Terni, discriminato perché disabile: il bullismo continua nelle scuole d’Italia

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Ho parlato di bullismo perché isolare uno o tre individui da un evento come quello dei 100 giorni prima dell’esame è vero e proprio bullismo e, in questo caso, anche abilismo. È successo a Terni, in una classe di quinto di un liceo superiore, dove ci sono un ragazzo con insegnanti di sostegno, un ragazzo disabile e una con una grave malattia. Mentre i giornali scrivono articoli su articoli sui bambini che scappano dalla guerra e vengono accolti con gioia nelle scuole italiane, amati da tutti i docenti e da tutte le classi, altri continuano a lottare contro l’abilismo, e di loro nessuno parla.

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Disegno contro l’abilismo
Fonte foto: Federica Pietroforte

Chiariamo una cosa: non intendiamo sminuire la guerra, né i bambini, le donne e gli uomini che scappano per avere salva la propria vita. È giusto che i bambini ucraini vengano accolti nelle scuole italiane come in quelle di ogni paese dove trovano rifugio. Ma è anche giusto che vengano accolti i bambini palestinesi, siriani, tutti i bambini che scappano da una guerra e non sono bianchi, biondi e con gli occhi azzurri. Così come devono sentirsi accolti anche i bambini e i ragazzi italiani disabili. Chiunque dovrebbe sentirsi accolto a scuola. Non ci sono guerre di serie A e guerre di serie B.

I cento giorni macchiati d’abilismo

I cento giorni sono una tradizione per gli studenti delle scuole superiori, che per tutto l’anno aspettano quel giorno, quei cento giorni prima dell’esame di maturità, per festeggiare insieme a tutta la classe l’inizio della fine del proprio percorso scolastico. Dopo le superiori, tutto cambia: chi va in università dall’altra parte d’Italia, chi in una vicina a dove vive, chi cerca (e magari trova) lavoro in città, in regione, in Italia o all’estero. Insomma, si smette di essere una classe e, per quanto ci provi, è quasi impossibile continuare a mantenere quel rapporto di amicizia così stretto con tutti.

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Fonte: FreePik

Per questo i cento giorni sono così importanti, e per questo tutti dovrebbero parteciparvi. A raccontare la triste storia di come un ragazzo disabile di Terni insieme a due compagni di classe sono stati isolati da un’intera classe, è la madre di uno dei ragazzi, «perché voglio che non succeda a nessun altro», ha detto la signora a Terni Today, scegliendo quindi di restare in anonimo perché non è importante chi l’abbia fatto, ma cosa abbia fatto. Perché la gogna mediatica non farebbe imparare niente a quei ragazzini. Bisogna che i genitori, come li insegnanti, li prendano e facciano loro comprendere perché hanno sbagliato.

I protagonisti di questa triste storia sono tre ragazzi di una classe di quinta di un istituto di Terni. Tutta la classe si era organizzata per questi cento giorni, che prevedevano prima un pranzo e poi una gita a Piediluco. Tuttavia, i tre sono stati esclusi: uno con un’insegnante di sostegno, un altro con una disabilità e l’ultima con una grave malattia. Pensate che la madre del ragazzo aveva anche detto che «avevamo anche spostato una risonanza per permettere a mio figlio di partecipare». Peccato che la classe di diciottenni non si sia degnata di invitarli.

«Siamo fieri, orgogliosi di lui. Ha combattuto tanto. È autosufficiente, indipendente. Viviamo in periferia, lui non ha mai perso l’autobus. Va bene a scuola e fa di tutto per essere accettato», ha detto la madre che è stata avvisata della situazione dall’insegnante di sostegno. Ha anche raccontato che «quando ha compiuto 18 anni ha invitato i suoi compagni, ma nessuno è venuto perché dicevano di non avere tempo. E così, abbiamo festeggiato in famiglia».

«Quella che è successa è una cosa orrenda. Ma non cerco punizioni, non voglio colpevoli. A nostro figlio non abbiamo mai insegnato l’odio. Vorrei però rivolgermi ai genitori degli altri ragazzi: come pensano di muovere l’anima dei loro figli? E vorrei che questi ragazzi avessero un po’ di sensibilità perché sono giovani e stanno cominciando ad affrontare la vita. Soprattutto, vorrei che quanto accaduto a mio figlio, non succeda più a nessun altro», ha concluso. Ed è quello che auguriamo anche noi.

Il bullismo, l’abilismo, l’omofobia, il razzismo, non sono mai la scelta giusta. I genitori come gli insegnanti dovrebbe insegnare il rispetto e l’amicizia: perché dei ragazzi che pensano che non ci sia niente di sbagliato nell’isolare e del privare dell’esperienza dei cento giorni tre ragazzi sono perché ritenuti “diversi“, non sanno cos’è il rispetto. E basta anche giustificarli dicendo che sono “ragazzi”. Fra poco più di cento giorni usciranno fuori. Vivranno. Lavoreranno. Fra qualche anno qualcuno avrà una famiglia e delle responsabilità. E dovranno insegnare, a loro, volta, il rispetto ai propri figli.

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Disegno contro l’abilismo
Fonte: PianetaZeta
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