Zero waste: una chiacchierata

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Siamo agli inizi di un nuovo anno e forse sarebbe il momento di iniziare a prendere in considerazione, tra la lista dei nostri buoni propositi per questo 2021 uno stile di vita più attento a certe problematiche ambientali, più sostenibile ed etico nei confronti del pianeta. In poche parole, zero waste.

Da qualche anno si sente molto spesso parlare di iniziative sempre più sostenibili (sia da parte delle aziende che dei singoli individui), stili di vita green e in generale di un’attenzione particolare all’ambiente. Non ci sono dubbi che il nostro pianeta stia soffrendo e per questo molte persone si attivano ogni giorno per portare avanti un cambiamento.

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Fonte: pexels

Zero waste: l’intervista

Doina è una di queste persone. Una ragazza che, con il suo canale Youtube (dove è conosciuta col nome maplepolyglot) e sui suoi social, ogni giorno mostra cosa e come fare per vivere una vita che abbia il minor impatto possibile sul pianeta. Una massima che ha accolto è quella dello zero waste.

L’abbiamo contattata e le abbiamo rivolto qualche domanda.

  • Partiamo dall’inizio. Come descriveresti lo zero waste ad una persona che non ne ha mai sentito parlare? E perché dovrebbe iniziare a prenderlo in considerazione?

Descriverei lo zero waste per quello che è ovvero cercare di avere uno stile di vita più sostenibile in ogni suo aspetto. Sarebbe da prenderlo in considerazione perché abbiamo un unico pianeta che condividiamo tutti e cercare di proteggerlo dovrebbe essere una delle preoccupazioni maggiori di chiunque.

Ovviamente sappiamo bene che lottare con i grandi colossi sembra impossibile ma fare dei cambiamenti della propria vita quotidiana non è un traguardo impossibile. Certamente, il background di ognuno è diverso quindi non tutti i cambiamenti saranno possibili per tutti, ma quelli che possono esserlo potrebbero essere fatti senza perdere nulla, anzi!

  • Ritieni che zero waste e vegetarianismo/veganismo siano concetti che devono coincidere, o si possono applicare autonomamente?

Personalmente si. Gli allevamenti intensivi sono una delle maggiori cause del cambiamento climatico e se si vuole sensibilizzare sull’argomento sostenibilità questo non può essere tralasciato. Non credo che per parlare di sostenibilità si debba per forza essere vegani o vegetariani ma essere consapevoli si. Non stiamo solo parlando di cambiamento climatico ma anche delle terribili condizioni in cui degli esseri viventi si trovano.

  • Uno dei motivi più ricorrenti – quasi un luogo comune – quando si parla di stili di vita green o comunque più sensibili al problema ambientale è che condurli sia molto dispendioso. Sei d’accordo, oppure lo zero waste è a prova di portafoglio?

Non sono assolutamente d’accordo. Parliamo di veganismo. Molti pensano che mangiare vegano costi una follia probabilmente perché nella loro mente si pensa solo agli avocado e a piatti super elaborati quando in realtà ci sfondiamo di legumi e verdura che costano molto meno dei prodotti animali.

Per quanto riguarda altri aspetti uno può pensare di aver bisogno di chissà che cosa per essere zero waste ma non è cosi. Essere zero waste significa entrare in una mentalità diversa in cui si prende coscienza del nostro spreco personale e di cosa si possa fare per cambiare ciò. Ovviamente ci potrebbe essere un investimento iniziale su certi oggetti vedi bottiglia, coppetta o il rasoio (sono solo esempi), ma questi oggetti sono praticamente a vita e con il tempo il risparmio si noterà.

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Fonte: pexels
  • Perché la fast fashion è molto criticata? Pensi ci sia una sorta di pregiudizio nei confronti della questione degli abiti usati?

La fast fashion è nella top 3 degli inquinatori supremi dunque anche questo settore ha una grossa colpa del cambiamento climatico. Oltre al fattore ambientale un altro enorme problema sono le condizioni dei lavoratori che sono sottopagati, obbligati a lavorare orari da sfinimento per una misera paga.

Ecco anche perché possiamo permetterci di comprare una maglietta a 10-15 euro quando il vero costo è molto più alto di cosi. Non parliamo poi dei materiali tremendi usati e dunque i prodotti non sono fatti per durare. Il pregiudizio verso l’usato esiste e trovo che, rispetto al Canada, in Italia è molto più presente.

