«Non la lanci dalla finestra?»: i messaggi choc emersi dopo la morte della piccola Beatrice
La storia di Beatrice, la bambina di appena due anni morta il 9 febbraio a Bordighera, continua ad assumere contorni sempre più inquietanti. Mentre prosegue l’inchiesta della Procura di Imperia, dagli atti emergono dettagli che raccontano una realtà familiare fatta di insulti, umiliazioni e presunte violenze, un contesto che gli inquirenti stanno cercando di ricostruire per comprendere cosa sia accaduto nei mesi precedenti alla morte della bambina.

L’indagine, che oggi ipotizza il reato di morte in conseguenza di maltrattamenti, ha portato alla luce una serie di messaggi e vocali che sarebbero stati inviati da Manuel Iannuzzi ed Emanuela Aiello alle figlie maggiori della donna. Frasi che, lette oggi alla luce della tragedia, assumono un peso ancora più drammatico.
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ToggleUna famiglia affidata alle spalle di una ragazzina
Tra gli aspetti più sconvolgenti emersi dagli atti c’è il ruolo assunto dalla sorella maggiore di Beatrice. Secondo quanto riportato dalla Procura, la ragazza avrebbe svolto compiti che normalmente spetterebbero agli adulti: preparare da mangiare per le sorelle più piccole, occuparsi di Beatrice, controllare che assumesse i medicinali quando stava male e rassicurare la madre sulle condizioni delle bambine.
Gli investigatori descrivono una situazione nella quale la giovane si sarebbe trovata a gestire responsabilità enormi per la sua età, cercando di proteggere e accudire le sorelle in un ambiente che, secondo l’accusa, era caratterizzato da trascuratezza e continui episodi di mortificazione psicologica.
Quando la ragazza chiedeva aiuto o cercava di contattare la madre, le risposte che riceveva sarebbero state spesso offensive e aggressive. Non richiami educativi o rimproveri, ma insulti e umiliazioni che, secondo gli inquirenti, contribuivano a creare un clima familiare estremamente pesante.
«Ma scusa amore da quando sono arrivata a casa però non hai vomitato neanche una volta! Adesso vado via, e vomiti? Ma stiamo giocando qua? Mi volete veramente che vada fuori di testa!», leggiamo nei messaggi. E ancora: «Forse se ti chiudo il telefono non hai capito che la mamma sta guidando, ok? Cosa deve guardare? Quanto sei bella? È normale chiamare 30 volte? Non ti mangia nessuno a casa, eh? Tanto non è che sei così bella che la mamma si emoziona».
I messaggi che hanno sconvolto l’opinione pubblica
Tra i documenti acquisiti dagli investigatori figurano diversi messaggi che mostrerebbero il rapporto tra gli adulti e le figlie. Alcune frasi sono particolarmente dure, indirizzate sia verso la figlia minore che verso la maggiore: «Oh ma perché non ti trovi il fidanzato così non rompi più i c. la mattina e la sera». E ancora: «Sta pezza di m., speriamo che si sveglia tra sei mesi».

Secondo la Procura, questi episodi non rappresenterebbero casi isolati, ma farebbero parte di una modalità relazionale caratterizzata da continui insulti, bestemmie e minacce. Un quadro che gli inquirenti ritengono significativo per comprendere il contesto nel quale vivevano le bambine.
Particolarmente impressionanti sono anche alcune conversazioni nelle quali la madre sembrerebbe minimizzare le richieste di attenzione delle figlie. In un messaggio riportato dagli atti si legge: «Forse se ti chiudo il telefono non hai capito che la mamma sta guidando, ok? Cosa deve guardare? Quanto sei bella? È normale chiamare 30 volte? Non ti mangia nessuno a casa».
Parole che restituiscono l’immagine di un rapporto profondamente deteriorato e distante.
Le fotografie del volto tumefatto di Beatrice
Uno degli elementi più delicati dell’inchiesta riguarda le fotografie della piccola Beatrice che sarebbero state acquisite dagli investigatori. Le immagini mostrerebbero la bambina con ecchimosi e segni evidenti sul volto.
Secondo la richiesta di custodia cautelare, per oltre un mese la bambina avrebbe presentato lividi e tumefazioni particolarmente visibili. Gli inquirenti sottolineano come, nonostante queste condizioni, non sarebbero stati effettuati gli interventi necessari per approfondire le cause delle lesioni o garantire alla piccola cure adeguate.
La presenza di queste immagini rappresenta uno degli elementi più importanti dell’indagine, poiché potrebbe contribuire a chiarire se la bambina fosse vittima di maltrattamenti continuativi prima della sua morte. «Per più di un mese ha sempre avuto il volto deturpato da vistose ed estese ecchimosi. Ciononostante, né la madre, né gli altri familiari, e in particolare i nonni materni, facevano nulla per sottoporla ai dovuti e necessari interventi».
Tra il materiale acquisito compare anche un vocale attribuito a Iannuzzi nel quale l’uomo commenterebbe proprio una fotografia della bambina: «Sì, è proprio bella quella foto… Minchia, mi sono spaventato nel vederla, mamma mia. Che faccia da c… ha tua sorella. Non la lanci dalla finestra?». Frasi che oggi vengono esaminate dagli investigatori insieme a tutti gli altri elementi raccolti durante le indagini.
Le dichiarazioni degli indagati

Davanti al giudice per le indagini preliminari, Manuel Iannuzzi ha scelto di non rispondere alle domande. I suoi legali hanno spiegato che la decisione sarebbe stata presa perché la difesa non aveva ancora avuto modo di analizzare completamente gli atti dell’inchiesta.
Diversa la posizione di Emanuela Aiello, che invece ha deciso di parlare. La donna avrebbe dichiarato di non aver mai colpito le proprie figlie e di non aver mai assistito a episodi di violenza nei loro confronti. Secondo quanto riferito dai suoi avvocati, Aiello avrebbe raccontato una relazione sentimentale difficile, segnata da problemi legati all’alcol e alla droga, ma avrebbe escluso l’esistenza di abusi sulle bambine.
Le sue dichiarazioni, tuttavia, si scontrano con il quadro che emerge dagli atti dell’accusa e con le testimonianze raccolte nel corso delle indagini.
Una tragedia che continua a sollevare domande
La morte di Beatrice ha scosso profondamente l’opinione pubblica non soltanto per la giovane età della vittima, ma anche per i dettagli che stanno emergendo giorno dopo giorno. I messaggi, i vocali, le fotografie e le testimonianze raccontano una vicenda che sembra andare ben oltre il singolo episodio che ha portato alla morte della bambina.
Resta ora il compito della magistratura accertare le responsabilità e stabilire cosa sia realmente accaduto. Nel frattempo, la storia di Beatrice continua a lasciare dietro di sé interrogativi dolorosi: quanti segnali erano già visibili? E soprattutto, si sarebbe potuto intervenire prima per proteggere una bambina che, oggi, non può più raccontare la propria versione dei fatti?
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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty






