Revenge porn, quando anche i media diventano parte del problema: le vittime non sono uno spettacolo
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui una parte dei media italiani sta raccontando i casi dei gruppi in cui vengono condivise immagini e video intimi senza il consenso delle persone coinvolte, l’ormai troppo diffuso fenomeno del revenge porn. Perché mentre si denuncia, giustamente, la crudeltà di chi diffonde materiale privato, si continua a pubblicare il nome completo dei gruppi, a raccontare come trovarli, a descrivere chi vi entra e, talvolta, persino a trasformare il numero degli iscritti in un dettaglio da cronaca. Così, nel tentativo di informare, si finisce per offrire visibilità proprio agli spazi che dovrebbero essere isolati e condannati.
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Il risultato è un paradosso: si parla di tutela delle vittime, ma si forniscono informazioni che possono facilitare l’accesso ai luoghi in cui la loro intimità viene violata. Si condanna la diffusione non consensuale di fotografie e video, ma si contribuisce a diffondere il nome delle comunità in cui quel materiale circola. Si racconta l’orrore, ma si rischia di trasformarlo in un fenomeno da osservare, esplorare e persino cercare. E le persone che hanno già subito una violazione si ritrovano nuovamente esposte, questa volta attraverso il racconto pubblico di ciò che è accaduto loro.
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ToggleNon basta condannare chi condivide: bisogna smettere di alimentare il fenomeno del revenge porn
Partiamo da un punto fondamentale: chi entra in questi gruppi non è necessariamente una vittima inconsapevole del sistema. C’è chi partecipa perché condivide la stessa cultura di disprezzo, chi cerca materiale intimo da consumare, chi commenta, deride, giudica e contribuisce attivamente alla violenza. Chi scarica, conserva e inoltra immagini senza consenso non è uno spettatore neutrale. E chi alimenta le conversazioni, incoraggia gli altri o tratta le persone ritratte come oggetti da valutare partecipa a un meccanismo che può provocare conseguenze devastanti nella vita reale.
Ma c’è anche chi entra per curiosità, magari dopo aver letto una notizia, aver visto il nome di un gruppo pubblicato da una testata o averne sentito parlare sui social. Persone che potrebbero convincersi di non fare nulla di male, perché stanno soltanto guardando, cercando di capire, verificando se ciò che viene raccontato sia vero. È proprio qui che occorre fermarsi: anche la curiosità può diventare parte del problema. Non è necessario condividere un’immagine per contribuire alla sua ulteriore circolazione. Cercare quei gruppi, aumentarne il pubblico, entrare per vedere cosa succede significa alimentare l’attenzione intorno a uno spazio costruito sulla violazione della privacy altrui.

Questo non significa mettere sullo stesso piano ogni comportamento, né ignorare le differenze tra chi produce e diffonde materiale senza consenso e chi vi accede senza comprendere immediatamente la portata delle proprie azioni. Significa, però, riconoscere che la responsabilità non si esaurisce nel momento in cui qualcuno preme il pulsante di condivisione. Esiste anche una responsabilità collettiva nel non alimentare la domanda, nel non trasformare quei contenuti in un fenomeno da esplorare e nel non offrire a questi gruppi nuovi utenti.
Il problema dei media: informare non significa fornire una mappa
Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’informazione. Un giornale ha il dovere di raccontare questi fenomeni, denunciare le responsabilità, spiegare la gravità della diffusione non consensuale di materiale intimo e dare spazio alle persone che chiedono giustizia. Ma informare non significa pubblicare qualsiasi dettaglio disponibile. Non significa riprodurre il nome completo di un gruppo, renderlo facilmente rintracciabile attraverso un motore di ricerca e accompagnare la notizia con informazioni che possono trasformarsi in una vera e propria indicazione per chi vuole entrarci.
Una testata può raccontare l’esistenza di un gruppo, spiegare quali dinamiche si sviluppano al suo interno, descrivere le modalità con cui vengono condivisi i contenuti e approfondire le responsabilità di chi partecipa. Può farlo senza rendere immediatamente identificabile il luogo in cui tutto questo avviene. Può spiegare che esistono migliaia di iscritti senza trasformare quel numero in una pubblicità involontaria. Può denunciare un sistema senza contribuire ad ampliarne il pubblico.
La domanda che ogni redazione dovrebbe porsi prima di pubblicare un dettaglio è semplice: a chi serve questa informazione? Serve alle vittime? Aiuta a comprendere il fenomeno? Contribuisce a individuare i responsabili o a prevenire altre violazioni? Oppure soddisfa soltanto la curiosità di chi legge, offrendo nel frattempo una visibilità ulteriore a chi utilizza quei gruppi?
Il nome completo di una comunità online non è sempre un dettaglio innocuo. In un contesto simile può diventare una parola chiave da cercare, un collegamento da condividere, un invito implicito a entrare. E quando una notizia raggiunge migliaia o milioni di persone, anche un’informazione apparentemente marginale può avere conseguenze concrete. Il giornalismo non dovrebbe limitarsi a chiedersi se un’informazione sia vera e pubblicabile: dovrebbe interrogarsi anche sugli effetti della sua diffusione.
Le vittime non devono essere rispedite nella pancia della balena
C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: quella delle vittime che, dopo aver scoperto che la propria intimità è stata violata, si ritrovano improvvisamente al centro di una vicenda pubblica. Non hanno scelto di diventare un argomento di discussione, non hanno chiesto di vedere la propria vita privata trasformata in un caso mediatico e, soprattutto, non dovrebbero essere costrette a confrontarsi ancora una volta con la possibilità che qualcuno cerchi proprio il gruppo in cui sono state esposte.

