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Nessuno dovrebbe morire per mano dello Stato

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Esiste un principio che dovrebbe unire chiunque creda nello Stato di diritto, indipendentemente dalle proprie idee politiche: nessuno dovrebbe morire durante un fermo di polizia, in una caserma, in carcere o mentre si trova sotto la custodia dello Stato.

Non importa chi sia quella persona. Non importa se sia innocente, sospettata di un reato o persino colpevole. In uno Stato democratico il compito delle forze dell’ordine non è punire né tantomeno giustiziare. Il loro compito è fermare chi rappresenta un pericolo, metterlo in sicurezza e consegnarlo alla magistratura affinché sia un tribunale, e solo un tribunale, a stabilire eventuali responsabilità.

Non siamo nel Far West (capito, Salvini?). Non viviamo in un sistema in cui chi indossa una divisa può decidere chi merita di vivere e chi no. Lo Stato si distingue dalla criminalità proprio perché è sottoposto alla legge e ai suoi limiti. Quando questo principio viene meno, a perdere non è solo la vittima, ma l’intera credibilità delle istituzioni.

Le vittime dello Stato italiano

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Abderrahim Fakir: l’ultimo caso che scuote l’Italia

Screenshot-2026-07-20-alle-09.54.21 Nessuno dovrebbe morire per mano dello Stato

L’ultimo episodio è quello di Abderrahim Fakir, il 43enne morto a Bologna dopo essere stato immobilizzato durante un intervento di polizia.

Le immagini diffuse mostrano l’uomo a terra mentre urla ripetutamente “Aiuto, basta” prima di perdere conoscenza. La Procura ha aperto un’indagine e saranno l’autopsia, le bodycam degli agenti e gli accertamenti a stabilire con precisione cosa sia accaduto e se vi siano responsabilità penali.

Proprio perché la vicenda è ancora sotto inchiesta è giusto evitare sentenze anticipate. Ma è altrettanto giusto ribadire un principio: una persona fermata dalle forze dell’ordine dovrebbe uscire viva da quel fermo. Se ciò non accade, è doveroso pretendere la massima trasparenza.

Leggi di più qui: Abderrahim Fakir ucciso durante un fermo di polizia: il video riapre il dibattito sull’uso della forza

Federico Aldrovandi

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Tra i casi che più hanno segnato l’opinione pubblica italiana c’è quello di Federico Aldrovandi, diciottenne ucciso a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia.

Dopo un lungo iter giudiziario, quattro agenti sono stati condannati in via definitiva per eccesso colposo nell’omicidio colposo. Il caso aprì un enorme dibattito sull’uso della forza durante i fermi e sul rapporto tra cittadini e forze dell’ordine.

La battaglia della madre, Patrizia Moretti, è diventata negli anni un simbolo della richiesta di verità e giustizia.

Stefano Cucchi

Il caso di Stefano Cucchi è probabilmente quello che più ha cambiato il dibattito pubblico italiano.

Arrestato nel 2009, morì una settimana dopo mentre era sotto custodia dello Stato. Per anni la sua famiglia ha combattuto contro depistaggi, silenzi e versioni contrastanti. Solo dopo un lunghissimo processo si è arrivati alla condanna definitiva di due carabinieri per omicidio preterintenzionale.

La vicenda ha mostrato quanto possa essere difficile ottenere verità quando sono coinvolti appartenenti alle istituzioni, ma anche quanto sia fondamentale che lo Stato sia disposto a fare i conti con i propri errori.

Giuseppe Uva

Anche la morte di Giuseppe Uva, avvenuta nel 2008 a Varese dopo essere stato fermato dalle forze dell’ordine e ricoverato in ospedale, ha suscitato enormi polemiche.

Dopo anni di processi, le responsabilità penali contestate agli agenti non sono state accertate in via definitiva. Rimangono però le domande e il dolore di una famiglia che ha chiesto per anni di ricostruire pienamente quanto accaduto durante quelle ore.

Riccardo Magherini

Nel 2014 Riccardo Magherini fu ucciso a Firenze durante un intervento dei carabinieri.

Anche in questo caso il processo portò a condanne definitive per omicidio colposo nei confronti di alcuni militari, riconoscendo errori nelle modalità con cui l’uomo era stato immobilizzato durante il fermo.

Il caso contribuì ad accendere l’attenzione sulle tecniche di contenimento fisico e sui rischi legati all’asfissia da immobilizzazione.

Stefano Brunetti

Nel 2008 Stefano Brunetti morì pochi giorni dopo essere stato arrestato.

La famiglia ha sempre sostenuto che le lesioni riscontrate sul suo corpo fossero incompatibili con la versione ufficiale. La vicenda ha attraversato anni di procedimenti giudiziari e continua a essere ricordata tra i casi più controversi riguardanti persone morte mentre erano sotto la custodia dello Stato.

Aldo Bianzino

aldo-bianzino-1024x576 Nessuno dovrebbe morire per mano dello Stato

Anche la morte di Aldo Bianzino, avvenuta nel carcere di Perugia nel 2007 poche ore dopo il suo ingresso, ha lasciato molte domande aperte.

Le cause del decesso sono state oggetto di numerose contestazioni da parte della famiglia, che ha sempre sostenuto la necessità di ulteriori approfondimenti sulle circostanze della morte.

Anche se non sono emerse responsabilità penali definitive nei confronti degli operatori coinvolti, il caso continua a essere citato ogni volta che si discute della tutela dei diritti delle persone private della libertà.

Leggi di più qui: Aldo Bianzino: la storia di una morte in carcere senza una verità condivisa

Difendere lo Stato significa pretendere che rispetti le sue regole

Spesso chi chiede verità in questi casi viene accusato di essere “contro la polizia”. È una falsa contrapposizione. Pretendere che le forze dell’ordine rispettino rigorosamente la legge significa difendere la loro funzione democratica, non attaccarla. Una polizia che opera nella legalità è più forte, più credibile e più rispettata di una polizia che non accetta controlli. Lo Stato non perde autorevolezza quando indaga sui propri errori. La perde quando li nasconde.

C’è poi una contraddizione che colpisce sempre più spesso nel dibattito pubblico. Molte delle persone che sostengono senza esitazioni ogni uso della forza da parte delle forze dell’ordine, o che arrivano a invocare la pena di morte, sono spesso le stesse che si dichiarano assolutamente contrarie all’aborto in nome della difesa della vita.

È una contraddizione evidente: se il principio è che la vita umana è sacra, allora dovrebbe esserlo sempre. Non può diventare improvvisamente sacrificabile quando chi muore è un detenuto, un sospettato o una persona fermata dalla polizia.

Difendere la vita non dovrebbe dipendere dalla simpatia che proviamo per una persona o dal giudizio morale sulle sue azioni. Altrimenti non stiamo difendendo un principio universale: stiamo semplicemente decidendo quali vite meritano di essere protette e quali no. Ed è proprio questo che uno Stato di diritto dovrebbe rifiutare. Perché la giustizia non consiste nello scegliere chi può morire. Consiste nel garantire che nessuno venga privato della vita senza un processo e senza il rispetto della legge.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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