Giornata degli insegnanti: ma la strada è ancora lunga

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Non ho intenzione di parlare degli insegnanti, tantomeno del sistema scolastico italiano, di quello che non va, di quello che andrebbe migliorato. Ne ho parlato così tante volte da farmi venire la nausea al solo sentir pronunciare didattica, e immaginate quanto sia tragica, considerando che ho due esami di didattica nel mio piano di studi. Tuttavia, voglio ancora una volta fare quella polemica su come sia complesso diventare docenti in Italia, come se poi per tutti gli altri mestieri sia semplice. La verità è che l’Italia non è un paese per il futuro, non fanno niente per farci restare, non fanno niente per aiutarci concretamente.

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Fonte: FreePik

Hanno ragione i Pinguini Tattici Nucleari quando cantano “Italia Italia che chi resta sogna di partire e chi se ne va sogna di farvi ritorno“. Perché? Perché oggi celebriamo la giornata degli insegnanti e io che studio per diventare una docente penso solo a quanto vorrei andarmene, perché davvero la situazione è più complessa anno dopo anno. Se prima bastava un diploma magistrale, poi una laurea triennale, poi una magistrale, poi 24 CFU, ora ne servono 60 e poi l’anno in prova e poi il concorso e chissà a che età riesci a trovare il posto fisso.

Se quindi da una parte chi è qui sogna di partire a causa della crisi, del lavoro e anche della cultura e dell’istruzione che vengono costantemente messe in secondo piano, dall’altra chi se ne va sogna di tornare. Perché? Oh santo cielo, non di certo per l’università, il lavoro o la burocrazia. Direi di più perché viviamo in un paese splendido, con il mare, le montagne, una natura meravigliosa che purtroppo maltrattiamo costantemente. Ma non è il caso di aprire anche questa polemica, non credete? Oggi è il giorno degli insegnanti, quindi parliamo di loro.

Per chi non lo sapesse, la giornata è stata istituita nel 1994 e da quell’anno si ripete ogni anno il 5 ottobre, commemorando le organizzazioni di insegnanti in tutto il mondo. Il suo obiettivo è quello di mobilitare il sostegno agli insegnanti e di garantire che i bisogni delle future generazioni continuino ad essere soddisfatte dai docenti. I temi sono diversi ogni anno, e quest’anno quello scelto è la trasformazione dell’istruzione inizia con gli insegnanti. E d’altronde, è proprio così.

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Cosa significa trasformare gli insegnanti?

Per avere una classe di studenti capace di cambiare il futuro, bisogna aggiornare gli insegnanti. No, di certo non come se fossero degli androidi o, per farla più semplice, delle applicazioni sui nostri smartphone. Per riuscire a istruire degli studenti acculturati, serve non togliere tutta la voglia di insegnare, imparare e lavorare ai futuri docenti, quando sono ancora studenti. Quindi, dobbiamo partire con il rivoluzionare il modo di essere insegnanti. In che modo? Smettetela di torturarci quando siamo all’università, non è difficile, vero?

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Fonte: FreePik

Usciamo da cinque anni di superiori in cui molti docenti hanno deciso che valiamo un voto e che lo valiamo per tutti e cinque gli anni, anche se in tutti e quei cinque anni siamo cambiati, maturati e abbiamo iniziato a studiare (N.B., non tutti i docenti sono così, sto generalizzando), e quindi andiamo all’università dove in quei tre anni gli insegnanti se ne fregano completamente di noi e dopo aver buttato sangue e sudore per un esame, loro non ci ascoltano ma pensano a giocare a snake (per dirne una).

In qualche modo (andando in Erasmus?) riusciamo a laurearci, a mettere sulla testa per metà giornata quella corona d’alloro che però non implica la fine degli studi in particolare se scegli una facoltà umanistica, sentirci importanti, realizzati, per poi dover iniziare nuovamente a studiare per la magistrale. E quindi altri due anni di sofferenza, ma più consapevoli perché alla fine questa volta l’abbiamo scelta. Beh, più o meno visto che se vuoi essere insegnante sei obbligato ad avere anche una laurea specialistica.

E dopo la magistrale? Oh no, non pensate che sia finita. Perché, da quest’anno, non bastano i 24 CFU che già erano abbastanza discutibili. Adesso ne servono 60, di cui la metà circa devono essere di tirocinio (anche detto: sfruttamento) e i restanti di altri esami, come se tutti quelli dati nei minimo cinque anni di studio e in più anche gli altri da integrare per rientrare nelle classi di concorso, non bastassero. È finita qui? Vi piacerebbe.

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Fonte: FreePik

Dopo i 60 CFU e il tirocinio, tocca essere presi un anno in prova, fortunatamente pagati. A questo punto, poi, ci sono due possibilità: venite valutate positivamente e quindi potete accedere al concorso per diventare ufficialmente insegnanti dopo qualche anno se va bene, oppure venire bocciati (alla fine del periodo in prova, c’è una sorta di prova di esame) e poter ripetere solo un’altra volta la prova. Se non la superate ancora, avete perso quasi o più di dieci anni della vostra vita.

Perché vi racconto tutto questo? Per farvi comprendere che essere insegnante può sembrare solo “insegnare qualche ora a settimana e poi avere anche tre mesi di ferie non pagati” (spoiler: non è così, non siate ignoranti e provate a comprendere che le lezioni non si preparano da sole, che i compiti non si correggono da soli e che ci sono fin troppi consigli di classe), ma in realtà è molto più di tutto questo. È sudore, sofferenza, ma soprattutto tanta dedizione. Il problema è che c’è chi, alla fine del percorso, arriva sfinito e completamente prosciugato e finisce per essere un cattivo insegnante. Ma la colpa di chi è? Dell’insegnante o del sistema che lo porta a essere così?

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