Che cos’è il featurism?

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In un mondo dove leggi come il DDL Zan vengono affossate da un Senato in festa e in cui il motorsport predilige il denaro al supporto dei diritti umano, bisogna riconoscere l’ennesima forma di discriminazione, ancora da molti sconosciuta: il featurism. Ma che cos’è realmente il featurism?

Quella sottile soglia tra valorizzazione dell’Europa ed eurocentrismo

Prima di informarvi riguardo a che cos’è realmente il featurism, vorrei proporvi una noiosa (ma necessaria) digressione sulla storia dell’uomo europeo e in particolare sulle sue manie di protagonismo (si fa per dire, giusto per utilizzare termini ancora civili), ma l’eurocentrismo non dovrebbe rivelarsi una novità per molti di voi.

Le persone nascevano e morivano non allontanandosi mai dal luogo natio. Almeno fino a quando non si decise di porre le prime basi di una supremazia europea sul mondo.

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Fonte: Skuola.net

Gli Stati europei si erano spartiti i territori appena scoperti grazie ai viaggi di conquista, colonizzandoli e imponendo il loro dominio sulle popolazioni che avevano posto dapprima le loro radici in queste terre inesplorate. I colonizzatori hanno avuto la presunzione di definirle comunità di “selvaggi”, in quanto individui lontani dal potere essere considerati come esseri umani.

Infatti, venivano giudicati come animali, impauriti dalla presenza dominante dei conquistatori e dediti ad usanze vergognose e spietate, e quindi degni di essere sfruttati come schiavi. Alcuni intellettuali e lo stesso Cristoforo Colombo, invece, associavano al bisogno di giustificare i viaggi di colonizzazione, l’ideale di indigeno come primitivo: in quanto uomo ignorante del progresso, spettava agli europei insegnargli le conoscenze necessarie a renderlo un individuo civile, ammettendo implicitamente la supremazia della cultura del continente europeo.

Stiamo parlando di etnocentrismo, ovvero l’inclinazione a ritenere il proprio gruppo di appartenenza superiore a qualsiasi altra popolazione.

Facciamo un po’ di antropologia

Contrario a questa tesi fu il filosofo umanista Michel de Montaigne. Accusò gli europei di peccare di presunzione poiché denigravano il diverso, ritenendo “assolutamente buone” le loro tradizioni e conoscenze.

Montaigne voleva evidenziare il concetto di relatività dei costumi, invitando ad usufruire di quest’ultima per reprimere il giudizio di ciò che differisce dal proprio ordinario, identificato come “barbarie”.

Gli stessi antropologi evoluzionisti basarono le loro ricerche su pregiudizi e stereotipi, mancando, però, di esperienza sul campo: gli evoluzionisti vengono, infatti, riconosciuti come antropologi “da tavolino” in quanto sdegnarono il contatto diretto con i popoli di cui si occupavano.

Edward Burnett Tylor, padre fondatore dell’antropologia evoluzionista, definì la cultura come un insieme complesso di conoscenze, credenze, morale, arte, diritto, costume e qualsiasi altra abitudine acquisita dagli uomini giacché membri di una società. Trattandosi di parti scomponibili, esse possono essere soppesate singolarmente e comparate tra loro, arrivando ad assegnare alle popolazioni così considerate un posto nella scala evolutiva del genere umano.

Questa concezione di esseri inferiori o di primitivi, protratta per secoli nel tempo, inizia ad essere denaturata e smentita con l’avvento dell’antropologia culturale statunitense: le popolazioni indigene erano composte da uomini fonti di straordinarie conoscenze e meritevoli di essere considerati al pari di ogni uomo dal sangue europeo.

Franz Boas, antropologo statunitense, criticò fermamente le teorie avanzate dagli evoluzionisti, sostenendo l’importanza del lavoro sul campo per comprendere la cultura e le pratiche delle popolazioni native nel loro contesto storico e territoriale. Egli mise in discussione la credibilità del metodo comparativo, riconoscendo l’esistenza di una molteplicità di culture potenzialmente diverse tra loro.

La sua influenza si palesò nelle opere della studiosa Margaret Mead, la quale avvalorò l’immagine dell’antropologia come una scienza da cui trarre insegnamenti utili a migliorare i meccanismi sociali e culturali propri della stessa società di provenienza dell’antropologo.

