Fuori era primavera: il covid-19 raccontato da Gabriele Salvatores

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Si intitola Fuori era primavera – Viaggio nell’Italia del lockdown, il nuovo film nato dallo sguardo del regista Gabriele Salvatores, che nel 1992 – con Mediterraneo – aveva portato un Oscar in Italia. Ed è proprio l’Italia che racconta in questo film, ora disponibile su Raiplay (la piattaforma streaming gratuita della RAI). Sarà poi mandato in onda su Rai3 il 2 gennaio.

Salvatores ci parla del film

Gabriele Salvatores
Fonte: Wikipedia

Ma Salvatores ci tiene a sottolinearlo, questo è un film collettivo. Il suo sguardo di regista ha infatti coordinato immagini e video fatti da quasi 8mila italiani, raccogliendo il materiale dal 24 marzo al 30 maggio 2020.

Bisogna dirlo, non si è preparati a questo film. Ora che si fanno i dovuti scongiuri per una terza possibile ondata di covid-19, il film ripropone le immagini della prima. Immagini che tutti conosciamo (come quelle di repertorio sugli inizi della pandemia), quelle che ci hanno distribuito i media nei giorni più duri di questo 2020 (come quelle del Papa in una Roma deserta, o dei veicoli dell’esercito a Bergamo), quelle che gli italiani – i veri protagonisti del film – hanno prodotto e che sono poi finite nel montaggio finale.

Rivedere le immagini del lockdown di marzo fa uno strano effetto: sembra di viaggiare nel tempo arrivando a momenti passati, lontani, remoti ma al contempo terribilmente vicini e attuali.

Le prime immagini che ci vengono presentate sono quelle della normalità. Gente in strade dello shopping affollate, discoteche affollate, locali pieni. Poi la transizione di un pipistrello segna l’inizio della fine.

Il film offre i punti di vista di tutte le categorie coinvolte: in primo luogo i medici, gli infermieri, e tutti gli operatori della sanità che si trovano a dover curare una malattia (il covid-19) attribuita ad un virus sconosciuto e mai visto prima. Poi ci sono i professori, e dall’altra parte dello schermo gli studenti. Si sentono applausi scroscianti mentre viene inquadrata la platea di un teatro vuoto.

Gabriele Salvatores
Fonte: Pixabay

Si vedono i vagoni della metropolitana deserti, e si sentono le ambulanze rompere il silenzio in città dalle strade vuote. C’è chi in casa si dedica alla cucina, chi ad allenarsi alla meglio, chi invece è solo e viene raggiunto dai volontari che portano cibi e beni di conforto.

Il filo rosso che unisce l’intero film è un rider, uno di quelli che in piena pandemia corre in lungo e in largo le città deserte. Dall’inizio alla fine le sue immagini si intervallano alla routine degli italiani alle prese con la solitudine, la depressione e l’ansia dello stare fermi e chiusi in casa.

Tuttavia, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, Salvatores non offre un taglio meramente documentaristico. Ed è questo, forse, a rendere il film così intimo, straziante e allo stesso tempo vicino a tutti. Perché proprio tutti sono i protagonisti.

Il film è un insieme di piccoli e brevi filmati amatoriali, video selfie fatti nella quotidianità di ognuno. Ma non per questo le immagini non sono coerenti, anzi.

Addirittura, la coerenza è data dalla apparente contraddizione: ad una signora di 103 anni che dice di aver visto due guerre mondiali e una pandemia si oppone la nascita di un bambino in piena emergenza sanitaria da covid-19; alla solitudine in casa – che colpisce chiunque, indipendentemente dalla fascia d’età – si oppongono le canzoni e la musica dai terrazzi, oppure gli appuntamenti sui balconi per tenersi compagnia; le immagini delle città deserte vengono controbilanciate da quelle degli animali che, venuta meno la presenza minacciosa dell’uomo, si riappropriano degli spazi a loro sottratti con la forza.

Una domanda sorge spontanea nel vedere questo film: eravamo pronti a rivivere quanto abbiamo passato così poco tempo fa? La risposta è no, no perché il film è in pugno nello stomaco. Ma la risposta è anche sì, perché quanto è successo farà parte di noi, e così sarà sempre.

Gabriele Salvatores
Fonte: Twitter

Quello di Salvatores è un contributo importante, non solo per chi oggi a così pochi mesi di distanza vuole ripensarsi, rivedendo negli ultimi giorni del 2020 quelle immagini con la speranza di lasciarsele alle spalle. Ma anche e soprattutto, il film rappresenta un messaggio ai posteri, un’incredibile fonte di testimonianze reali, intime, profonde. Il film è un album di ricordi, di istantanee, da sfogliare per non dimenticare.

 

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