Uno studente si ammazza, e i giornali che fino a ieri parlavano di studenti prodigio, danno la notizia con la solita freddezza

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Il momento più triste del mese è quando uno studente si ammazza e io sono costretta dalla mia coscienza a scrivere ancora una volta di quanto la società sia tossica nei confronti degli universitari e degli studenti in generale, che piuttosto che fallire preferiscono morire.

Ma devo scriverne, devo farlo per dare voce a tutti gli studenti che non sono considerati delle eccellenze dai soliti quotidiani che un giorno parlano della laurea record o di una laurea particolare, e poi quello dopo parlano di un ragazzo che si suicida perché non riesce più a reggere il peso del fallimento, il peso di non essere in tempo con il tempo stabilito da qualcun altro. Oggi i giornali piangono Riccardo Faggin, ma fra due giorni riprenderanno con la narrazione tossica.

Bologna: ennesimo studente universitario suicidato, il sistema universitario e il giornalismo sono colpevoli

Personalmente mi sono quasi stancata, perché ogni qualvolta uno studente sceglie la morte piuttosto che la verità, ogni volta che uno studente inventa una presunta laurea che poi in realtà diviene la sua certa data di morte, troviamo quei terribili articoli in cui si racconta freddamente la vicenda, senza dare la minima colpa a se stessi, alla narrazione tossica dell’università vista come non un modo per istruirsi, bensì un “prima finisci, più sei migliore degli altri“, vista quindi come una gara. Ma di chi è la colpa? Chi è che fa pensare agli studenti di essere un fallimento?

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I genitori? I coetanei? I colleghi? I giornalisti? Lo stesso ministro dell’istruzione che parla di merito e umiliazioni? Forse la colpa è un po’ di tutti, ma ha senso parlare di colpa se non si fa nulla per cambiare? Bisognerebbe semplicemente ricordare di avere accanto altri esseri umani, diversi da noi. Ogni volta piangiamo, ci arrabbiamo, ci indigniamo, poi però scendiamo in piazza a manifestare per chiedere che la nostra salute mentale venga riconosciuta, e troviamo commenti come “per migliorare la salute mentale serve la topa” (tratto da una storia vera). E quando facciamo qualcosa per migliorare?

Quanti altri devono ancora morire prima che in Italia i suicidi universitari vengano presi in considerazione da politica, giornali e anche boomer? Perché dobbiamo minimizzare il tutto a un “i ragazzi di oggi sono deboli“? Non può essere che, semplicemente, l’università italiana non sproni i propri studenti a dare il meglio di sé? Non può essere che ci siano dei docenti che hanno perso la passione per il proprio mestiere e sfoghino la propria frustrazione nei confronti di studenti che studiano mesi e mesi per un esame per poi venir bocciati perché l’insegnante ha deciso che è troppo tardi e vuole tornare a casa?

La storia di Stefano Faggin è l’ennesima storia di un suicidio di uno studente universitario nel presunto giorno di laurea, e ora ne stanno parlando tutti. Domani, massimo tre giorni, si riprenderà a parlare del prodigio del momento, raccontando come sia migliore di tutti gli altri, di come sia riuscito a laurearsi prima degli altri e di come adesso lo aspetti un futuro radioso. E intanto nessuno parla delle ingiustizie in università, del costo dei mezzi e degli affitti, del lavoro spesso in nero e sottopagato che sono costretti a fare degli studenti solo per pagarsi gli studi, del futuro che è incerto e di come ancora non sappiamo cosa diamine siano questi 60 CFU per l’insegnamento.

La storia dell’ennesimo studente suicidato: Riccardo Faggin è un’altra vittima del sistema

I coniugi Faggin, Stefano Faggin e Luisa Cesaron, hanno concesso delle interviste a La Repubblica e a Il Corriere. Entrambi parlano di come fosse tutto pronto per il grande giorno del figlio, che aveva avuto difficoltà in particolare durante la pandemia. Il ragazzo studiava scienze infermieristiche, e il padre lo descrive come un «bravo ragazzo, educato e molto sensibile. Si impegnava nel volontariato, aveva fatto l’animatore dei bimbi in parrocchia e aiutava a organizzare la sagra del paese. Quando sapeva di poter essere utile a qualcuno gli si illuminavano gli occhi: per questo aveva scelto di fare l’infermiere. Gli piaceva la montagna e quindi il suo sogno era di diventare un paramedico del soccorso alpino».