Questo pregiudizio pensa venga semplicemente dal fatto che si pensa che l’usato sia qualcosa di sporco e che si trovino solo cose “da nonna” (ahaha). Cerco sempre di far vedere ciò che compro anche per smentire questa opinione.

  • E per i cosmetici? Quando si è davvero sicuri che il nostro brand di fiducia sia davvero sostenibile? Come fare per accorgersene?

Sui cosmetici ci sarebbe da aprire anche la parentesi cruelty free.

In Europa è vero che non possono essere venduti prodotti testati sugli animali, ma ciò non significa che ogni brand venduto in Europa sia cruelty free. Purtroppo molti brand, che vendono in Cina, diranno che loro non testano ma se viene loro chiesto lo faranno. Tutto ciò per fare più soldi ovviamente.

Detto ciò, solo perché un brand è cruelty free non significa sia sostenibile sia chiaro. Quello che cerco sempre di fare è cercare prodotti cruelty free e vegan, dopo cercare di far caso anche ai packaging e alla produzione. Un brand sostenibile cercherà sempre di farlo sapere (attenzione al greenwashing però) e molti di loro si impegneranno nel dare più informazioni possibili. Molti brand fanno anche parte dell’1% for the planet ovvero donano l’1% del loro ricavato a cause ambientali. Anche qui, attenzione, molti brand che fanno greenwashing ne fanno parte pur di fingersi angioletti.

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Fonte: freepik
  • Parliamo di cibo. Quali sono, secondo te, delle valide proposte culinarie per restare fedeli allo zero waste?

Avere un’alimentazione vegana o vegetale per quanto possibile. Non serve essere vegani, ripeto, però essere coscienti che i prodotti animali non fanno bene né agli animali, né al pianeta e spesso nemmeno a noi.

Anche solo diminuirne il consumo di questi prodotti potrebbe essere di grande aiuto.

  • Un concetto molto ricorrente è quello del greenwashing. Puoi spiegarci cos’è e perché dovremmo evitarlo?

Il greenwashing è una pratica di marketing finalizzata a costruire un’immagine ingannevole del loro impatto ambientale. Negli ultimi anni siccome si parla sempre di più di sostenibilità, molte aziende cercano di cavalcare questa ondata per fare più soldi.

La collezione conscious di H&M vi dice qualcosa? Greenwashing perché basta pensare che stiamo parlando di un colosso della fast fashion, improvvisamente si preoccupa del nostro pianeta? Un altro esempio è lo shampoo solido della Garnier. Garnier, brand non cruelty free, che produce prodotti con ingredienti che di green non hanno niente decidono di essere più consapevoli? Però con un prodotto solo? Non funziona cosi.

Fate attenzione a quei brand che usano (fin troppo) termini come green, sostenibilità, bio, etc.. non sempre lo sono. Consultare il sito web dei prodotti è un primo passo e approfondire dopo sarebbe il passo seguente.

  • Questione social. E’ indubbio che questi argomenti siano molto comuni sui social, molte persone magari si avvicinano a queste tematiche proprio perché leggono post al riguardo o perché guardano video che ogni giorno suggeriscono cosa e come fare. Secondo te è un fattore positivo in generale, o hai notato qualche distorsione? C’è un generale livello di attendibilità o è meglio consultare anche altre fonti?

È assolutamente positivo sensibilizzare sui social ed è anche positivo ricevere dei feedback dalle persone che ti seguono, ma sono dell’idea che bisogna anche approfondire da soli argomenti che stanno a cuore per fare le proprie scelte. Anche qui, bisogna stare attenti a chi si segue. Molti influencer fanno la loro bella dose di greenwashing.

  • Infine, puoi darci qualche massima, qualcosa che tutti noi possiamo iniziare a fare per mettere in atto, nel nostro piccolo, dei cambiamenti?

Non smetterò mai di dirlo ma l’alimentazione è il fattore con l’impatto maggiore. Se si può e si vuole cercare di passare a un’alimentazione plant based aiuterebbe molto più di ogni altra cosa. Un’altra cosa sarebbe cercare di ridurre il proprio consumo del monouso. Quello che avevo fatto io è stato cercare di scoprire in quale stanza della casa facevo più spreco e quindi agire di conseguenza.

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