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Precariato in Europa: l’Italia resta tra i Paesi con più lavoratori a termine e part-time involontario

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Il precariato in Italia è grave: avere un lavoro non significa necessariamente avere stabilità. È questa una delle fotografie più preoccupanti emerse dagli ultimi dati europei sul mercato del lavoro. Secondo le analisi di Eurofound, circa un lavoratore su undici nell’Unione Europea si trova in una condizione definita INE (Involuntary Non-Standard Employment), ovvero occupazione non standard involontaria. Si tratta di persone che lavorano con contratti a termine, part-time non scelti o forme di impiego precarie, non perché lo desiderino, ma perché non riescono a trovare un’alternativa stabile.

In questo scenario, l’Italia continua a occupare una delle posizioni meno rassicuranti del continente, insieme a Paesi come Spagna, Grecia e Francia. Una situazione che coinvolge soprattutto giovani, donne e lavoratori con livelli di istruzione più bassi, ma che ormai interessa fasce sempre più ampie della popolazione.

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Quando si parla di lavoro precario si tende spesso a pensare soltanto ai contratti a tempo determinato. In realtà il fenomeno è molto più ampio. Eurofound considera in condizione di INE tutti quei lavoratori che accettano impieghi part-time, temporanei o nella gig economy pur desiderando un lavoro stabile e a tempo pieno. Il problema non è quindi la natura del contratto in sé, ma il fatto che queste formule non rappresentino una scelta. Molti lavoratori passano da un impiego all’altro senza riuscire a costruire un percorso professionale duraturo, rimanendo intrappolati in una sorta di precarietà permanente.

Secondo gli esperti, i numeri potrebbero essere persino sottostimati. Molte persone, infatti, finiscono per accettare questa situazione come inevitabile e non vengono intercettate dalle statistiche ufficiali.

L’Italia tra i Paesi più colpiti

L’Italia rappresenta uno dei casi più problematici dell’Europa occidentale. Da anni il mercato del lavoro italiano mostra un forte squilibrio tra occupazione stabile e lavoro precario, con una particolare incidenza tra gli under 35. Nel nostro Paese milioni di lavoratori sono impiegati con contratti a termine. Secondo i dati più recenti, oltre il 15% dei dipendenti italiani ha un contratto temporaneo, una quota che aumenta sensibilmente tra i giovani. Nella fascia tra i 15 e i 34 anni il lavoro a tempo determinato rappresenta spesso la norma piuttosto che l’eccezione.

Ancora più significativo è il fenomeno del part-time involontario. L’Italia è infatti tra i Paesi europei con la più alta percentuale di lavoratori che svolgono un’attività part-time pur desiderando un impiego a tempo pieno. Questo riguarda soprattutto le donne, che spesso si trovano costrette ad accettare orari ridotti non per esigenze personali, ma per mancanza di opportunità alternative. La conseguenza è evidente: stipendi più bassi, minori contributi pensionistici, difficoltà ad accedere a mutui o finanziamenti e una crescente incertezza sul futuro.

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Tra le categorie maggiormente colpite figurano i giovani lavoratori. Per molti ragazzi l’ingresso nel mondo del lavoro coincide con una lunga serie di contratti brevi, stage, collaborazioni occasionali e impieghi part-time. Questa instabilità rende difficile pianificare il futuro. Acquistare una casa, formare una famiglia o semplicemente trasferirsi in un’altra città diventano scelte sempre più complicate quando il proprio reddito dipende da contratti che possono terminare nel giro di pochi mesi.

Non sorprende quindi che l’Italia continui a registrare uno dei tassi più elevati di giovani che vivono ancora con i genitori rispetto alla media europea. Dietro questa realtà non c’è soltanto una questione culturale, ma anche una forte componente economica. La precarietà non produce effetti soltanto sul portafoglio. Numerose ricerche hanno evidenziato come l’incertezza lavorativa possa influire negativamente sul benessere psicologico.

Vivere senza sapere se il proprio contratto verrà rinnovato, dover cercare continuamente nuove opportunità o non riuscire a raggiungere l’indipendenza economica genera stress, ansia e senso di frustrazione. Per molti lavoratori il problema non è tanto il lavoro in sé, quanto l’impossibilità di immaginare un futuro stabile.

L’Europa cerca soluzioni, ma il problema resta aperto

precariato Precariato in Europa: l’Italia resta tra i Paesi con più lavoratori a termine e part-time involontario

Alcuni Paesi europei stanno cercando di ridurre il ricorso ai contratti temporanei attraverso nuove normative e incentivi all’assunzione stabile. In altri casi, invece, il part-time è diventato una scelta sempre più diffusa e socialmente accettata, purché sia volontario e accompagnato da adeguate tutele.

L’Italia continua però a fare i conti con un mercato del lavoro caratterizzato da una forte segmentazione. Da una parte chi possiede un contratto stabile e gode di maggiori garanzie; dall’altra una generazione di lavoratori che vive in una condizione di continua incertezza.

Il vero nodo non è soltanto creare nuovi posti di lavoro, ma garantire che quei posti siano sufficientemente stabili da permettere alle persone di costruire un progetto di vita. Perché un’occupazione che non offre sicurezza rischia di trasformarsi in una trappola dalla quale è sempre più difficile uscire.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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