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Ma qualcosa non andava nella sua vita: aveva scelto la sua passione, aveva capito chi volesse essere, quale fosse la sua strada. Ma era stato bloccato a lungo su un esame (o forse più di uno, a dirla tutta ci sono notizie discordanti sui vari articoli a riguardo: c’è chi dice che avesse finito e gli mancasse solo la tesi, e chi invece dice che gli mancavano un bel po’ di esami). Una prima bocciatura, una seconda bocciatura,… Riccardo ha dovuto passare quello che tanti studenti sono costretti a vivere: il fallimento di un esame più e più volte, nonostante il tanto studio.

Ancora non si sa cosa sia successo esattamente quella notte: «intorno alle 22 ci ha detto che sarebbe andato con gli amici in un locale di Montegrotto per distrarsi, perché era un po’ teso per la laurea dell’indomani. In realtà abbiamo scoperto che il bar a quell’ora era già chiuso da un pezzo. Era una piccola bugia». Aggiunge poi che «Riccardo è entrato in crisi con il lockdown, che ha coinciso con la decisione di cambiare cerchia di amici. Gli mancava un esame: Filosofia del Nursering. È stato bocciato una prima volta, poi una seconda… Era come bloccato. Poi a primavera ci ha detto che era riuscito a superarlo e che finalmente poteva concentrarsi sulla tesi».

Stefano Faggin aggiunge che non dà colpe a suo figlio, quanto a se stesso:

«Mi rimprovero di non aver saputo leggere i segnali, di non avergli insegnato a essere più forte, almeno ad avere quella forza che serve per chiedere aiuto. Provo vergogna come genitore, e non faccio che ripetermi che vorrei essere un po’ più stupido per non ritrovarmi a riflettere sui miei sbagli, a ragionare sul fatto che forse avrei potuto incidere di più sulle sue scelte. Perché Riccardo si è sentito in trappola e io, in questi 26 anni, non sono riuscito a trasmettergli la consapevolezza che, in realtà, non era solo, che mamma e papà potevano comprenderlo e sostenerlo nell’affrontare le difficoltà che la vita gli avrebbe messo davanti, fallimenti compresi».

La madre, invece, dice che non sono stati poi così rose e fiori con Riccardo: errore che spesso fanno tanti genitori perché credono di far del bene al proprio figlio, non comprendendo tutte le pressioni che ogni universitario ha addosso (sia chiaro che non diamo colpe ai genitori, gli unici colpevoli della morte degli studenti sono i giornali con la narrazione tossica e una società che ci preferisce morti piuttosto che non meritevoli ai loro occhi). «Gli dicevamo: muoviti. Gli ricordavamo che se non aveva niente da fare sarebbe dovuto andare a lavorare», dice Luisa Cesaron.

La donna confessa che forse hanno aggredito un po’ troppo il figlio, e per questo lancia due appelli: uno agli studenti e uno ai loro genitori. Agli studenti dice di confrontarsi con i genitori, «per qualsiasi cosa, per una piccola bugia, parlatene. Tirate fuori ciò che avete dentro, altrimenti si creano muri impossibili da scavalcare». Ai genitori dice di provare a comprendere i figli e «di cercare di captare segnali, anche dalle piccole cose. Adesso penso e ripenso a qualche particolare, a cui non davamo peso. Ci sembrava che Riccardo avesse soltanto qualche giornata strana, magari solo le scatole girate. Invece aveva indossato una maschera. E noi non ce ne siamo mai accorti».

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Riccardo Faggin era un ragazzo che, finite le superiori, si è trovato solo: ha iniziato il percorso universitario e non è riuscito a trovare amici, come succede a tantissimi di noi. Sentiva sicuramente addosso tutte le pressioni non solo da parte dei genitori, ma soprattutto da parte della società. Riccardo Faggin pensava che il fallimento non fosse accettato in questa società, e ha ragione, purtroppo. Tuttavia, ragazzi, voi siete abbastanza. Non siete quel voto, non siete quell’esame. Non siete voi sbagliati, ma lo è la società.

Se siete in difficoltà, rivolgetevi a un professionista. Ci sono diversi sportelli gratuiti, online e non, e anche delle associazioni che si occupano di sportelli psicologici e universitari (una di queste è Univox). Se siete in difficoltà, chiedete aiuto non per i vostri genitori, non per la laurea, non per la società, non per l’articolo sul giornale: fatelo per voi stessi e per il vostro futuro, fatelo per chi vive le vostre stesse cose. Perché non siete i soli, perché non siete soli.

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