Il 42,6% delle mamme fra i 25 e i 54 anni non lavora: fra gender gap e contratti part-time

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Ci dicono di procreare, di avere dei figli, di creare una famiglia e di farlo quanto prima, vogliono eliminare l’aborto per prendere loro decisioni sul nostro corpo e sulla nostra vita, ma, con il loro stipendio da ricchi assenteisti, non si rendono conto che non c’è lavoro, che non possiamo avere dei figli perché non possiamo permettercelo, perché viviamo in crisi e siamo disoccupate. E la testimonianza sono i dati di diversi sondaggi secondo cui non solo esiste un gender gap, ma che quasi la metà delle madri in Italia non ha un lavoro.

Parliamo del gender gap, che molto spesso porta le donne a dover abbandonare del tutto un lavoro in quanto guadagnano troppo poco: come viene giustificato? Le donne vanno più spesso in bagno, le donne si assentano di più per le mestruazioni, le donne restano incinta, le donne si prendono cura dei bambini (già, perché un padre non può restare a casa se un figlio si ammala). Queste sono solo alcune delle cose affermante da alcuni uomini che sostengono che è giusto che ci sia il gender pay gap. In Italia, però, lo scorso ottobre è stato approvato un testo per eliminarlo.

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Fonte: Pinterest

«Con il via libera definitivo di oggi al Senato, giunto all’unanimità, alla legge sulla parità salariale il nostro Paese compie un passo di fondamentale importanza verso il completo superamento delle disuguaglianze di genere, l’aumento dell’occupazione femminile, l’assunzione del principio di condivisione tra donne e uomini delle opportunità e delle responsabilità sul lavoro e in famiglia», hanno detto le relatrici della legge alla Camera e al Senato Chiara Gribaudo e Valeria Fedeli.

Ma resta sempre il fatto che spesso le donne siano discriminate e molestate sul lavoro (Molestie sul lavoro: vittima una donna su due in Italia) e questo le porta a dover abbandonare il lavoro e a non trovarne più uno. Sono in pochi i datori che vogliono una madre, per gli stessi motivi espressi prima. Spesso sono addirittura le donne a non volere le donne, come la storia di Elisabetta Franchi, che nella sua aziende vuole solo donne “-anta”, che hanno già avuto figli e non rischiano di restare incinta ancora. Ma la situazione è più grave di quel che sembra.

Essere madri in Italia: i dati sulla disoccupazione e sul gender gap

Solo il 57,3% delle donne con figli hanno anche un lavoro, quindi quasi la metà delle madri italiane è disoccupata, chissà se per scelta o semplicemente perché non trovano un lavoro. Le madri «devono spesso rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari (il 42,6% delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli, risulta non occupata), con un divario rispetto ai loro compagni di più di 30 punti percentuali», leggiamo nel comunicato dei dati diffusi lo scorso maggio da Save the Children per il rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia“.

Delle donne con un lavoro, il 39,2% delle donne con 2 o più figli minorenni ha un part-time, e solo «poco più di 1 contratto a tempo indeterminato su 10 tra quelli attivati nel primo semestre 2021, è a favore delle donne. Nel solo 2020 sono state più di 30mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni, spesso per motivi familiari anche perché non supportate da servizi sul territorio, carenti o troppo costosi, come gli asili nido». Ovviamente questo è un quadro molto critico, in particolare considerando anche il gender gap (che non è una questione solo italiana).

«Il reddito mensile lordo medio stimato per i ragazzi nell’anno del diploma ammontava a 557 euro, mentre per le ragazze a 415. Nell’anno successivo, in cui i lavori cominciano ad essere più stabili, sale a 921 euro per gli uomini, mentre per le donne è di soli 716 euro. Alle soglie dei 30 anni, gli uomini mostrano una traiettoria salariale ancora in crescita; quella femminile, per contro, si appiattisce. Facilmente comprensibile come il reddito della donna all’interno di una famiglia – essendo il più basso – sia sacrificabile, generando un circolo vizioso che favorisce l’esclusione femminile dal mercato del lavoro».

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Fonte: Pinterest

In più, leggiamo che «secondo il Rapporto “Le Equilibriste”, il 42,6% delle donne con figli nella fascia d’età 25-54, infatti, risulta non occupata, con uno divario rispetto agli uomini di più di 30 punti percentuali. Il dato cambia notevolmente a seconda delle aree del Paese, arrivando a sfiorare il picco del 62,6% nel Mezzogiorno, seguito dal 35,8% al Centro e da un 29,8% al Nord. Inoltre, mentre il tasso di occupazione dei padri tende a crescere all’aumentare del numero di figli minorenni presenti nel nucleo, per contro, quello delle madri tende a diminuire. A fronte del 61% di madri con un figlio minorenne occupate (tre donne su 5), gli uomini nella stessa condizione che hanno un lavoro sono l’88,6%».

Antonella Inverno, Responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children commenta i dati dicendo che «la crisi da Covid-19 è stata un acceleratore di disuguaglianze sociali, economiche, educative. In Italia le donne, e le mamme in particolare, hanno pagato un prezzo altissimo. La recessione conseguente alla pandemia è stata giustamente definita una “shecession”, i dati ci dimostrano che è ancor di più una “momcession”. Anche la ripresa dell’occupazione del 2021 è connotata in larga parte dalla precarietà delle donne e delle mamme nel mondo del lavoro».

Molto interessanti sono le parole di Joeli Brearley, fondatrice di Pregnant Then Screwed e che ha postato un The Motherhood Penalty, sottotitolato: «come evitare che la maternità sia il bacio della morte per la tua carriera»: «Immagina di essere licenziata improvvisamente dal tuo lavoro. Dopo aver passato anni a costruire la tua carriera, tutto è stato portato via in un solo momento. Come mai? Perché hai detto al tuo capo che sei incinta».

«Ci sono ancora centinaia di migliaia di donne che sono state tolte dai loro posti di lavoro perché hanno avuto figli. Culturalmente, le cose sono cambiate parecchio. Quando è successo a me non sapevo nemmeno che la gravidanza e la maternità fossero discriminate. Ma penso che ora le persone siano molto più consapevoli che si tratta di questo, di discriminazione. Le donne sono molto più consce dei sacrifici che fanno quando hanno un figlio e hanno anche la consapevolezza di quanto sia costosa l’assistenza all’infanzia. Penso che alcuni datori di lavoro siano diventati molto più consapevoli del fatto che devono fare in modo che il loro posto di lavoro possa andare incontro alle esigenze delle e si stanno impegnando per farlo».

Concludiamo con dei dati della società di consulenza finanziaria Blacktower che  ha analizzato 29 Paesi in tutta Europa, compresa l’Italia, per scoprire dove le donne sono più o meno colpite dal gender gap. L’Italia è al sesto posto, con un gender pay gap al 4,2% ma un costo della vita molto più elevato. Gli analisti commentano: «Tuttavia, con un tasso di disoccupazione dell’8.1% secondo i più recenti dati Istat e un 42,6% di mamme tra i 25 e i 54 anni non occupate, l’Italia dimostra di avere ancora molta strada da fare per arrivare alla parità di genere».

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