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Carabinieri cercano medici specialisti. Ma senza stipendio: il lavoro gratuito diventa una prassi?

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Dopo il caso dell’INPS, finito al centro delle polemiche per un avviso rivolto a grafici chiamati a lavorare gratuitamente, un’altra istituzione pubblica italiana torna a far discutere. Questa volta è l’Arma dei Carabinieri, che in diverse regioni ha pubblicato bandi per il reclutamento di medici specialisti esterni “a titolo gratuito”. Una formula che, se già sorprende sulla carta, diventa ancora più difficile da comprendere leggendo i requisiti richiesti ai candidati.

La segnalazione è stata rilanciata sempre dalla pagina Instagram Aestetica Sovietica, che da tempo documenta casi di lavoro gratuito e sfruttamento professionale. Al centro dell’attenzione c’è un avviso pubblicato il 2 luglio 2026 dal Comando Legione Carabinieri del Friuli-Venezia Giulia, ma non si tratta affatto di un episodio isolato.

Medici altamente qualificati, ma senza compenso

Il bando è intitolato “Apporto professionale di figure sanitarie esterne, a tempo determinato e a titolo gratuito” e riguarda il reperimento di specialisti per il 2027. Per candidarsi non basta essere medici: è richiesta una laurea in Medicina, una specializzazione conseguita da almeno tre anni, l’abilitazione professionale e l’iscrizione all’Albo.

Come se non bastasse, i candidati vengono sottoposti a una vera e propria selezione comparativa con punteggi assegnati in base all’esperienza professionale, ai titoli posseduti e alle pubblicazioni scientifiche. Insomma, si richiede un curriculum di alto livello per un incarico che, alla fine, non prevede alcuna retribuzione.

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È difficile non notare il paradosso: da un lato si pretende l’eccellenza professionale (anni e anni di studio, esperienza sul campo), dall’altro si comunica che quella professionalità non merita un compenso economico.

Uno degli aspetti più controversi riguarda i criteri di valutazione. Fino a 50 punti su 100 vengono infatti attribuiti a chi ha già svolto attività specialistiche per l’Arma dei Carabinieri. Il regolamento, però, non distingue tra incarichi retribuiti e gratuiti.

Questo significa che aver già lavorato gratuitamente può diventare un vantaggio competitivo per ottenere nuovi incarichi, sempre gratuiti. Il lavoro non viene pagato, ma si trasforma in una sorta di credito professionale spendibile nelle selezioni successive.

È un meccanismo che rischia di normalizzare ulteriormente il lavoro non retribuito, lo sfruttamento: più si accetta di lavorare gratis, più aumentano le possibilità di essere nuovamente selezionati. Ma come è possibile sopravvivere in questo modo?

Decine di ore di lavoro senza stipendio

Nel caso del Friuli-Venezia Giulia, tra le figure richieste compare anche un medico nutrizionista, chiamato a svolgere 52 ore di attività senza alcun compenso.

In altri bandi la situazione è persino più evidente. Nella Legione Liguria, ad esempio, per il 2027 vengono richiesti gratuitamente un cardiologo e un odontoiatra per due ore settimanali ciascuno. Tradotto su base annua significa circa 104 ore di lavoro gratuito per ogni professionista.

Non si tratta quindi di una consulenza occasionale o di un intervento sporadico, ma di incarichi continuativi che comportano responsabilità professionali, presenza programmata e obblighi ben definiti.

Non è un caso isolato

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Consultando gli archivi pubblici emerge che procedure simili sono state pubblicate già a partire dal 2024 e in almeno dodici regioni italiane.

Lo schema si ripete con regolarità: in alcuni casi l’Arma remunera gli specialisti, in altri richiede esattamente le stesse prestazioni senza prevedere alcun compenso. Una continuità che lascia pensare non a un episodio eccezionale, ma a una prassi amministrativa ormai consolidata.

Ed è forse questo l’aspetto più preoccupante. Se un bando isolato può essere interpretato come una scelta discutibile, una pratica ripetuta negli anni assume inevitabilmente un significato e un peso diverso.

A chi sono destinati questi servizi?

Un’altra domanda riguarda i destinatari delle prestazioni.

I familiari dei Carabinieri, come tutti i cittadini italiani, possono già usufruire del Servizio Sanitario Nazionale. Non devono essere sottoposti a visite di idoneità al servizio né affrontano i rischi operativi tipici del personale dell’Arma.

Perché, allora, ricorrere a specialisti dedicati che lavorano gratuitamente invece di utilizzare le normali strutture sanitarie o prevedere incarichi regolarmente retribuiti? È una domanda legittima che meriterebbe una risposta altrettanto chiara.

Anni di studio trattati come volontariato

Diventare medico specialista richiede un percorso lungo e impegnativo: sei anni di università, il concorso per la scuola di specializzazione, altri anni di formazione, esami, aggiornamento continuo e responsabilità civili e penali enormi.

Eppure questi bandi sembrano trasmettere un messaggio preciso: tutto questo può essere richiesto senza prevedere una retribuzione.

È difficile non vedere una contraddizione. Perché il lavoro viene considerato tale quando si parla di doveri, responsabilità e obblighi di presenza, ma improvvisamente diventa volontariato quando si arriva al momento del compenso.

Il problema è che è lo Stato a chiedere di lavorare gratis

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La questione, però, va oltre il singolo bando.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di enti pubblici che chiedono prestazioni professionali gratuite. Prima l’INPS con i grafici (segnalato sempre da Aestetica Sovietica), ora i Carabinieri con i medici specialisti. In entrambi i casi non si tratta di iniziative private o associazioni di volontariato, ma di istituzioni pubbliche.

Ed è proprio questo a destare maggiore preoccupazione. Se è lo Stato stesso a dare il messaggio che competenze altamente specializzate possono essere ottenute gratuitamente, il rischio è quello di contribuire a svalutare intere professioni. D’altronde, ricordiamoci che ci troviamo sotto un governo che ha negato il salario minimo.

Anche perché questi bandi non sono rivolti esclusivamente a medici pensionati mossi da spirito di servizio. Tra i requisiti compare infatti un limite anagrafico preciso: il professionista non deve aver compiuto i 70 anni. Una dimostrazione ulteriore che non si cerca semplicemente un volontario, ma un professionista pienamente operativo.

Il lavoro gratuito, quando diventa una scelta personale e libera, può essere un gesto di solidarietà. Quando invece viene organizzato, selezionato e richiesto direttamente dalle istituzioni, il rischio è che smetta di essere volontariato e inizi a somigliare sempre di più a una pericolosa normalizzazione dello sfruttamento professionale.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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