Epstein Files, Salvini e il silenzio della TV italiana
Ci sono notizie che dovrebbero aprire telegiornali, talk show e dibattiti parlamentari. E poi ci sono notizie che, pur avendo un enorme potenziale per comprendere i rapporti tra politica, potere economico e interessi internazionali, finiscono per scivolare ai margini dell’informazione televisiva. La presenza del nome di Matteo Salvini negli Epstein Files – con decine di occorrenze in documenti oggi accessibili – appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Il punto non è costruire colpe, né insinuare responsabilità penali che non emergono automaticamente dalla lettura dei documenti. Il punto è un altro, ed è politico e giornalistico: perché una vicenda che intreccia un vicepresidente del Consiglio italiano, un finanziere condannato per reati sessuali su minori e uno dei più influenti strateghi della destra trumpiana viene trattata come irrilevante?
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ToggleChi era Jeffrey Epstein e cosa sono gli Epstein Files
Jeffrey Epstein era un finanziere statunitense con legami profondi e documentati con ambienti dell’alta finanza, della politica e dell’élite culturale internazionale. Nel corso degli anni il suo nome è stato associato a figure di primissimo piano della scena globale: dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e dall’attuale Donald Trump, dal principe Andrew d’Inghilterra, passando per grandi imprenditori, accademici, avvocati e uomini d’affari con accesso diretto ai centri del potere.
Nel 2019 Epstein è morto in carcere mentre era detenuto con l’accusa di traffico sessuale di minorenni. La sua morte ha alimentato sospetti e interrogativi mai del tutto chiariti, diventando il simbolo di un sistema opaco in cui potere economico, influenza politica e abusi si sono intrecciati per anni, protetti da relazioni e silenzi. Fino a che gli “Epstein Files” non sono diventati di dominio pubblico (con diverse eccezioni) e la popolazione di tutto il mondo ha avuto l’opportunità di cercare qualsiasi nome e vedere quante volte, e in che occasione, è stato nominato.
Con l’espressione “Epstein Files” si fa infatti riferimento a un’enorme mole di documenti – milioni di pagine tra email, fotografie, video e comunicazioni – parzialmente resa pubblica dalle autorità statunitensi dopo forti pressioni dell’opinione pubblica. Documenti che, va sottolineato, risultano ancora in larga parte oscurati o censurati. Ciò che emerge non è solo una lista di colpevoli, ma anche una mappa fittissima di relazioni, contatti e strategie che coinvolgono politica, finanza e potere mediatico su scala globale.
Ed è proprio all’interno di queste comunicazioni che compare, in modo ricorrente, il nome di Matteo Salvini.
Perché il nome di Salvini compare nei documenti
Nei documenti oggi accessibili, il nome di Matteo Salvini appare circa 90 volte, in particolare all’interno di una serie di email scambiate tra Jeffrey Epstein e Steve Bannon. Bannon non è una figura marginale: è stato per anni uno dei principali consiglieri politici di Donald Trump ed è considerato uno degli architetti della strategia internazionale dell’estrema destra sovranista. Nelle mail, Bannon descrive Epstein come un possibile canale di finanziamento per sostenere movimenti e partiti di estrema destra in Europa.

In particolare, si fa riferimento alla campagna di Marine Le Pen in Francia e a quella di Matteo Salvini in Italia, in un periodo cruciale che precede le elezioni europee del 2019.
In uno dei passaggi più inquietanti, Bannon afferma di essere diventato consigliere politico di Salvini e sottolinea come le elezioni europee rappresentino un’occasione strategica per aumentare drasticamente il numero di seggi controllati dall’estrema destra. L’obiettivo dichiarato non è una visione politica alternativa dell’Europa, ma il contrario: indebolire e disaggregare l’Unione Europea, rendendola più permeabile alle influenze esterne, in primis quelle statunitensi.
Europa debole, affari forti
Secondo quanto emerge dalle comunicazioni, Bannon prospetta a Epstein la “convenienza” di finanziare questi partiti (fra cui la Lega) perché un Parlamento europeo dominato dall’estrema destra sarebbe in grado di bloccare regolamentazioni scomode, come quelle sul settore delle criptovalute. In altre parole, meno regole, più spazio per la speculazione finanziaria.
In uno dei messaggi, Bannon arriva a sostenere che gli eurodeputati della Lega sarebbero stati pronti a votare secondo le indicazioni ricevute, anche contro regolamentazioni pensate per tutelare i cittadini europei. È bene ribadirlo con chiarezza: queste affermazioni sono contenute nelle mail di Bannon, non costituiscono di per sé una prova di comportamenti illegali di Salvini o della Lega, ma rappresentano un elemento politico di enorme gravità.

Perché se anche solo una parte di questa strategia fosse stata reale, ci troveremmo davanti a un problema enorme: interessi italiani sacrificati in nome degli affari di miliardari statunitensi, per di più coinvolti in uno dei più gravi scandali di abuso degli ultimi decenni. Il quadro diventa ancora più significativo se si considera il contesto temporale.
Il 2019 è l’anno del massimo consenso elettorale della Lega, che alle elezioni europee diventa il primo partito in Italia. È lecito, dunque, chiedersi se e in che misura le strategie internazionali descritte nei documenti abbiano avuto un ruolo nel rafforzamento politico del partito.

La Lega ha respinto con decisione ogni ipotesi di coinvolgimento finanziario, definendo le ricostruzioni “infondate e gravemente esagerate”, e affermando di non aver mai richiesto né ottenuto finanziamenti da Epstein o da soggetti a lui collegati. Una posizione che va riportata, ma che non chiude la questione politica.
Il silenzio assordante della televisione italiana
Nonostante la rilevanza del tema, la televisione italiana sembra aver scelto la strada della minimizzazione. Nei telegiornali la vicenda viene accennata, quando va bene, in pochi secondi; nei talk show politici semplicemente scompare. Un silenzio difficile da spiegare, se non con una certa riluttanza a mettere in discussione figure centrali del panorama politico.
In questo scenario, spicca l’eccezione rappresentata da Lilli Gruber, una delle poche giornaliste ad aver affrontato il tema con il rigore e la memoria storica che il mestiere richiede. Non per emettere sentenze, ma per ricordare che il compito dell’informazione è fare domande scomode, non proteggere equilibri di potere.
Colpisce anche il contrasto con l’agenda politica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pronta a intervenire pubblicamente su eventi come il Festival di Sanremo, ma silenziosa su una vicenda che tocca sovranità, trasparenza e interferenze straniere nella politica italiana. Non si tratta di una questione di gossip, ma di democrazia.
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Pubblicato da Giorgia Meloni su Domenica 8 febbraio 2026
Nessuno sostiene che la presenza di un nome nei documenti equivalga a una colpa. Ma quando quei documenti raccontano strategie di finanziamento, manipolazione politica e interessi economici transnazionali, il silenzio diventa una scelta. E le scelte, in democrazia, vanno discusse.
La domanda finale, allora, è semplice: se non parliamo di questo, di cosa dovremmo parlare?
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty


