Lidia Poët: la meravigliosa arringa finale di Enrico

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Attenzione, in questo articolo ci sono spoiler dell’ultima stagione di La legge di Lidia Poët
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“Doveva morire.” È una frase che non si dimentica facilmente, una di quelle che restano incastrate nella testa e continuano a risuonare anche dopo che la scena è finita. Nell’arringa pronunciata da Enrico Poët in La legge di Lidia Poët, questo passaggio non è solo un momento drammatico ben costruito: è una sintesi brutale di un sistema di pensiero che, pur trasformandosi nel tempo, non è mai davvero scomparso.

Il caso raccontato è quello di una donna che uccide il marito violento per salvarsi, e che si trova comunque a dover giustificare la propria sopravvivenza. Ma ciò che rende l’arringa di Enrico Poët così potente non è la specificità della storia, bensì la sua capacità di parlare oltre il contesto storico, oltre la finzione, fino ad arrivare a noi.

LIDIA_201_Unit_00337RC-1200x675-1-1024x576 Lidia Poët: la meravigliosa arringa finale di Enrico

L’arringa attribuita alla figura di Enrico Poët, scritta con l’aiuto della sorella Lidia, non chiede semplicemente l’assoluzione di una donna. Fa qualcosa di più radicale: mette sotto processo l’intera società che ha reso necessario quel gesto. Non si limita a discutere i fatti, ma ribalta la prospettiva, obbligando chi ascolta a interrogarsi non su cosa abbia fatto lei, ma su cosa le è stato fatto, su cosa le è stato tolto, su quali alternative le siano state negate. Ed è proprio qui che emerge la domanda più scomoda, quella che attraversa tutto il discorso: cosa deve fare una donna per essere creduta davvero? Quanto deve soffrire, quanto deve resistere, quanto deve avvicinarsi alla morte per essere riconosciuta come vittima?

Il testo dell’arringa finale di Enrico Poët

Signor presidente,

Illustri giudici e giurati,

È vero. Grazia Fontana ha ucciso suo marito, il capitano di vascello Guido Fontana, lo ha confessato. Non ci sono dubbi.

Tuttavia mai come in questo frangente è imprescindibile valutare il motivo per cui questa donna ha ucciso. Non aveva altra scelta. Se non lo avesse pugnalato, ci sarebbe lui oggi seduto in questa cella.

A dimostrare questa tesi, ci sono testimonianza che resistono al tentativo di screditare chi le ha fornite e fatti concreti che non è stato possibile ascrivere come prove in questo dibattimenti ma di cui hanno parlato tutti i giornali e che voi non potete ignorare.

[…]

Nel condannare o assolvere l’imputata, voi oggi siete chiamati uno per uno… a esprimere un verdetto su un’intera società civile. Una società che chiede alle mogli non soltanto sottomissione, obbedienza e rassegnazione ma persino la docilità dell’agnello sacrificale.

Signori giurati, ditemi la verità, cos’avrebbe dovuto fare la signora Grazia Fontana perché voi la credeste vittima?

Doveva morire.

Solo così avrebbe ricevuto un po’ di pietà. Mentre suo marito, nel peggiore dei casi, sarebbe stato condannato a sei anni di carcere perché gli viene riconosciuto il diritto di difendere il suo onore.

Adesso, però, immaginate di essere nel secolo futuro.

Cosa vi augurate per le vostre figlie?

Io, personalmente, non ho dubbi. Vorrei che vivessero libere dalla paura, protette dalla legge, consapevoli della propria dignità. E vorrei che nessun uomo si sentisse in diritto di “riportarle al lume della ragione”, com’è stato detto prima, o di ferirle, picchiarle o ucciderle, pur di non essere abbandonato.

Signori giurati, oggi, con il vostro verdetto, voi posate il primo mattone di questo futuro. Da voi non dipende solamente la vita della signora Grazia Fontana o quella di sua figlia Mila. Da voi dipende la vita di tutte le donne che verranno.

(Enrico Poët)

Il passato che non è passato

È rassicurante pensare che queste dinamiche appartengano a un’altra epoca, a un tempo in cui le donne erano apertamente subordinate e prive di diritti. È facile collocare quella violenza in un passato lontano, in una società che chiedeva alle mogli sottomissione, obbedienza e silenzio. Ma l’arringa stessa ci costringe a fare un salto in avanti: “immaginate di essere nel secolo futuro”, dice Enrico Poët. Quel futuro, oggi, è il nostro presente. E la verità è che molte delle logiche denunciate allora continuano a esistere, anche se in forme meno esplicite, più sottili, ma non per questo meno efficaci.

Oggi non si chiede più apertamente alle donne di sacrificarsi (circa, ma ne parliamo a breve), ma si continua a pretendere che dimostrino costantemente la legittimità della propria sofferenza. Se denunciano, devono farlo nel modo giusto, nei tempi giusti, con le parole giuste. Se restano in una relazione violenta, vengono giudicate per non essere andate via prima. Se se ne vanno, vengono accusate di non aver fatto abbastanza per salvare il rapporto. Se reagiscono, devono dimostrare che non avevano alternative. È un sistema di aspettative contraddittorie, in cui qualsiasi scelta può essere messa in discussione, e in cui la credibilità non è mai data per scontata.

lidia-poet-making-a-stand.jpg?q=50&fit=crop&w=825&dpr=1 Lidia Poët: la meravigliosa arringa finale di Enrico

Uno degli aspetti più inquietanti dell’arringa di Enrico Poët è il modo in cui mette a nudo un paradosso ancora attuale: una donna viene riconosciuta come vittima solo quando non può più parlare. Solo quando è morta, quando non può contraddire, quando non può essere analizzata, criticata, messa in discussione. La morte diventa, implicitamente, la prova definitiva della violenza subita (e non in tutti i casi, come possiamo vedere dal sempre troppo frequente victim blaming). La sopravvivenza, invece, apre uno spazio di dubbio.

