ad andarle contro, ci dimostra che non esiste né empatia e che il bullismo è proprio radicato dentro di noi, persino nelle persone che pensano di farlo per una buona causa (buona causa= difendere un cantante). Ai miei tempi ricordo anche che io che mi prendevo i peggiori insulti per i miei cantanti del cuore, era un «insulta me, non loro», ma poi ci rimanevo comunque male.

Al bullismo online, comunque, si è anche aggiunto il body shaming, nei confronti di ragazzi come nei confronti di ragazze, e arriva da ogni dove. C’è persino chi condivide le foto commentandole con i propri followers, come se fosse una cosa normale. In questo modo umilia la vittima, la scredita e, anche se in quella foto pensa di essere carina, alla fine finirà per vedersi come la descrivono (uso il femminile perché sto parlando della vittima, che può essere un uomo come una donna).

E poi ovviamente c’è sempre il classico bullismo. Lo abbiamo visto qualche giorno fa con la 13enne picchiata dai suoi coetanei, ma ci sono anche dei casi che non diventano una scandalo mediatico. Il bullismo esisteva nel secolo scorso, esisteva nello scorso decennio ed esiste ancora oggi, con la didattica a distanza e con la didattica in presenza. Il bullismo ti fa sentire solo in mezzo alla gente, ti lascia la paura dentro anche quando è finita dopo anni, ti fa pensare che chiunque parli di te e rida di te, ti fa perdere la fiducia nelle persone.

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Ricordo che durante la quarantena girava un video in una piazza di Bari in cui una ragazzina veniva picchiata da una sua coetanea, mentre l’altra registrava. È questo quello che i social hanno creato: far credere che la violenza sia una cosa positiva, che se picchi qualcuno puoi divenire popolare, qualcuno ti sosterrà, verrai invitata in programmi televisivi e diverrai ricca. Dopotutto, l’ignoranza in Italia è spesso premiata, perché il trash piace. Ma fra trash e cattiveria c’è un abisso.

E dobbiamo poi parlare di Selene Calò che, lo scorso anno, ha spinto un ragazzo autistico a spogliarsi in diretta su Instagram mentre anche tutti i suoi followers lo istigavano? Se non fosse stato per qualcuno che ha riconosciuto il ragazzo e ha avvisato i genitori, chissà come sarebbe finita. E sapete cos’ha detto, la bulla? Non è colpa sua, è colpa dei genitori che non lo controllano. Non ha chiesto neanche scusa, non si è presa le responsabilità delle sue azioni, ma ha solo guadagnato dei followers, e questo la dice lunga.

Perché prima il bullismo era solo fra delle mura in comune, che fossero scolastiche o che fossero del lavoro, mentre adesso ti colpisce anche fra quelle domestiche, nella tua cameretta in cui dovresti essere al sicuro. I social hanno migliorato i nostri contatti. Ci permettono di parlare con persone simili a noi che vivono a km di distanza. Ci fanno conoscere persone speciali che ci fanno stare bene. Ma, allo stesso tempo, hanno reso ineluttabili altre persone cattive.

Persone che pensano che un anonimo o uno schermo possa proteggerle, che utilizzano la libertà di parola per essere omofobe, razziste, cattive. Persone che cercano consensi tramite degli insulti, facendo credere che sono forti perché loro dicono quel che pensano, quando la realtà è che sono solo dei grandissimi maleducati che si nascondono dietro un «io dico sempre tutto in faccia». Vi rivelo una cosa: se insultate e sminuite qualcuno, che lo facciate alle spallein faccia, se agite in gruppo contro una sola persona, non siete forti, ma siete solo dei bulli.

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