I media dovrebbero proteggerle, non buttarle nuovamente nella pancia della balena. Dovrebbero evitare di trasformare il luogo della violenza in un’attrazione, di offrire nuove occasioni per cercare quei contenuti e di alimentare un’attenzione che rischia di ricadere proprio sulle persone coinvolte. Una vittima non dovrebbe scoprire che, mentre qualcuno racconta la sua storia per denunciare un abuso, migliaia di persone hanno ricevuto anche le indicazioni per avvicinarsi allo spazio in cui quell’abuso è avvenuto.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la tutela della privacy non dovrebbe dipendere dalla capacità della vittima di nascondersi. Non può essere sempre chi subisce la violenza a dover cancellare i propri profili, cambiare abitudini, evitare determinati luoghi digitali o preoccuparsi di chi potrebbe riconoscerla. Non può essere la persona esposta senza consenso a dover sostenere anche il peso della propria protezione, mentre chi contribuisce alla diffusione continua a beneficiare dell’attenzione generata dal fenomeno.
Raccontare una storia senza rendere riconoscibile la vittima, omettere i nomi dei gruppi e non riprodurre i contenuti sono scelte editoriali che possono fare la differenza. Non significa nascondere il problema, ma evitare di aggravarlo. La notizia deve restare comprensibile, documentata e accessibile, senza trasformarsi in uno strumento che facilita nuove intrusioni.
Perché proteggiamo così tanto i colpevoli e così poco le vittime?
C’è un’altra contraddizione che emerge spesso nel racconto della cronaca: la prudenza con cui vengono trattati i dati di chi è accusato di un reato e la disinvoltura con cui, in altri casi, si finisce per esporre chi quel reato lo ha subito. Naturalmente, la presunzione di innocenza e le garanzie a tutela delle persone indagate o imputate sono principi fondamentali, che devono essere rispettati. Non si tratta di mettere in discussione queste protezioni, né di chiedere che qualcuno venga esposto pubblicamente prima di un accertamento delle responsabilità.
La questione è un’altra: perché la stessa attenzione alla riservatezza, alla dignità e alle conseguenze della pubblicazione non viene applicata con altrettanta determinazione alle vittime? Perché ci preoccupiamo di non divulgare informazioni che potrebbero danneggiare una persona indagata, ma non sempre ci fermiamo a valutare se il nome di un gruppo, un link o un dettaglio apparentemente secondario possa danneggiare ulteriormente chi è stato esposto senza consenso?
La tutela delle vittime non dovrebbe essere considerata un elemento accessorio del racconto giornalistico, da ricordare soltanto quando si decide di non pubblicare una fotografia o un nome. Dovrebbe essere uno dei criteri fondamentali con cui si costruisce una notizia. E questo vale ancora di più quando si parla di violenza sessuale, diffusione illecita di immagini intime e abusi digitali, fenomeni nei quali la circolazione delle informazioni può riprodurre, anche involontariamente, la violazione originaria.
Il giornalismo può denunciare senza amplificare
Non sto chiedendo ai media di tacere. Al contrario, credo che questi fenomeni debbano essere raccontati, approfonditi e seguiti con attenzione. Bisogna indagare sulle responsabilità, spiegare come funzionano le piattaforme, dare voce alle vittime, raccontare le conseguenze psicologiche e sociali della diffusione non consensuale di materiale intimo e pretendere risposte dalle istituzioni. Ma tutto questo può essere fatto senza pubblicizzare i gruppi, senza indicare dove trovarli e senza trasformare la curiosità del pubblico in un ulteriore problema per chi è già stato danneggiato.
Il giornalismo ha una responsabilità che va oltre la semplice trasmissione di informazioni. Ogni scelta editoriale contribuisce a stabilire cosa merita attenzione, quali dettagli vengono considerati rilevanti e quali comportamenti finiscono per essere normalizzati. Quando si racconta un gruppo di revenge porn, il centro della notizia dovrebbero essere le persone violate, la responsabilità di chi ha condiviso il materiale e le modalità con cui contrastare il fenomeno. Non il nome del gruppo, non la possibilità di entrarci, non il numero di persone che lo frequentano.

Anche chi legge ha una responsabilità. Se incontriamo il nome di uno di questi gruppi in un articolo, non dobbiamo cercarlo. Se qualcuno lo condivide sui social, non dobbiamo rilanciarlo. Se la curiosità ci spinge a voler vedere con i nostri occhi, dobbiamo ricordarci che dietro quei contenuti ci sono persone reali, che non hanno scelto di essere esposte e che potrebbero vivere ogni nuova visualizzazione come un’altra violazione.
Forse dovremmo cominciare proprio da qui: smettere di considerare queste vicende come uno spettacolo da osservare e tornare a riconoscere le persone che ne sono coinvolte. Se solo proteggessimo le vittime con la stessa attenzione con cui ci preoccupiamo di tutelare i diritti di chi è accusato di aver commesso un reato, se solo ci chiedessimo un po’ più spesso quali conseguenze può avere una nostra pubblicazione, una ricerca o una condivisione, forse il mondo comincerebbe davvero a essere un posto migliore.
Perché denunciare una violenza non dovrebbe mai significare offrire a qualcun altro l’occasione di ripeterla. E perché le vittime non hanno bisogno che tutti sappiano dove sono state esposte: hanno bisogno che qualcuno, finalmente, si preoccupi di proteggerle.
Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






