Parità di genere: bocciato il “linguaggio inclusivo” in Senato

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Ha chiesto lo scrutinio segreto Fratelli d’Italia, perché metterci nomi e cognomi, mai. Il Senato ha ufficialmente bocciato l’emendamento della senatrice Alessandra Maiorino che chiedeva di adottare il linguaggio di genere nella comunicazione istituzionale dell’aula e ha ottenuto 152 voti favorevoli che comunque non sono stati sufficienti per raggiungere la maggioranza assoluta. Perché è facile dire di essere dalla parte delle donne, nei fatti però sembra evidente quale sia la posizione di diversi senatori.

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Può sembra una cosa da niente, ma il primo passo per riconoscere e rispettare le donne in un ambiente lavorativo è cominciare a dare loro del femminile. I senatori sono uomini, ma le senatrici sono donne e dovrebbero essere rispettate come tali. Nel parlato comune ci capita spesso di dire o sentire senatrice, tuttavia nell’ambiente del Senato si continua a dire onorevoli senatori o i componenti della Commissione o il segretario. E si continuerà anche dopo oggi, dopo un voto reso segreto.

Eppure, sapete… La presidente del Senato, che comunque ha votato contro l’emendamento per il linguaggio di genere, è una donna (Maria Elisabetta Casellati), e il 34,58 per cento dei senatori sono, in realtà, senatrici (111 su 321). Ma questo non basta, perché il maschile continuerà a essere utilizzato per indicare sia uomini che donne, poiché nella lingua italiana il neutro non esiste e in Italia vige la regola del “si è sempre fatto così“, quindi sia mai che venga accettato un cambiamento e, soprattutto, il progresso.

Questo il testo dell’emendamento: «Il Consiglio di presidenza stabilisce i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell’attività dell’amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l’utilizzo di un unico genere nell’identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne».

Bocciato l’emendamento per il linguaggio di genere

I voti favorevoli per l’emendamento sono stati 152. Quelli contrari 60. Gli astenuti 15. Ma la maggioranza assoluta necessaria per approvare l’emendamento non è stata raggiunta e quindi non è passato. E indovinate chi ha chiesto lo scrutinio segreto perché mettere nomi e cognomi sarebbe troppo onesto? Ovviamente Fratelli d’Italia, primo partito italiano con la leader (LA leader!) che è uno dei nomi più quotati per diventare il prossimo Primo Ministro. Ci sono state subito delle proteste, ma la presidente Casellati è stata molto dura e non ha permesso di far votare nuovamente.

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«Al Senato oggi si è persa una grande occasione per rendere inclusivo e paritario il linguaggio istituzionale con la mancata approvazione dell’emendamento Maiorino al regolamento che aveva lo scopo di aprire all’uso della distinzione di genere nel linguaggio delle comunicazioni istituzionali e nel Regolamento», ha scritto in una nota le parlamentari del Movimento 5 Stelle del gruppo Pari opportunità. Aggiungono che «è evidente la misoginia di chi ha votato contro rifiutando l’utilizzo del femminile e confermando così l’imposizione del solo maschile. Una vergogna a cui si dovrà porre rimedio nella prossima legislatura».

La senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del PD, scrive in un tweet: «se è questo è l’anticipo del nuovo Parlamento, abbiamo un motivo in più per lottare con forza. La nostra Italia crede nell’uguaglianza». Simona Malpezzi, presidente dei senatori del PD, scrive sullo stesso social: «La destra chiede il voto segreto per affossare l’emendamento per introdurre nel Regolamento del Senato la parità di genere nel linguaggio ufficiale. Questa è la destra reazionaria che vuole guidare il Paese: per loro le donne non esistono neanche nel linguaggio».

La ministra alle Pari opportunità, Bonetti, commenta: «l’ennesimo esempio di come ci si riesca a sottrarre a comuni responsabilità verso il Paese pensando che le cittadine e i cittadini non vedano e non sappiano mai. Realizzare la parità tra donne e uomini è creare sviluppo, è crescita, è democrazia per il nostro paese. È stato ed è l’impegno del presidente Draghi e del governo». Il commento però più duro è quello di Laura Boldrini, deputata del PD e presidente del comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo:

La senatrice del PD Valeria Valente, presidente della commissione femminicidio: «Fratelli d’Italia, con la complicità di gran parte della destra, ha manifestato cosa pensa del ruolo delle donne nella società, chiedendo il voto segreto sull’emendamento che avrebbe consentito di utilizzare la differenza di genere nel linguaggio ufficiale di un’istituzione importante come Palazzo Madama. I nodi vengono al pettine. Il linguaggio è un fattore fondamentale di parità. Verbalizzare la differenza vuol dire riconoscerla, negarla vuol dire chiedere alle donne l’omologazione a modelli maschili. Il ruolo declinato al maschile non è neutro, è semplicemente maschile e nega la differenza.

Impedire alle donne di essere riconosciute nel ruolo per quello che sono vuol dire continuare a concepire quei ruoli e quelle funzioni come qualcosa unicamente appannaggio degli uomini, e presentarli come neutri è sbagliato oltre che furbesco. Il tema non si è mai posto per maestra o infermiera,  chiediamoci perché si pone per parlamentare o presidente. Negare questo passo di civiltà e di progresso a una delle più importanti istituzioni del paese  racconta molto dei rischi che una cultura reazionaria può innescare».

Non è della stessa opinione il senatore Lucio Malan di Fratelli d’Italia, componente della Giunta del Regolamento del Senato: «Fratelli d’Italia è l’unico grande partito della storia d’Italia ad essere guidato da una donna, e oltre a lei annovera molte donne in ruoli di spicco. Così si dimostra attenzione all’apporto femminile nel mondo delle istituzioni. Non con norme-manifesto ideologiche da campagna elettorale. Ci siamo astenuti sull’emendamento Maiorino sul cosiddetto ‘linguaggio di genere’ perché riteniamo che l’evoluzione del linguaggio non si faccia per legge o per regolamento, ma attraverso l’evoluzione del modo di pensare e parlare dei popoli».

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Per il senatore, uomo, «imporre che in tutti i documenti del Senato si debba scrivere, ad esempio, non più ‘i senatori presenti’ ma ‘i senatori e le senatrici presenti’, non più ‘i componenti della Commissione’ ma ‘le componenti ed i componenti’, ha davvero poco senso. Nessuno, infatti, né oggi né all’epoca della Costituente, ha mai pensato che quando la Costituzione dice che ‘I senatori sono eletti a suffragio universale’ si intende che le senatrici sono elette in un altro modo. Le donne si difendono con il criterio del merito, con adeguati sostegni a chi le assume, con città sicure dove possono uscire da sole, con attenzione a donne e uomini che si occupano della famiglia».

Conclude con un commento, ovviamente, contro il DDL Zan, perché se la destra non nomina il DDL Zan, non è felice. «È curioso notare, infine, che quasi tutti i sostenitori del linguaggio ‘di genere’ hanno sostenuto il Ddl Zan, per il quale il ‘genere’ è opinabile, auto-attribuita e mutevole», afferma. Ma in che senso? Immagina essere omofobo, e anche misogino.

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