A riprendere l’importanza della necessità di immedesimarsi completamente con il popolo studiato fu Bronislaw Malinowski, fautore del funzionalismo britannico e teorico della “osservazione partecipante”. L’osservazione partecipante, secondo Malinowski, è la corretta metodologia della ricerca antropologica, in quanto consiste nel cercare di prendere parte il più possibile alla vita degli indigeni, prefiggendosi l’obiettivo di cogliere la loro visione del loro stesso mondo e il loro rapporto con la vita.

Montaigne assunse l’atteggiamento più pertinente per studiare le popolazioni che presentano diversità culturali dal proprio popolo d’origine, ma soprattutto il più rispettoso.

Nessuno dovrebbe avere il diritto di ergersi a giudice di ciò che può essere considerato buono o immorale, confrontando due diversi nuclei sociali con un bagaglio storico indiscutibilmente disparato. L’antropologia culturale è la disciplina che si occupa della diversità dei modi di vita e di pensare nelle differenti società umane. Per studiare in modo oggettivo una popolazione, e rendere così valide le proprie ricerche, non è contemplabile l’imposizione della superiorità dei propri costumi.

Che cos’è il featurism?

Il featurism é una forma di discriminazione fondata su canoni estetici che risulta essere indirizzata a persone che presentano tratti o caratteristiche fisionomiche non eurocentriche.

Le origini di questa discriminazione sembrano proprio riconducibili alle grandi espansioni coloniali. In quegli anni, quando gli Stati Uniti d’America era ancora solo tredici colonie inglesi, ma addirittura prima, quando ancora Colombo si vantava della sua conqui-, volevo dire, “scoperta”, veniva considerato normale schernire la fisionomia e i tratti degli abitanti delle colonie, additati come sproporzionati o bizzarri rispetto a quelli caucasici e caucasoidi, ritenuti invece superiori.

Il featurism, però, non è scomparso nel corso del tempo, insidiandosi nelle nostre vite, lasciando che molti ignorassero la realtà della situazione. Vi ricordate lo scabroso sketch di Striscia la Notizia, il quale ritraeva Gerry Scotti e Michelle Hunziker intenti a riprodurre gli occhi a mandorla e a fingere di pronunciare parole della nostra lingua alternando al suono della lettera R la pronuncia della lettera L, in un chiaro tentativo di far ridere il pubblico con un altrettanto chiaro segno di derisione per le persone cinesi e, più nel generale, asiatiche.

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Fonte: TGCom24

Un altro esempio sono gli episodi di discriminazioni attuate verso le persone nero, in riferimento alle loro labbra, ai loro nasi e ai loro fianchi giudicati “grandi”, e quindi ridicolizzati, mentre si feticizzano le persone nere con tratti più eurocentrici.

Tutto questo accade anche in Italia, con episodi che vengono giustificati sempre come commenti satirici e spot sarcastici, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento. Ovviamente, poi, se le persone o la comunità lesa tentano di reagire esprimendosi riguardo a questi incresciosi eventi, le accuse a loro rivolte si ricondurranno tutte all’ incapacità di capire questa presunta ironia.

Il problema principale, però, non riguarda solo l’atto di discriminazione. Riguardo enormemente anche le conseguenze che esso comporta. Il featurism porta le persone a volersi conforme ai canoni estetici imposti da una mentalità eurocentrica. Le persone soggette a questa forma di discriminazione, quindi, si ritrovano ad interiorizzare queste ideologie malsane e a rinnegare le proprie caratteristiche. In alcuni casi, questo fenomeno di interiorizzazione piò comportare la scelta di attuare sul proprio corpo procedure mediche pericolose, come lo sbiancamento della propria pelle (di cui possiamo citare il caso del celebre Michael Jackson), oppure operazioni chirurgiche e sostanze chimiche estremamente dannose.

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Fonte: L’Espresso

Nel 2021 non abbiamo ancora imparato a celebrare la diversità. Mi chiedo quando realmente impareremo a farlo.

Qui sotto trovate allegato l’elaborato di colory.it, principale fonte di questa sezione di articolo.

Autore

  • Giulia, Giu per chiunque. 18 anni. Studentessa e fonte di stress a tempo pieno. Mi diletto nello scrivere di ogni e amo imparare. Instagram: @ xoxgiu

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