Una donna che sopravvive deve raccontare, spiegare, convincere. Deve sottoporsi a uno scrutinio continuo, pubblico e privato. Deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare quella situazione, come se la responsabilità fosse comunque, almeno in parte, sua. Questo meccanismo non riguarda solo i tribunali, ma attraversa anche il modo in cui i media raccontano le storie di violenza e il modo in cui l’opinione pubblica le recepisce. La narrazione si sposta facilmente dalla violenza subita alla condotta della vittima, dai fatti alle scelte personali, dalle responsabilità dell’aggressore ai comportamenti di chi ha subito.

L’arringa di Enrico Poët mette in discussione anche un altro punto centrale: il diritto di difendersi. In teoria, questo diritto esiste ed è riconosciuto. Ma nella pratica, quando riguarda le donne, sembra sempre dover rispettare criteri più rigidi, più severi, più difficili da soddisfare. Non basta essere in pericolo, bisogna dimostrare di esserlo nel modo “giusto”. Non basta reagire, bisogna farlo in modo proporzionato, quasi misurato, come se la violenza potesse essere gestita con freddezza e precisione.

Nel frattempo, la violenza maschile continua a essere spesso raccontata attraverso categorie che tendono a ridurne la responsabilità: la gelosia, la perdita di controllo, la disperazione. Esattamente ciò che l’arringa denuncia quando parla del “diritto di difendere l’onore” (che, in Italia, è stato abolito solo nel 1981). È una narrazione che sposta l’attenzione dall’atto alla motivazione, dall’effetto alla causa, creando una zona grigia in cui la responsabilità si diluisce.

Il futuro promesso e quello reale

La parte finale dell’arringa è forse la più potente, perché guarda avanti. Parla di un futuro in cui le donne possano vivere libere dalla paura, protette dalla legge, consapevoli della propria dignità. È una visione che oggi appare quasi ovvia, e proprio per questo è facile dare per scontata. Ma se la si osserva con attenzione, ci si accorge che non è ancora del tutto realizzata. E che c’è ancora tanto da fare per far sì che il passato non si ripeta.

Le leggi sono cambiate, i diritti sono stati riconosciuti, la consapevolezza è cresciuta. Eppure, la distanza tra il piano formale e quello reale resta evidente. La protezione esiste, ma non sempre arriva in tempo. Quante donne hanno denunciato l’uomo che poi le ha uccise? Il riconoscimento della violenza non fisica talvolta c’è, ma non è automatico. A quante donne è stato detto che “è solo un ragazzo” o “è geloso perché ti ama“, dall’uomo che poi le ha uccise?

La libertà è dichiarata, ma spesso condizionata da dinamiche sociali e culturali che continuano a limitare le possibilità concrete. Quante donne non sono in grado di lasciare una relazione violenta perché non hanno una indipendenza economica? O perché hanno paura dei giudizi altrui?

LIDIA_101_Unit_01282R Lidia Poët: la meravigliosa arringa finale di Enrico

Forse oggi posate il primo mattone di questo futuro”, dice Enrico Poët. Nell’arringa, questa frase è rivolta a una giuria, chiamata a decidere non solo il destino di una donna, ma il significato stesso della giustizia. Oggi, però, quella responsabilità è diffusa. Non riguarda solo chi giudica in tribunale, ma chiunque partecipi alla costruzione del discorso pubblico: chi racconta, chi commenta, chi ascolta, chi sceglie da che parte stare. Quando lasciamo un commento sui social empatizzando con l’uomo che ha ucciso una donna, siamo complici di un sistema patriarcale che continua a vedere la donna come un “agnello sacrificale”.

Sacrificare la sua passione. Sacrificare le sue ambizioni. Sacrificare la sua indipendenza. Sacrificare il suo tempo, il suo spazio, la sua voce. Sacrificare perfino la propria sicurezza, pur di non disturbare, pur di non essere giudicata, pur di non ferire chi le sta accanto. Sacrificare tutto, tranne una cosa: il diritto di sopravvivere. Eppure, è proprio quello che troppo spesso le viene chiesto.

Il verdetto di cui parla il discorso di Enrico Poët non è solo giuridico, è culturale. È il modo in cui definiamo la credibilità, il modo in cui distribuiamo empatia, il modo in cui decidiamo cosa è accettabile e cosa non lo è. È una responsabilità quotidiana, che si manifesta nelle parole che usiamo, nei dubbi che solleviamo, nelle storie a cui diamo spazio.

E allora la domanda resta aperta, identica e scomoda: cosa deve fare una donna per essere creduta? Finché, anche solo implicitamente, la risposta continuerà a sfiorare l’idea che “doveva morire”, quel futuro evocato nell’arringa di Enrico Poët resterà incompiuto. Non perché sia irraggiungibile, ma perché non è ancora stato scelto fino in fondo.

Se volete approfondire la storia di Lidia Poët (e non solo), vi consigliamo di leggere questi libri:

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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