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Bimba morta a Bordighera, arrestato il compagno della madre: nelle chat e nei telefoni le prove delle presunte violenze

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Nuovo sviluppo nell’inchiesta sulla morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni trovata senza vita il 9 febbraio scorso a Bordighera, in provincia di Imperia. Nella mattinata del 30 maggio i carabinieri hanno arrestato Manuel Iannuzzi, 42 anni, compagno della madre della bambina, con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte della minore. Anche la madre della piccola, Emanuela Aiello, già detenuta, è accusata dello stesso reato.

Secondo la ricostruzione degli investigatori e della Procura di Imperia, il decesso della bambina sarebbe il tragico epilogo di una lunga serie di maltrattamenti e vessazioni che si sarebbero protratti nel tempo. Elementi decisivi per l’inchiesta sarebbero emersi dall’analisi dei telefoni cellulari sequestrati e dalle conversazioni contenute nelle chat di WhatsApp.

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La morte della piccola Beatrice e i primi sospetti

La mattina del 9 febbraio la madre aveva richiesto l’intervento dei soccorsi sostenendo che la figlia avesse difficoltà respiratorie. Quando il personale del 118 è arrivato nell’abitazione di Montenero, frazione di Bordighera, per la bambina non c’era però più nulla da fare. Fin dai primi accertamenti i soccorritori avevano notato alcune lesioni sul corpo della piccola, circostanza che aveva portato all’intervento dei carabinieri e del medico legale. I primi esami avevano inoltre suggerito che il decesso fosse avvenuto diverse ore prima della richiesta di aiuto.

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In un primo momento la madre aveva spiegato la presenza di ecchimosi sostenendo che la figlia fosse caduta dalle scale nei giorni precedenti. Tuttavia, il racconto non avrebbe convinto gli investigatori, che hanno avviato approfondimenti attraverso testimonianze, immagini delle telecamere di sorveglianza e analisi tecniche. Con il passare delle settimane, le verifiche hanno evidenziato numerose incongruenze rispetto alle dichiarazioni fornite dalla donna e dal compagno. Le immagini della videosorveglianza e le testimonianze raccolte avrebbero infatti smentito la ricostruzione iniziale dei due indagati.

L’autopsia ha inoltre accertato la presenza di numerose lesioni e di un trauma cranico, elementi ritenuti compatibili con un quadro di violenze pregresse. Ulteriori riscontri sono arrivati dai rilievi effettuati dai carabinieri del RIS di Parma, che hanno individuato tracce ematiche sia nell’automobile della madre sia nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Secondo quanto riferito dal procuratore di Imperia, Alberto Lari, gli investigatori ritengono che la bambina si trovasse nell’abitazione di Iannuzzi al momento dei fatti e che fosse già deceduta quando venne successivamente trasportata nella casa della madre. La chiamata ai soccorsi sarebbe quindi avvenuta quando la piccola era già morta.

Le chat WhatsApp e il materiale sequestrato

Uno degli elementi più rilevanti dell’inchiesta riguarda il contenuto del telefono cellulare sequestrato a Manuel Iannuzzi. Secondo la Procura, proprio nelle conversazioni WhatsApp sarebbero state trovate prove ritenute particolarmente significative per documentare il contesto in cui viveva la bambina. Il procuratore Lari ha spiegato che tra i file presenti nel dispositivo sarebbero state rinvenute fotografie che mostrerebbero la piccola con evidenti segni riconducibili alle violenze subite. Le immagini, insieme ai messaggi scambiati tra gli indagati, rappresenterebbero uno dei principali elementi su cui si fonda il quadro accusatorio.

«Il giudice nell’ordinanza definisce i maltrattamenti di violenza brutale perché nelle immagini riportate sul telefonino sequestrato vi sono diverse fotografie che ritraggono Beatrice subito dopo le violenze subite. Ci sono più fotografie che ritraggono la bimba con dei lividi molto grandi sul viso», ha detto il procuratore di Imperia, Alberto Lari, durante la conferenza stampa indetta oggi dopo l’arresto di Manuel Iannuzzi. Gli inquirenti ritengono che tali contenuti documentino una situazione di maltrattamenti reiterati e contribuiscano a delineare un contesto di grave sofferenza vissuto dalla bambina nei mesi precedenti alla sua morte.

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Le testimonianze delle sorelle e l’ordinanza del giudice

Un contributo importante alle indagini sarebbe arrivato anche dalle due sorelle maggiori della vittima. Dopo essere state allontanate dal nucleo familiare e inserite in una struttura protetta, le bambine hanno intrapreso un percorso di sostegno psicologico che ha consentito agli investigatori di raccogliere nuovi elementi. Le loro dichiarazioni, secondo quanto emerso durante la conferenza stampa della Procura, avrebbero fornito una ricostruzione differente rispetto a quella inizialmente raccontata dagli adulti coinvolti nella vicenda.

Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari si parla di indizi ritenuti “gravissimi”. Il provvedimento descrive le condotte contestate come caratterizzate da “modalità atroci”, da una particolare intensità delle violenze e da una persistente situazione di sopraffazione ai danni della bambina. L’inchiesta prosegue ora per chiarire ogni aspetto della vicenda e accertare tutte le responsabilità legate alla morte della piccola Beatrice, un caso che ha profondamente colpito l’opinione pubblica e l’intera comunità locale.

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Giulia, 27 anni, laureata in Filologia Italiana con una tesi sull'italiano standard e neostandard, "paladina delle cause perse" e insegnante di Italiano Lingua non materna. Presidente di ESN Perugia e volontaria di Univox. Amo scrivere, leggere, guardare serie tv e anime, nuotare, i gatti e seguire le giuste polemiche. Instagram: @murderskitty

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